Le gocce corrono sul vetro, e da qui dentro sembra quasi che stiano gareggiando per arrivare per prime da qualche parte — un po’ come si sente lui, se devo essere onesto.
Fuori, il mondo è ancora tutto sfocato. Una pista, forse. Una striscia di cielo grigio che, di solito, sarebbe scoraggiante.
Ma c’è una cosa buffa nel guardare fuori da un finestrino bagnato prima che un viaggio cominci davvero: non riesci a vedere granché, ed è proprio per questo che la testa comincia a riempire quel vuoto con tutto quello che ancora non sai.
Quel viso mezzo in ombra non sta rimpiangendo niente. Sta immaginando.
C’è una differenza enorme, anche se da fuori i due sguardi si assomigliano da morire.
Chi sta per partire per un posto nuovo porta con sé lo stesso tipo di bagaglio di chi sta scappando da qualcosa — solo che dentro, invece di rimpianti, ha impacchettato domande. Che ristorante troverò. Che faccia avrà la luce lì, la prima mattina. Chi conoscerò per sbaglio in un bar che non ho ancora idea nemmeno esista.
Nessuno di questi dettagli passa ai raggi X. E va benissimo così.
Un aereo fermo, in attesa che tutto cominci, è uno dei pochi posti rimasti dove la vita non ti sta ancora chiedendo niente. Non devi essere bravo in nessun ruolo, lì. Non devi rispondere a nessuno. Puoi solo stare seduto, guardare la pioggia, e lasciare che la mente vada a scrivere in anticipo un film che magari non assomiglierà per niente a quello che succederà davvero.
E va bene lo stesso, perché il bello non è indovinare cosa succederà.
Il bello è che, per una volta, ancora non lo sai.
Dietro l’obiettivo, quello sguardo lo riconosco benissimo, e mi fa più tenerezza di qualsiasi sorriso plateale da cartolina. È lo sguardo di chi ha ancora voglia di lasciarsi sorprendere da un posto che non ha ancora visto, da una strada che non ha ancora percorso, da una versione di sé stesso che magari, tornando, non sarà più la stessa.
Fuori continua a piovere.
Dentro, per fortuna, sta già cominciando qualcos’altro.