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Una voce, Due donne e Qualche Guaio

Una voce, Due donne e Qualche Guaio

Ditemi un po’… quante persone vi portate dentro quando nessuno vi guarda? Quella che vive, quella che immagina, quella che si comporta bene e quella che, almeno nella propria testa, manda tutto magnificamente a puttane. Questa volta parliamo di una donna, di un microfono e della creatura che nasce ogni volta che lei comincia a cantare. Una canta la storia. L’altra ci entra dentro con un bicchiere in mano, le calze a rete e abbastanza guai negli occhi da meritarsi un assolo di chitarra. E forse il problema dell’arte è proprio questo: a volte inventiamo personaggi soltanto per permettere a certe parti di noi di vivere senza chiedere il permesso.


Ci sono sere in cui una donna entra in una stanza e non porta con sé soltanto il proprio corpo, il proprio trucco, le proprie gambe o quella smorfia da “so esattamente cosa stai pensando, tesoro, e probabilmente ti conviene tenertelo per te”.

Porta un intero romanzo.

Anzi no, i romanzi sono roba troppo ordinata, troppo educata, troppo piena di capitoli che fanno finta di sapere tutto.

Lei portava una canzone.

Di quelle sporche, graffiate, un po’ ubriache. Di quelle che sembrano nate alle tre di notte, con il rossetto mezzo andato, una sigaretta spenta male e una verità che nessuno aveva il coraggio di dire ad alta voce. Una canzone di quelle che, se le ascolti bene, non ti raccontano semplicemente una storia: ti portano dentro un casino emotivo e poi chiudono la porta dall’esterno.

E in questa sequenza succede esattamente questo.

Prima c’è la voce.

Bianco e nero. Ombre giuste. Un microfono da un’altra epoca, roba da jazz club, whisky barato e uomini con il cuore in saldo. Lei lo stringe come se non stesse cantando una canzone, ma stesse strangolando una confessione. Gli occhi chiusi, la bocca spalancata, il viso contratto in quella smorfia meravigliosa che hanno solo le persone quando smettono di recitare e cominciano a sentire davvero.

Lì non è bella nel senso banale del termine.
Lì è viva.

E la differenza, diciamocelo, è abissale.

Perché belle ne trovi quante ne vuoi. Instagram è pieno di donne impeccabili con lo sguardo vuoto e l’anima in modalità aereo. Vive, invece, molto meno. Vive sono quelle che sembrano sul punto di rompersi o di morderti. Quelle che ti fanno pensare che, se anche ti baciassero, probabilmente ti lascerebbero un livido da qualche parte. Non sulla pelle, magari. Ma da qualche parte sì.

Lei, in bianco e nero, è questo: non una posa, non un personaggio, ma l’animale misterioso che abita sotto il trucco, sotto i vestiti, sotto tutte le frasi intelligenti con cui proviamo a difenderci dagli altri.

Poi però, come in tutte le buone canzoni rock, arriva il cambio.

Ed ecco l’altra lei.

Il colore esplode. Rosa, rosso, ombre calde, un salotto che sembra uscito da un sogno alcolico fra David Lynch e un dopocena finito male. Una poltrona sfondata il giusto, un calice in mano, collant a rete, sguardo di chi conosce perfettamente la differenza fra amore e dipendenza e, se proprio deve essere sincera, non è convinta che la seconda sia sempre la peggiore.

Qui non canta.

Qui recita la canzone.

La canzone ha preso carne, gambe, bocca, sarcasmo.

Non è più la ragazza che mette l’anima in gola. È la ragazza che entra nella storia che quella gola ha generato. Quella che beve lentamente guardandoti come se fossi un’ipotesi trascurabile. Quella che si sdraia sulla poltrona come se il mondo fosse una cosa noiosa ma tollerabile, a patto di avere un buon bicchiere, una luce sbagliata e qualcuno da destabilizzare ogni tanto.

È sbruffona, sì.
Ma nel modo giusto.

Non la sbruffonaggine dei cretini, che è solo un deodorante economico spruzzato sopra l’insicurezza. No. La sua è quella di chi si è fatta male abbastanza da imparare a sorridere mentre affila il coltello. Non necessariamente per usarlo. Più che altro per ricordarti che potrebbe.

Ha qualcosa di profondamente teatrale, eppure vero. Come tutte le persone che si inventano una maschera solo per potersi permettere di dire la verità.

E la verità, in lei, è sempre doppia.

Da una parte la cantante.
Dall’altra il personaggio.

Da una parte la donna che chiude gli occhi e lascia uscire il pezzo.
Dall’altra quella che il pezzo lo abita, lo sporca, ci si sdraia dentro come su un divano disfatto dopo una notte lunga.

Sono due alter ego, sì.
Ma anche due modi diversi di sopravvivere.

Il primo è l’arte.
Il secondo è la leggenda privata.

Il primo dice: questa sono io quando sento.
Il secondo dice: questa sono io quando non voglio farmi prendere viva.

E in mezzo ci sono i dettagli che fanno tutto il lavoro sporco.
Le dita sul bicchiere.
Gli occhi che non cercano approvazione.
La bocca socchiusa come se stesse per raccontarti un segreto o mandarti elegantemente a fare in culo.
Il collo, le luci, il velluto, il caos perfetto del set.

Sembra quasi di sentire il brano mentre la guardi.

Qualcosa con una batteria sporca, una chitarra che non fa la brava, e una voce femminile capace di passare dalla carezza allo schiaffo nello spazio di un ritornello.

E a quel punto capisci che non stai guardando semplicemente una serie di scatti.

Stai guardando una canzone che si scompone in immagini.

Ogni fotografia è una strofa.
Ogni espressione è una rima sbagliata al punto giusto.
Ogni cambio di atmosfera è un accordo minore che ti cade addosso senza chiedere il permesso.

Poi la faccenda si allarga.

La storia esce dal salotto, esce dal microfono, esce dalla stanza e prende aria. Si sposta altrove. Compare un altro corpo, un altro sguardo, un’altra presenza. Un ragazzo. Cappotto scuro, capelli arruffati, l’aria di chi probabilmente pensa troppo e dorme male. Il tipo di faccia che, se fossimo in un romanzo scritto bene, non sarebbe lì per caso. E infatti non c’è mai nessuno per caso in queste storie, anche se tutti fanno finta di sì per darsi un tono.

Lei cambia ancora.

Compare con quel cappotto arancione che sembra una dichiarazione di guerra alla nebbia. Sta sulle scale, sopra di lui, davanti a lui, accanto a lui, contro di lui. Non importa. In ogni inquadratura, la sensazione è la stessa: lei domina la scena anche quando sembra soltanto attraversarla.

Non è più solo la cantante.
Non è più solo il personaggio da salotto.

Adesso è la donna della storia.

Quella che scende le scale come se sapesse qualcosa che gli altri ancora non hanno capito. Quella che guarda un uomo e, nel giro di tre secondi, riesce contemporaneamente a incuriosirlo, confonderlo e metterlo in difficoltà. Una specie di sportivo talento naturale, ma con più fascino e meno fair play.

Tra loro non c’è bisogno di spiegare troppo.
Le storie migliori funzionano così.

Un incontro.
Uno squilibrio.
Un’attrazione che non ha ancora deciso se vuole diventare tenerezza o incidente.

Lei lo guarda da vicino, quasi lo studia. Lui sembra uno che prova a reggere il colpo, ma ha già capito di essere entrato in un territorio dove le regole le scrive qualcun altro. E quel qualcun altro, ovviamente, è lei.

C’è qualcosa di adorabile e pericoloso in questo gioco.

Lei in alto, lui più indietro.
Lei in avanti, lui quasi travolto.
Lei che ride, o forse ruggisce.
Lei che gli copre la bocca, gli invade lo spazio, gli entra nella scena come certe verità che arrivano senza bussare.

È cinema, certo.
Ma è anche una dinamica fin troppo reale.

Perché ci sono persone che non ti seducono chiedendoti di avvicinarti.

Ti seducono spostandoti il pavimento sotto i piedi.

E lei ha esattamente quell’energia lì: non quella della musa. Quella è roba da uomini pigri che vogliono mettere le donne sui piedistalli per evitare di doverci davvero avere a che fare. No. Lei non è una musa. È una scintilla con le gambe. È il pezzo migliore della serata e il guaio peggiore della settimana successiva.

Poi si torna dentro. O forse dentro non ci siamo mai mossi davvero. Perché il bello di certe storie è che il dentro e il fuori non sono luoghi. Sono stati mentali. Il salotto ritorna, il vino anche. Le luci continuano a fare quel loro lavoro magnifico di rendere tutto più sensuale e più falso, che poi è quasi la stessa cosa. Lei beve. Guarda. Pensa. Si lascia guardare senza concedersi del tutto. Ogni immagine sembra dire: Sì, puoi osservare. Ma non pensare di aver capito.

E ha ragione.

Perché una donna così non la capisci in un colpo.
Forse non la capisci proprio.
Forse al massimo la ascolti.

Che, in fondo, è sempre stata la soluzione migliore con le canzoni e con le persone interessanti.

In alcuni scatti sembra stanca. In altri divertita. In altri ancora sembra sul punto di dirti qualcosa di devastante, una di quelle frasi che ti rimangono addosso per settimane, tipo: “Tranquillo, non mi hai deluso. Non mi aspettavo già niente”. E invece poi beve, sorride appena, si volta, si perde altrove.

È qui che la sua doppiezza diventa la parte più affascinante del racconto.

Perché la cantante in bianco e nero è quasi pura intenzione. È nervo, fiato, cuore spalancato. È la parte che crea. Quella che prende il caos e lo trasforma in suono. Quella che suda verità davanti a un microfono vecchio e se ne frega di risultare perfetta.

Mentre la donna in rosso è il risultato narrativo di tutto quel caos. È la fantasia che nasce dall’arte. Il personaggio che un autore inventerebbe dopo aver ascoltato quella voce per troppo tempo. È la traduzione della canzone in carne e provocazione, in sguardi storti e bicchieri mezzi pieni, in una femminilità che non chiede scusa e non promette salvezza.

Una crea.
L’altra brucia.

Una canta il desiderio.
L’altra ci si siede sopra accavallando le gambe.

Una ha gli occhi chiusi perché sente troppo.
L’altra li tiene bene aperti perché sa fin troppo bene cosa succede quando abbassi la guardia.

Ed è proprio lì che il servizio, secondo me, smette di essere semplicemente “bello” e diventa narrativo sul serio.

Perché racconta una cosa che, se ci pensi, conosciamo tutti: nessuno è una persona sola. Tutti abbiamo almeno due versioni di noi stessi. Quella che prova davvero qualcosa e quella che si inventa un personaggio per riuscire a viverlo senza venirne schiacciata. Quella che soffre e quella che fa ironia. Quella che si mette a nudo e quella che si infila addosso il proprio miglior cappotto e dice al mondo di cavarsela da solo.

Lei qui le interpreta entrambe.

E le interpreta bene proprio perché non cerca di renderle ordinate.

Non c’è una morale, non c’è redenzione, non c’è la solita stronzata da fine film indipendente in cui qualcuno finalmente “impara ad amarsi”. Grazie a Dio. Quella roba la lascio ai corsi motivazionali e alle bio Instagram con il font corsivo.

Qui c’è qualcosa di più onesto.

C’è una donna che canta e, cantando, partorisce il proprio doppio.
C’è una donna che beve e, bevendo, sembra ripensare a tutte le volte in cui essere desiderata non era necessariamente la stessa cosa che essere vista davvero.
C’è una donna che incontra un uomo e lo mette in crisi non perché voglia vincere, ma perché non sa esistere in piccolo.
C’è una donna che alla fine, comunque, torna al microfono.

E questa è forse la parte più bella.

Perché dopo il gioco, il vino, il flirt, i guai, i corridoi emotivi, le scale, i corpi troppo vicini, i silenzi, le mezze minacce sexy, i salotti mezzi disfatti e quella solita confusione gloriosa che accompagna le notti degne di essere ricordate… si torna lì.

Alla musica.

Come sempre.

Perché la musica, per certa gente, non è una cornice.
È la confessione finale.
L’unico posto dove la maschera e la faccia vera smettono di litigare e decidono, almeno per tre minuti e mezzo, di convivere.

Nell’ultima parte, quando la rivedi col microfono in mano, con quel gesto un po’ irriverente, un po’ sfacciato, con addosso ancora tutta la sua elettricità, capisci che non importa quante vite abbia dentro. Non importa quanti alter ego la abitino. Non importa se fuori è una ragazza da whisky e occhi storti, o una regina del caos con le reti e la poltrona giusta, o una creatura teatrale apparsa su una scalinata per rovinare meravigliosamente la quiete di qualcuno.

Alla fine, il suo centro resta sempre quello.

La voce.

È lì che tutte le sue versioni si danno appuntamento.

La ribelle.
La romantica maleducata.
La diva da bar notturno.
La ragazza che gioca con il pericolo come se fosse un rossetto nuovo.
La donna che ride addosso al mondo ma poi, in fondo, lo trasforma in una canzone per non farsene schiacciare.

E allora forse questa sequenza racconta proprio questo: non una ragazza e il suo personaggio, ma una ragazza che si moltiplica per riuscire a dire meglio la verità.

Una parte canta.
L’altra vive quello che è stato cantato.
Una mette al mondo il pezzo.
L’altra ci cammina dentro con i tacchi, il vino, le reti, la rabbia, la bellezza e tutti i guai del caso.

E in mezzo ci siamo noi, spettatori, testimoni, poveri idioti con abbastanza memoria per riconoscere quando una fotografia smette di essere solo una fotografia e comincia a somigliare a qualcosa di più pericoloso.

Tipo un ricordo che non abbiamo mai vissuto.
Tipo una donna che non abbiamo mai avuto e che, per questo, continua a sembrarci perfetta.
Tipo una canzone ascoltata troppo tardi in una notte troppo lunga, mentre qualcuno rideva, qualcun altro beveva, tutti erano un po’ rotti, eppure per qualche minuto sembrava che andasse bene così.

Anzi, non bene.

Benissimo.

Perché certe anime non sono fatte per stare composte.
Sono fatte per vibrare.
Per sporcarsi.
Per mettersi in scena.
Per sedurre, urlare, bere, mordere la notte, farsi personaggio e poi tornare umane un istante prima del buio.

Lei, qui, fa esattamente questo.

Prima canta.
Poi diventa la canzone.
Poi se la beve.
Poi la guarda negli occhi.
Poi la trascina su una scalinata.
Poi la stende su una poltrona.
Poi la porta in un salotto mezzo disfatto.
Poi la rimette davanti a un microfono.

E noi, onestamente, non possiamo fare altro che restare lì ad ascoltare.

Perché alcune donne passano.

Altre restano.

E poi ci sono quelle che, anche quando se ne vanno, ti lasciano in testa il ritornello.

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