Back to Listing

La Fiamma che non sta Ferma

La Fiamma che non sta Ferma

Non serve un incendio per capire che qualcosa dentro di te brucia.

A volte basta una candela.

Una fiamma piccola, verticale, ostinata, che se ne sta lì in mezzo al casino del mondo con una dignità che noi esseri umani, francamente, ci sogniamo. Intorno bottiglie, vetri, riflessi, rumore, vite a metà, serate finite male e altre cominciate ancora peggio. Eppure lei resta lì. Accesa. Semplice. Quasi ridicola nella sua fragilità. Eppure viva.

Forse è questo che mi colpisce.

Il fatto che ognuno di noi, nel profondo, abbia quella stessa cosa addosso. Una specie di fuoco interno. Una corrente. Un’ostinazione cieca. Un richiamo che non sempre capiamo, non sempre seguiamo, e che molto spesso confondiamo con desideri idioti, ambizioni di plastica, bisogni presi in prestito dagli altri.

Perché questa è la verità: quasi nessuno sa davvero cosa ci fa qui.

Ci alziamo, lavoriamo, rincorriamo soldi, approvazione, amore, tregue temporanee, orgasmi mal gestiti, vacanze troppo corte e promesse che si sbriciolano al primo lunedì storto. Nel frattempo ci raccontiamo che prima o poi capiremo tutto. Prima o poi arriverà il segnale. La visione. L’intuizione. Il momento perfetto in cui l’universo ci prenderà da parte e ci dirà: tranquillo, vecchio mio, ecco la tua missione, firma qui in basso.

Solo che di solito non va così.

Di solito restiamo qui come ignari coglioni, a tentare di capire quale sia il nostro posto, mentre la vita fa il suo mestiere preferito: metterci fretta quando siamo confusi e confonderci ancora di più quando avremmo bisogno di una direzione.

Eppure quella fiamma resta.

Anche quando facciamo finta di niente.

Anche quando ci perdiamo.

Anche quando viviamo in modalità automatica, con l’anima in stand-by e il cervello pieno di pubblicità, ansie e discorsi inutili.

La prima immagine, per me, parla proprio di questo. Di un fuoco che non ha bisogno di gridare per esistere. Sta lì, piccolo ma presente, come fanno le cose vere. Perché ciò che è autentico non ha bisogno di scenografie disperate. Non ha bisogno di convincere nessuno. Brucia e basta.

Il problema è che noi siamo bravissimi a ignorarlo.

Sappiamo ascoltare il rumore, ma non il richiamo.

Sappiamo inseguire ciò che luccica, ma non ciò che illumina.

E così passiamo anni a sprecare energia per diventare qualcosa che non siamo, mentre dentro di noi una piccola fiamma continua a dire: guarda che non eri venuto qui per questa pagliacciata.

Poi c’è la seconda immagine.

Quelle candeline disposte lungo la discesa, una dietro l’altra, come se qualcuno avesse lasciato lì un percorso. Una traccia. Una specie di invito silenzioso a scendere più a fondo. E forse è proprio questo il punto: la ricerca di sé non è una scalata trionfale. Non è sempre una conquista verso l’alto, non è il discorso da palco con la musica epica sotto.

Molto più spesso è una discesa.

Dentro.

Giù per scale che non sai dove portano.

Attraverso angoli bui di te stesso che avevi decorosamente evitato per anni.

Perché il viaggio interiore, se fatto sul serio, non è una cosa elegante. Non è quel concetto ripulito da copertina spirituale, con la gente sorridente vestita di lino e gli aforismi stampati sopra un tramonto.

No.

Il viaggio interiore è scomodo. A tratti brutale.

Ti costringe a guardare cosa hai fatto, cosa non hai fatto, chi sei stato, chi ti sei venduto di essere, quante volte hai tradito te stesso per paura, per convenienza o per semplice stanchezza. Ti obbliga a sederti davanti ai tuoi vuoti senza cambiare discorso. E questa, per molti, è già una forma di inferno.

Però forse è l’unico modo.

Perché la missione di vita — ammesso che esista davvero in una forma precisa e non sia invece un sentiero che si rivela passo dopo passo — non la trovi in superficie. Non la trovi nel personaggio che mostri. Non la trovi nelle pose, nei ruoli, nelle etichette, nei mestieri raccontati bene. La trovi più sotto. In quella zona dove nessuno applaude e nessuno vede niente.

Lì dove resti solo tu.

E le domande che contano davvero.

Cosa ti accende?

Cosa ti fa sentire vivo senza bisogno di spiegazioni?

Cosa faresti comunque, anche se nessuno ti garantisse successo, soldi o riconoscimento?

Dove senti dolore, dove senti verità, dove senti bellezza?

E ancora: cosa sei disposto a perdere pur di non perdere te stesso?

Sono domande scomode. Rompicoglioni. Di quelle che non puoi liquidare con una frase furba o con un post motivazionale scritto da uno che probabilmente detesta la propria vita più di te.

Ma restano.

Come restano quelle luci lungo i gradini.

Una dopo l’altra.

Non ti mostrano tutto il percorso.

Ti fanno vedere soltanto il passo successivo.

Ed è già moltissimo.

Forse è questa la parte più onesta di tutto il discorso: nessuno vede davvero l’intera mappa. Si procede a brandelli. A intuizioni. A errori. A ritorni improvvisi. A giornate in cui ti senti vicinissimo a qualcosa di importante e altre in cui ti pare di essere soltanto un mammifero confuso che paga bollette e cerca un senso tra un fallimento e una birra.

Eppure, anche in mezzo a tutto questo, qualcosa si muove.

Facciamo casini, sì.

Viviamo momenti bellissimi e subito dopo ne combiniamo uno abbastanza stupido da rovinarci la digestione emotiva per due settimane. Qualche volta facciamo del bene a qualcuno. Qualche altra volta non siamo nemmeno capaci di fare bene a noi stessi. Amiamo male, reagiamo peggio, ci perdiamo nelle persone sbagliate, nei tempi sbagliati, nei desideri storti. Ma intanto impariamo. O almeno ci proviamo.

Forse la missione non arriva come una formula perfetta.

Forse si costruisce così.

Vivendo.

Sbagliando.

Rialzandosi.

Accettando di non essere finiti.

Accettando, soprattutto, che il fuoco interiore non sempre illumina un’autostrada. A volte illumina appena un angolo di scala, un gradino soltanto, e tocca a te avere il coraggio di mettere il piede lì sopra senza sapere tutto il resto.

In fondo credo che questo sia il vero lavoro di una vita.

Non diventare perfetti.

Non diventare invincibili.

Non diventare quello che il mondo trova più spendibile.

Ma avvicinarsi, poco alla volta, a ciò che si è davvero. Proteggere quella fiamma. Non lasciarla spegnere sotto il peso delle aspettative, della paura, della mediocrità organizzata che ci vendono come normalità.

Perché il mondo, diciamolo, non è esattamente progettato per aiutarti a trovare la tua anima. È progettato per renderti produttivo, stanco, distratto e possibilmente docile. Una specie di animale addomesticato con l’abbonamento attivo. Trovare il proprio centro, in un posto del genere, è quasi una forma privata di disobbedienza.
E allora ben vengano le candele.

Ben vengano questi simboli piccoli, fragili, imperfetti, che però continuano a dire qualcosa di enorme. Ci ricordano che la luce non ha bisogno di essere gigantesca per fare il suo mestiere. Basta che resti viva.

Forse il senso sta proprio lì.

Nel custodire il fuoco.

Nel continuare a scendere, quando serve.

Nel non smettere di cercare, anche quando non capisci un accidente.

Nel vivere al meglio delle proprie possibilità, che non sarà mai una formula pulita, ma un miscuglio di intuizione, ferite, errori, atti gentili, notti sbagliate e qualche raro momento di verità assoluta.

Insomma, forse siamo davvero tutti qui a tentare di capire cosa diavolo dovremmo farcene di questa vita.

Ma intanto la fiamma brucia.

E magari è già un inizio.

Quattro candele accese su gradini di legno scuro, con parete ruvida illuminata dal loro bagliore caldo.

Next Post

Il mondo Appartiene alle Formiche

Context menu is not allowed on this website.

Got It!
Back to Top