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Il mare non era un panorama – Georgia, capitolo 6

Il mare non era un panorama – Georgia, capitolo 6

Georgia, capitolo VI — Il mare, il tempo perso e il diritto di non produrre niente davanti all’infinito


Dietro il cane c’era il mare.

Non quello delle brochure.

Quello vero.

Freddo, largo, indifferente e pieno di persone che non stavano facendo niente di particolarmente utile.

Dopo un mese a Batumi avevo capito che il mare possedeva almeno due vite.

Nella prima era una vista.

Vista mare.

Due parole capaci di aumentare il prezzo di un appartamento senza aggiungere un solo centimetro all’acqua.

Il mare diventava una prestazione inclusa nel contratto, come il Wi-Fi, la piscina sul tetto e la promessa che il vicino non avrebbe affittato casa a otto ragazzi ubriachi durante il fine settimana.

Nella seconda vita, invece, il mare era un posto.

Ci arrivavi a piedi.

Ti sedevi.

Restavi.

Non dovevi possederlo per guardarlo.

Non dovevi ordinare niente.

Non c’era un cameriere incaricato di domandarti se desiderassi altro proprio quando avevi finalmente raggiunto una forma accettabile di silenzio.

La spiaggia di Batumi non faceva molto per sedurre.

Niente sabbia morbida.

Ciottoli.

Milioni di pietre levigate, bellissime da fotografare e progettate con evidente ostilità nei confronti della colonna vertebrale umana.

Ti sedevi per contemplare l’orizzonte e dopo sette minuti cominciavi a perdere sensibilità a una gamba.

Era una spiritualità molto concreta.

Il corpo impediva all’anima di diventare presuntuosa.

Eppure le persone arrivavano.

Si sistemavano sopra i sassi, sui muretti, sulle piattaforme di cemento, lungo le rocce.

Una donna sedeva da sola davanti all’acqua.

Un ragazzo con le cuffie occupava il proprio rettangolo di mondo mentre, molto più lontano, un’altra figura faceva lo stesso.

Tre persone formavano un piccolo gruppo vicino alla riva.

Due ragazze parlavano sedute sopra un muro coperto di graffiti.

Altri camminavano senza avere l’aria di dover arrivare da qualche parte.

Il mare distribuiva le distanze.

Ognuno poteva scegliere quanto essere vicino agli altri senza dover compilare una dichiarazione sulle proprie condizioni emotive.

In città, stare soli è sospetto.

Se mangi da solo, qualcuno pensa che ti abbiano lasciato.

Se vai al cinema da solo, sembri un uomo al quale gli amici hanno smesso di rispondere.

Se resti seduto sopra una panchina senza guardare il telefono, dopo dieci minuti potresti essere scambiato per un filosofo, un senzatetto o una persona che sta organizzando un reato con una calma preoccupante.

Davanti al mare, invece, la solitudine non richiede spiegazioni.

Guardare l’acqua è già un’attività socialmente accettabile.

Non importa che tu stia pensando all’amore, al denaro, a tua madre, a una decisione sbagliata oppure a un cazzo di niente.

Da fuori il gesto è identico.

Sei una figura davanti all’orizzonte.

La fotografia ti assolve.

Stare soli e sentirsi soli non sono sempre la stessa cosa.

Una è una stanza nella quale entri volontariamente.

L’altra è una porta chiusa dall’esterno.

Le immagini non mi permettevano di sapere quale delle due abitasse quelle persone.

Potevo vedere la distanza.

Non il motivo.

Era importante ricordarlo.

Un uomo solo davanti al mare non è automaticamente triste.

Potrebbe essere finalmente in pace.

Potrebbe avere lasciato a casa una famiglia che ama profondamente e della quale non sopporta più il rumore da circa quarantacinque minuti.

Potrebbe ascoltare musica.

Potrebbe aspettare qualcuno.

Potrebbe non aspettare più nessuno, che in certi periodi della vita rappresenta un risultato considerevole.

Il mare offriva una delle ultime forme di anonimato gentile.

Potevi essere solo senza essere isolato.

Intorno continuavano a esserci corpi.

Una famiglia sopra una piattaforma.

Donne con i bambini.

Un cane disteso sui ciottoli con la tranquillità di chi non ha mai sentito parlare di postura corretta.

Persone che conversavano.

Altre che condividevano soltanto la direzione dello sguardo.

Non era necessario conoscersi.

Bastava stare nello stesso posto.

È una funzione dei luoghi pubblici che abbiamo quasi dimenticato.

Permettere agli sconosciuti di esistere insieme senza dover diventare clienti, amici, follower, contatti professionali o potenziali persone con cui scopare.

In un centro commerciale sei un consumatore.

In un ristorante sei un coperto.

In un albergo sei una prenotazione.

Davanti al mare tornavi a essere un corpo con del tempo.

Una categoria economicamente deludente.

Forse per questo tentiamo continuamente di correggerla.

Attrezziamo il lungomare.

Costruiamo locali.

Organizziamo esperienze.

Vendiamo lettini, cocktail, escursioni, fotografie, appartamenti e lezioni su come respirare correttamente davanti a qualcosa che respira da qualche miliardo di anni senza avere mai acquistato un corso.

Non sopportiamo che una persona possa occupare uno spazio senza produrre valore.

Nemmeno per mezz’ora.

Abbiamo trasformato il riposo in recupero funzionale.

Non riposi perché sei vivo.

Riposi per tornare più efficiente.

Cammini per raggiungere diecimila passi.

Mediti per aumentare la concentrazione.

Vai in vacanza per ricaricarti, espressione che ci descrive come elettrodomestici dotati di ferie annuali e problemi d’infanzia.

Perfino perdere tempo deve dimostrare di essere utile a qualcosa.

Quelle persone, invece, stavano lì.

Almeno nelle fotografie.

Non producevano.

Non miglioravano sé stesse.

Non trasformavano l’orizzonte in contenuto motivazionale.

Guardavano.

Parlavano.

Camminavano.

Uno entrava nell’acqua mentre dietro di lui comparivano il porto, le gru e le montagne ancora segnate dalla neve.

Era quasi nudo davanti a un paesaggio che conteneva l’intera economia della città.

Navi.

Industria.

Turismo.

Edilizia.

Lui, in mezzo, possedeva soltanto un corpo e la discutibile convinzione che fosse una buona giornata per bagnarlo.

Mi sembrò una forma minima di libertà.

Non quella annunciata nei manifesti.

Quella che consiste nel fare una cosa priva di rendimento perché ti va.

Più avanti, sopra i ciottoli, qualcuno aveva piantato una grande croce di metallo.

Davanti all’orizzonte avevamo sentito il bisogno di aggiungere una verticale.

È molto umano.

Il mare non risponde, quindi costruiamo qualcosa che prometta di farlo al posto suo.

Non sapevo chi pregasse lì, se qualcuno pregasse davvero o se quella croce fosse diventata ormai soltanto un altro oggetto attraversato dal vento.

Ma anche lei occupava la spiaggia senza acquistare niente.

Un poco più in là c’era una torretta vuota.

Rossa.

Sollevata sopra i sassi.

Nessun bagnino.

Nessuna estate da sorvegliare.

Poi un pontile interrotto, ridotto a una fila di pilastri che entravano nell’acqua e finivano troppo presto.

Gli esseri umani costruivano strutture per dominare il bordo.

Il mare continuava a passare tra le gambe del progetto.

Non vinceva.

Non perdeva.

Non partecipava alla discussione.

Arrivava sopra i ciottoli.

Si ritirava.

Ripeteva.

La più antica attività non produttiva del pianeta.

Vicino ai grattacieli qualcuno aveva impilato delle pietre.

Una sopra l’altra.

Era il progetto immobiliare più onesto di Batumi.

Nessun rendering.

Nessun attico.

Nessuna promessa di rendimento.

Soltanto un equilibrio provvisorio destinato a essere rovesciato da una mano, dal vento o dalla prima onda abbastanza motivata.

Forse era stato un bambino.

Forse un adulto impegnato a riconnettersi con il proprio bambino interiore dopo avere pagato qualcuno per spiegargli come.

Non importava.

Aveva lasciato un segno che non pretendeva di durare.

In una città ossessionata dal costruire, quella piccola pila accettava serenamente la possibilità di sparire.

La fotografai.

Naturalmente.

Noi fotografi abbiamo una relazione complicata con ciò che scompare.

Diciamo di volerlo salvare.

In realtà spesso vogliamo soltanto essere presenti nel momento in cui accade, così da poter dimostrare più tardi che il tempo ha distrutto qualcosa sotto la nostra supervisione.

Feci volare anche il drone.

Dall’alto la spiaggia diventò una striscia chiara tra la città e l’acqua.

Le persone quasi scomparvero.

Restavano punti.

Distribuiti.

Ordinati dalla distanza.

Era la stessa spiaggia, ma non lo stesso luogo.

Dall’alto vedevi il territorio.

Da terra sentivi i sassi sotto il culo.

Ogni progetto urbano dovrebbe essere discusso da entrambe le posizioni.

La prima mostra quanto spazio esista.

La seconda ricorda che quello spazio tocca qualcuno.

Rimasi a terra.

La luce cambiò lentamente.

Il mare passò dall’azzurro al grigio, poi trattenne una striscia di luce mentre alcune figure continuavano a camminare lungo la riva.

Nessuna rivelazione.

Nessuna promessa.

Una panchina guardava l’acqua.

Un uomo era seduto.

Un altro rimaneva in piedi poco distante.

Non facevano niente che meritasse un titolo.

Ed era esattamente il punto.

Una città non è davvero pubblica quando permette a tutti di passare.

Lo è quando permette a qualcuno di fermarsi senza dover spiegare perché, senza essere cacciato e senza dover comprare il diritto di restare.

Il mare non era un panorama.

Era la stanza più grande di Batumi.

Non aveva pareti.

Non aveva un proprietario credibile.

E per qualche ora accoglieva chiunque avesse tempo da perdere.

Poi alle mie spalle la città cominciò ad accendersi.

Il mare diventò scuro senza bisogno di un’insegna.

Batumi fece il contrario.

La notte, avrei scoperto, possedeva un reparto vendite molto più aggr

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