Back to Listing

Prima del Decollo

Prima del Decollo

C’è un momento che mi è sempre piaciuto più di qualsiasi destinazione.

Non è quando l’aereo tocca terra.

Non è quando finalmente metti piede in un posto nuovo.

È quell’istante sospeso in cui ti siedi al tuo posto, appoggi la macchina fotografica sulle ginocchia, guardi fuori dall’oblò e realizzi che, per le prossime ore, hai smesso di avere il controllo.

Ed è una sensazione fottutamente liberatoria.

 

Perché passiamo la vita a pianificare ogni dettaglio, come se bastasse un’agenda ben organizzata per convincere l’universo a fare quello che vogliamo noi.

Poi sali su un aereo e capisci che, da questo momento in poi, puoi solo fidarti.

Di un pilota che non conosci.

Di una rotta che non hai mai visto.

Di un pezzo di metallo che decide di sfidare il cielo.

In fondo non è molto diverso dalla vita.

Ci costruiamo aspettative, programmi, perfino versioni immaginarie di noi stessi, convinti che da qualche parte ci sia una sceneggiatura già scritta.

Poi il viaggio comincia.

E quasi mai va come avevamo immaginato.

Per fortuna.

Perché le cose migliori della mia vita non sono mai nate dai piani perfetti.

Sono nate dagli imprevisti.

Da una strada presa per sbaglio.

Da una persona incontrata quando non stavo cercando nessuno.

Da una fotografia scattata cinque secondi dopo aver pensato che fosse il momento di rimettere la macchina nello zaino.

Forse è per questo che, ogni volta che parto, fotografo i dettagli.

Una cintura slacciata.

Una mano appoggiata al finestrino.

La luce fredda che entra dall’oblò.

Il riflesso di un volto che non conosco.

Non sono semplici dettagli.

Sono gli ultimi istanti della persona che ero prima del decollo.

Perché ogni viaggio, anche il più breve, pretende sempre qualcosa in cambio.

Ti porta via una versione di te.

E, se sei fortunato, te ne restituisce un’altra.

Mentre il motore prende vita e il mondo comincia lentamente ad allontanarsi sotto le ali, mi ritrovo sempre a fare la stessa cosa.

Non esprimo un desiderio.

Non chiedo successo.

Non chiedo soldi.

Non chiedo nemmeno felicità.

Chiedo soltanto che il viaggio abbia qualcosa da insegnarmi.

Che ci sia un volto capace di lasciarmi una domanda.

Una strada che mi costringa a cambiare direzione.

Un tramonto che mi ricordi quanto siamo piccoli.

Una storia che valga la pena di essere raccontata.

Perché forse è questo il motivo per cui continuo a partire.

Non per trovare un posto diverso.

Ma per tornare con occhi diversi.

E mentre le ruote si staccano dall’asfalto, per un attimo tutto rimane sospeso.

Anche la paura.

Anche i dubbi.

Anche quella sensazione di non sapere esattamente dove stia andando la mia vita.

Resta solo una certezza.

A volte l’unico modo per scoprire chi stai diventando è avere il coraggio di sederti accanto a un finestrino, stringere il fiato e lasciare che il mondo diventi sempre più piccolo sotto di te.

Quel viaggio, alla fine, mi ha dato molto più di quello che ero andato a cercare. Cose che nemmeno nella versione più fantasiosa della mia immaginazione avevo previsto. Un deserto visto dall’alto che sembrava disegnato apposta per stupirmi. Persone, strade, momenti che quella mattina, salendo la scaletta, non potevo nemmeno immaginare.

Ma quello, in fondo, non lo sapevo ancora.

In quella foto so solo che stavo per lasciarmi cadere in avanti, con gli occhi chiusi, sperando che qualcosa, da qualche parte, mi prendesse al volo.

Next Post

Il gatto non ha un mutuo

Context menu is not allowed on this website.

Got It!
Back to Top