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Costruite per durare, nate per correre

Costruite per durare, nate per correre

Oggi sono qui parlare di un’epoca in cui le automobili avevano un’anima, gli uomini avevano ancora il coraggio di rischiare qualcosa e la plastica serviva per avvolgere i panini, non per costruire interi abitacoli.**

Non era nemmeno una vera tappa.

Era un passaggio secondario della Mille Miglia, uno di quelli che sulle mappe ufficiali occupano forse una riga e che il giorno dopo non finiscono sui giornali. Una rotonda di provincia, qualche casa, erba alta ai bordi della strada e un distributore di carburante. Il genere di posto in cui, normalmente, l’avvenimento più emozionante della giornata è qualcuno che dimentica la precedenza.

Poi sono arrivate loro.

Prima il rumore.

Non quello filtrato, campionato e disciplinato delle automobili moderne. Un rumore meccanico, sporco, irregolare. Pistoni, benzina, ferraglia e cattive intenzioni. Il suono di qualcosa che non stava cercando di essere silenzioso, efficiente o socialmente accettabile.

Poi le carrozzerie.

Cofani interminabili, ruote esposte, parabrezza che sembravano messi lì più per educazione che per una reale convinzione nella loro utilità. Auto basse, strette, scomode, probabilmente capaci di spezzarti la schiena prima ancora di raggiungere il traguardo.

Ed erano magnifiche.

Non malgrado i difetti.

Proprio grazie a quelli.

Oggi costruiamo automobili disegnate da commissioni di persone che sembrano avere come obiettivo principale quello di non offendere nessuno. Devono piacere a tutti, consumare poco, parcheggiarsi da sole, collegarsi al telefono, ricordarti di bere acqua e possibilmente chiederti scusa se il sedile è un po’ freddo.

Il risultato è che si assomigliano tutte.

Scatolette trendy, gonfie, piene di schermi e assistenti elettronici. Cambia il logo sul cofano, ma sotto c’è la stessa filosofia: abbastanza personalità da distinguersi nella pubblicità, non abbastanza da spaventare l’ufficio marketing.

Una volta un’automobile veniva disegnata per correre.

O per viaggiare.

O per vincere.


O semplicemente perché qualcuno, in un’officina piena di fumo, aveva deciso che quella curva sarebbe stata dannatamente bella anche se rendeva più difficile produrre il pezzo.

Oggi viene progettata per superare un focus group.

È il progresso, dicono.

E in molti aspetti hanno ragione. Le auto di oggi sono più sicure, più efficienti, più affidabili. Ti proteggono dagli incidenti, dagli errori e, a giudicare da certi sistemi di assistenza, perfino dal fastidio di dover guidare.

Fantastico.

Peccato che, nel frattempo, abbiano iniziato a proteggerci anche dalle emozioni.

Quelle vecchie auto, invece, non promettevano di salvarti.

Ti offrivano un volante sottile, qualche strumento, un motore davanti e la possibilità concreta che ogni viaggio diventasse una storia da raccontare oppure una telefonata piuttosto imbarazzante al carro attrezzi.

Non c’erano modalità di guida.

Non c’era *Comfort*, *Sport*, *Eco* o *Individual*.

C’era soltanto la modalità: **vediamo che cazzo succede**.

E forse era proprio quello il fascino.

La vita non era stata ancora sterilizzata.

C’era attrito. C’era rischio. C’era la sensazione che gli oggetti pretendessero qualcosa da te. Dovevi conoscerli. Ascoltarli. Imparare i loro rumori, i loro capricci, il punto esatto in cui la frizione iniziava a mordere.

Non compravi soltanto una macchina.

Cominciavi una relazione.

Una relazione tossica, costosa e spesso impregnata d’olio, certo, ma pur sempre una relazione.

Guardandole passare, vedevi le cicatrici.

Vernice consumata.

Metallo segnato.

Insetti sul parabrezza.

Pelle vissuta.

Non erano oggetti conservati sotto una campana di vetro per qualche collezionista con troppi soldi e troppo poco tempo per usarli. Erano ancora lì, sulla strada, ottanta o novant’anni dopo, a fare esattamente ciò per cui erano state create.

Correre.

Ed è questo che fa quasi male.

Sono sopravvissute ai loro progettisti, ai loro primi proprietari, alle guerre, alle crisi economiche, alle mode, alle targhe alterne, ai governi e probabilmente a più di un matrimonio.

Continuano ad accendersi.

Continuano a muoversi.

Continuano a far voltare la gente.

Provate a immaginare una delle nostre moderne astronavi di plastica tra ottant’anni.

Il grande schermo centrale sarà diventato nero da decenni. La centralina non riconoscerà più la chiave. Il produttore avrà smesso di fornire gli aggiornamenti e qualche componente essenziale sarà disponibile soltanto su un forum russo gestito da un uomo chiamato Boris che accetta pagamenti in criptovalute e non risponde alle email.

Ma tranquilli.

I portabicchieri saranno ancora perfetti.

Abbiamo scambiato la durata con la convenienza.

Possedere con consumare.

Riparare con sostituire.

E non soltanto nelle automobili.

Lo facciamo con i telefoni, con i vestiti, con i mobili, con i lavori. A volte perfino con le persone.

Quando qualcosa smette di funzionare perfettamente, non ci chiediamo più come aggiustarla. Ci chiediamo quale sia il modello nuovo.

È un sistema meraviglioso per chi vende.

Un po’ meno per chi vive.

Quelle auto appartengono ad un’epoca in cui un oggetto era pensato per accompagnarti. Doveva portare addosso il tempo, non essere eliminato prima che il tempo diventasse visibile.

Ogni graffio raccontava qualcosa.

Oggi un graffio abbassa il valore di rivendita.

Una volta significava che eri stato da qualche parte.

E mentre passavano davanti al mio obiettivo, i piloti salutavano.

Alzavano le mani.

Sorridevano.

Alcuni sembravano stanchi, altri euforici, altri ancora probabilmente si stavano chiedendo quale componente avrebbe deciso di abbandonarli prima del prossimo controllo.

Ma erano dentro l’esperienza.

 

Non isolati in un abitacolo insonorizzato con sedili ventilati e ventisei altoparlanti. Erano esposti al vento, al rumore, agli odori, agli sguardi della gente.

La strada entrava nell’automobile.

E l’automobile entrava nella strada.

La folla rispondeva con le mani alzate, i telefoni, le macchine fotografiche, i sorrisi. Per qualche secondo quella rotonda anonima diventava un teatro. Le case, i cartelli e il distributore sparivano dietro qualcosa di molto più grande.

Non era soltanto nostalgia.

La nostalgia è spesso una truffa ben confezionata. Ci fa ricordare la bellezza e dimenticare il dolore ai denti senza anestesia, le strade mortali e una quantità impressionante di persone convinte che fumare in gravidanza fosse un’attività ricreativa.

Il passato non era migliore in tutto.

Era semplicemente più fisico.

Più ruvido.

Meno protetto.

E in quella mancanza di protezione esisteva una forma di autenticità che oggi fatichiamo a ritrovare.

Non voglio rinunciare agli airbag.

Non sogno di attraversare l’Italia con i freni a tamburo, la pioggia in faccia e un serbatoio posizionato con l’ottimismo di un aspirante suicida.

Ma vorrei che smettessimo di credere che eliminare ogni rischio significhi automaticamente migliorare la vita.

Perché una vita completamente sicura può diventare una vita dalla quale non c’è più niente da ricordare.

Abbiamo sensori per evitare gli ostacoli, navigatori per impedirci di perderci e algoritmi per suggerirci cosa desiderare. Tutto funziona meglio.

E noi, stranamente, sembriamo funzionare sempre peggio.

Forse perché l’imprevedibilità non era soltanto un difetto.

Era uno spazio.

Il luogo in cui potevano nascere l’avventura, l’ingegno, la paura, il coraggio e quella particolare euforia che arriva quando qualcosa avrebbe potuto andare male e invece, per qualche miracolo meccanico, è andato tutto bene.

Ho fotografato queste auto perché mi piacciono.

Non c’era un committente a dirmi cosa cercare, nessun art director a chiedermi più sorrisi o meno ombre. Ero lì perché amo le automobili, amo la fotografia e amo quel raro momento in cui due passioni decidono di incontrarsi lungo una strada di provincia.

Aspettavo.

Sentivo arrivare il motore.

Cercavo l’inquadratura.

Poi per qualche secondo comparivano metallo, ruote, volti e storia. Un istante dopo erano già lontani.

Forse è proprio questo il motivo per cui fotografiamo.

Perché alcune cose corrono troppo velocemente per essere trattenute in un altro modo.

Le immagini fermano le automobili, ma soltanto per finta. Dentro continuano a muoversi. Le vedi piegarsi nella curva, senti quasi il motore, immagini il vento addosso a chi guida.

Ed è lì che capisci che il fascino non appartiene davvero al vintage.

Appartiene alle cose create con uno scopo.

Quelle auto non chiedevano di essere alla moda.

Non erano progettate per risultare ancora attuali ottant’anni dopo. Lo sono diventate perché qualcuno le aveva disegnate con abbastanza convinzione da non dover inseguire il gusto del momento.

È questa la differenza.

Oggi costruiamo oggetti destinati a sembrare vecchi appena esce la versione successiva.

Allora costruivano oggetti destinati a compiere un lavoro, possibilmente bene, possibilmente a lungo e possibilmente più velocemente di tutti gli altri.

Non era romanticismo.

Era ambizione.

Quella vera.

Non la parola stampata sui poster degli uffici sopra una squadra di dipendenti esausti. L’ambizione di creare qualcosa che potesse resistere al tempo, alle strade e alla stupidità umana.

E quelle macchine hanno resistito.

Noi, vedremo.

Forse un giorno qualcuno guarderà le automobili della nostra epoca con la stessa emozione.

Magari troverà poetico un crossover grigio del 2026, restaurato con tre stampanti 3D, dodici centraline clonate e un abbonamento mensile per sbloccare il riscaldamento dei sedili.

Tutto è possibile.

Ma ne dubito.

Perché gli oggetti conservano l’intenzione con cui sono stati creati.

E l’intenzione di quelle vecchie auto era vivere.

Correre.

Attraversare città, polvere, pioggia, montagne e anni.

La nostra, troppo spesso, è vendere la prossima.

Quelle vetture sono passate davanti a me per pochi secondi, dentro una tappa che quasi nessuno ricorderà.

Eppure erano ancora lì.

Vecchie, rumorose, imperfette e vive.

Il futuro, invece, era parcheggiato poco più in là.

Perfettamente allineato.

Silenzioso.

Tutto uguale.

E già in attesa di essere sostituito.

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