Georgia, capitolo IV — Il mercato, i piccoli scambi e tutte le cose che devono essere vendute prima di marcire
Poi girai verso il mercato.
Le fragole erano lì.
Rosse.
Lucide.
Sistemate dentro piccole cassette con quella precisione che utilizziamo quando cerchiamo di convincere qualcuno che la natura possieda un reparto marketing.
Accanto c’erano arance, mele, pomodori, banane, erbe, fiori e una quantità di plastica sufficiente a garantire che almeno l’imballaggio sarebbe sopravvissuto al cliente.
Le fragole, invece, avevano fretta.
Non potevano aspettare che il quartiere diventasse alla moda.
Non potevano essere acquistate da un investitore straniero, lasciate vuote per tre anni e rivendute con vista mare.
Dovevano essere vendute.
Mangiate.
Oppure marcire.
Il grattacielo poteva rimanere incompleto e continuare a chiamarsi progetto.
Una fragola incompleta si chiama semplicemente fragola di merda.
Era questa l’economia al livello della strada.
Non metri quadrati.
Chili.
Non rendimento futuro.
Prezzo di oggi.
Non una brochure nella quale il mare appartiene già a qualcuno.
Una donna che sceglie tre pomodori, ne rimette indietro uno e domanda quanto costino gli altri due.
Fotografai le cassette.
I colori sembravano quasi offensivi dopo tanto cemento.
Arancione.
Rosso.
Verde.
Giallo.
La frutta non aveva ricevuto il memorandum urbanistico secondo cui Batumi avrebbe dovuto vestirsi di vetro, acciaio e ambizione internazionale.
Continuava a presentarsi con la stessa sfacciataggine primitiva utilizzata da migliaia di anni:
annusami, toccami, mangiami prima che sia troppo tardi.
Un venditore occupava un angolo del marciapiede.
Poche cassette.
Una sedia.
Una bilancia oppure il genere di occhio capace di stimare un chilo con una precisione che io non raggiungo neppure seguendo una ricetta.
Le persone passavano.
Qualcuno si fermava.
Qualcuno contrattava.
Qualcuno infilava la spesa dentro una busta troppo sottile e ripartiva tenendola dal fondo, perché la fiducia è una qualità splendida ma non dovrebbe mai essere applicata ai sacchetti di plastica.
Nessuno sembrava impegnato a rappresentare l’anima autentica della Georgia.
Stavano lavorando.
È una distinzione che i fotografi dimenticano con facilità.
Vediamo un uomo anziano dietro una bancarella, una donna circondata dalla frutta, mani rovinate, un cappello consumato e immediatamente sentiamo il bisogno di pronunciare parole come dignità, tradizione e resilienza.
Loro, con ogni probabilità, vorrebbero soltanto vendere tutto e tornare a casa.
La resilienza è una qualità molto apprezzata soprattutto da chi non è costretto a praticarla ogni giorno.
Mi fermai davanti al pane.
Forme rotonde impilate dietro il vetro.
Croste dorate.
Semi.
Farina.
Poco più avanti pendevano pesci essiccati, rigidi e severi come un comitato incaricato di giudicare le tue abitudini alimentari.
Poi carne che girava davanti al fuoco.
Dolci.
Frutta secca.
Spezie.
Il mercato non aveva bisogno di spiegare la città.
La rendeva affamata.
Era un linguaggio più efficace dell’architettura.
Puoi discutere per ore sul rapporto tra sviluppo, identità e capitale internazionale.
Poi senti l’odore del pane caldo e scopri che la parte più sincera della tua posizione politica consiste nel non avere ancora pranzato.
Una finestra diceva *TAKE AWAY*.
Dietro il vetro una donna porgeva un sacchetto.
Prendi e porta via.
Due verbi perfettamente adatti alla città che avevo davanti.
Il denaro arrivava.
Prendeva.
Portava via rendimento.
I turisti arrivavano.
Prendevano fotografie.
Portavano via una versione tascabile di Batumi.
Io non facevo eccezione.
Avevo trasformato la sottrazione in un mestiere rispettabile e acquistato obiettivi abbastanza costosi da chiamarla testimonianza.
Ma un sacchetto di pane possiede un vantaggio rispetto a una fotografia.
Serve immediatamente a qualcosa.
Poco più avanti vendevano fiori.
Rose.
Tulipani.
Mazzi colorati tenuti insieme da carta, elastici e una fiducia commovente nella capacità degli esseri umani di farsi perdonare all’ultimo momento.
I fiori sono un prodotto economicamente assurdo.
Li compriamo sapendo che moriranno.
Li regaliamo per dire amore, scuse, desiderio, gratitudine, colpa o “non avevo idea di che cosa prendere e il negozio stava chiudendo”.
Paghiamo per qualcosa di inutile che dura poco e proprio per questo riesce a significare più di molti oggetti progettati per sopravviverci.
Forse il mercato non vende soltanto ciò che serve.
Vende ciò che rende sopportabile servire sempre a qualcosa.
In altre fotografie comparivano musicisti.
Un sassofono.
Una fisarmonica.
Un uomo seduto accanto al proprio strumento.
Un altro circondato da persone che per qualche minuto avevano smesso di attraversare la strada.
Anche loro vendevano qualcosa che non poteva essere conservato.
Una canzone esisteva finché qualcuno la suonava e qualcun altro restava ad ascoltare.
Poi finiva.
Restava qualche moneta.
Forse.
Non c’era niente di romantico nella necessità di guadagnare sopra un marciapiede.
Ma c’era qualcosa di onesto nella merce.
Non prometteva di aumentare di valore.
Non poteva essere affittata.
Non possedeva una piscina sul tetto.
Chiedeva soltanto attenzione.
La forma di valuta più scarsa della città.
Vicino a un albergo, i numeri del cambio comparivano sopra un tabellone.
Dollari.
Euro.
Lari.
Il denaro cambiava nome senza modificare carattere.
Attraversava confini, acquistava stanze, appartamenti, pasti, fiori, corpi, tempo e qualche illusione ben illuminata.
Poco distante, un’insegna con il simbolo delle valute sembrava già preparare il turno successivo.
La piccola economia della strada stava per consegnare Batumi a quella notturna.
Di giorno contavi le monete per comprare il pane.
Di notte le cambiavi per vedere se la fortuna avesse finalmente deciso di smettere di ignorarti.
In un’altra fotografia, un uomo sollevava un contenitore e lo svuotava nel camion della raccolta.
Era l’ultima fase di ogni teoria economica.
Compriamo.
Consumiamo.
Buttiamo.
Poi cerchiamo qualcuno disposto a portare via le conseguenze prima che comincino a puzzare.
Le città parlano volentieri di commercio e molto meno di rifiuti.
La prima parola suggerisce crescita.
La seconda rivela che ogni crescita lascia qualcosa a terra.
La sequenza si diradava.
Le cassette lasciavano spazio ai chioschi e alle insegne.
Il commercio cambiava scenografia.
Io continuai a camminare.
Vidi un piccolo chiosco.
Poi una porta di vetro.
Sopra c’era scritto:
*OPEN 24/7.*
Ventiquattro ore su ventiquattro.
Sette giorni su sette.
Nessuna pausa.
Nessuna domenica.
Nessun momento nel quale la città potesse dichiarare di avere già venduto abbastanza.
Le fragole potevano marcire.
Il pane diventare duro.
I fiori perdere la testa.
Il musicista smettere di suonare.
Ma il commercio aveva trovato il modo di non dormire.
Nelle ultime immagini le cassette erano scomparse dall’inquadratura.
L’insegna, invece, era già accesa.
Il mercato chiudeva.
Batumi no.