Egitto, capitolo IV — Dentro il deserto, prima degli incontri
La città finì senza una cerimonia. Le ultime costruzioni rimasero indietro, l’asfalto cominciò a perdere la propria autorità e davanti comparvero strade sterrate, montagne nude e vecchi fuoristrada che sollevavano abbastanza polvere da nascondere per qualche secondo il mondo dal quale stavamo arrivando.
Entrare nel deserto significava lasciare che le cose diminuissero. Prima gli edifici, poi i cartelli, le antenne, le persone e infine il rumore. Rimanevano la terra, il cielo e quelle piste incerte che attraversavano il paesaggio senza offrire la minima garanzia di condurre davvero da qualche parte. I mezzi avanzavano sobbalzando tra le pietre, con sospensioni che probabilmente avevano smesso di credere in Dio molti chilometri prima di noi.
Fuori dal finestrino, il paesaggio sembrava ripetersi e invece cambiava continuamente. La sabbia diventava roccia, le colline si aprivano in vallate, il sole scompariva dietro una cresta e ricompariva più avanti, come se anche lui stesse cercando la strada. Ogni tanto apparivano una costruzione isolata, una piccola moschea, un albero abbastanza ostinato da crescere nel posto sbagliato o un veicolo lontano, ridotto a un punto dentro uno spazio che non sembrava avere alcun bisogno della presenza umana.
Il deserto era tranquillo, ma non vuoto. Il vuoto è qualcosa di morto; quella terra, invece, possedeva una calma vigile, antica, quasi arrogante. Non cercava di intrattenermi, non domandava di essere fotografata bene e non sembrava particolarmente interessata alle mie crisi personali. Era esistita molto prima che io cominciassi a domandarmi quale fosse la mia missione e avrebbe continuato tranquillamente dopo l’ultima delle mie cazzate.
Eppure, proprio per questo, mi faceva respirare.
Quando il mondo esterno si svuota, anche quello che hai dentro comincia a perdere i propri nascondigli. Non ci sono notifiche, vetrine, conversazioni inutili o impegni abbastanza urgenti da impedirti di ascoltare ciò che continui a rimandare. Rimani tu, con le domande che avevi portato fino a lì e quella fastidiosa consapevolezza che attraversare il deserto non ti renderà automaticamente più saggio, ma potrebbe almeno toglierti qualche alibi.
Lo so, “un viaggio dentro sé stessi” è il genere di frase che normalmente compare nella pubblicità di un ritiro spirituale da duemila euro, insieme a una fotografia di una donna vestita di lino che contempla l’alba senza avere mutuo, emorroidi o problemi di parcheggio. Ma quella volta la metafora non mi sembrò del tutto falsa. Ogni chilometro percorso nella polvere mi allontanava dalla parte di me abituata a riempire tutto e mi portava verso qualcosa che ancora non conoscevo.
Il sole cominciò a scendere, allungando le ombre delle montagne e trasformando la terra in una distesa di rame, cenere e oro sporco. Per qualche minuto il deserto sembrò trattenere il respiro. Persino i motori, quando si fermavano, lasciavano dietro di sé un silenzio così vasto da far apparire ridicole molte delle cose alle quali avevo concesso il potere di tormentarmi.
Non avevo ancora trovato risposte. Non avevo incontrato la versione migliore di me stesso e nessuna voce dal cielo aveva deciso di spiegarmi finalmente che cazzo dovessi fare della mia vita. Ma ero pronto a entrare.
Con la macchina fotografica.
Con i desideri ancora irrisolti.
Con il bambino troppo cresciuto seduto da qualche parte dentro di me, questa volta abbastanza educato da non chiedere continuamente quando saremmo arrivati.
Davanti aspettavano il deserto, le persone che lo abitavano e tutto ciò che ancora non sapevo di essere venuto a cercare.
Per il momento bastavano la strada e il silenzio.
Il viaggio vero cominciava lì.