Egitto, capitolo V — Una giornata tra i beduini, il fuoco e la libertà di avere bisogno di poco
All’alba il fuoco era già acceso.
Non so chi si fosse alzato per primo, chi avesse raccolto la legna o quante volte quelle mani avessero ripetuto lo stesso gesto prima che io arrivassi con la mia macchina fotografica, le batterie cariche e quella curiosità un po’ infantile di chi entra nella vita degli altri sperando di capire qualcosa senza avere ancora imparato la lingua necessaria per domandarlo.
Ricordo le fiamme basse.
Il metallo annerito.
Le caffettiere e i bollitori appoggiati sopra il calore con la naturalezza di oggetti che non erano stati comprati per arredare una scena, ma per compiere il proprio lavoro ogni giorno, fino a perdere il colore originale e diventare della stessa tonalità della cenere.
Intorno al fuoco le persone cominciavano a prendere forma.
Prima sagome contro la luce.
Poi mani.
Tuniche.
Copricapi.
Profili.
Occhi.
Il deserto che avevo attraversato nel capitolo precedente aveva finalmente dei volti.
Io mi aspettavo che l’avventura cominciasse con il rumore di un motore, una pista difficile, magari una jeep lanciata tra le montagne con il genere di musica che nei film annuncia l’imminente trasformazione spirituale di un uomo bianco mediamente confuso.
Cominciò con qualcuno che mi porgeva un bicchiere di tè.
Piccolo.
Caldo.
Rosso contro la luce del mattino.
Probabilmente abbastanza zuccherato da rimettere in piedi un cammello depresso.
Nessuno mi chiese chi fossi davvero, che cosa cercassi nel deserto o quale particolare disordine emotivo mi avesse convinto ad attraversare migliaia di chilometri per fotografare bollitori, mani e persone che fino a pochi minuti prima non conoscevo.
Il tè arrivò prima delle domande.
Forse l’ospitalità funziona così quando non è stata trasformata in una prestazione.
A casa nostra, invitare qualcuno significa concordare una data con tre settimane di anticipo, domandare intolleranze, preferenze, allergie, orientamento politico, posizione sulla cipolla e rapporto irrisolto con il glutine, per poi trascorrere metà della serata a scusarsi perché qualcosa non è venuto esattamente come nella fotografia della ricetta.
Lì qualcuno versò il tè.
Io lo presi.
Fine della procedura amministrativa.
Il fuoco non era soltanto il luogo nel quale si preparava da bere. Era cucina, riscaldamento, punto d’incontro, orologio e probabilmente anche una discreta alternativa alla televisione, con il vantaggio che la legna che brucia racconta storie migliori di buona parte dei programmi trasmessi dopo cena.
Le persone gli sedevano intorno senza quella nostra agitazione da adulti occidentali convinti che stare fermi richieda una giustificazione medica.
Non sembravano aspettare che cominciasse qualcosa.
Quello era già qualcosa.
Parlavano.
Guardavano il fuoco.
Versavano altro tè.
Restavano in silenzio.
Ogni gesto aveva il proprio tempo e nessuno sembrava interessato a ottimizzarlo.
Noi abbiamo inventato applicazioni capaci di risparmiarci sette minuti e poi trascorriamo quei sette minuti guardando il telefono di qualcuno che non conosciamo mentre prepara una colazione che non mangeremo mai.
Loro sedevano.
Il tempo non veniva risparmiato.
Veniva vissuto.
Non voglio trasformare quella giornata nell’ennesima favola sulla purezza di una popolazione rimasta miracolosamente fuori dalla modernità, perché tra le immagini c’erano fuoristrada, telefoni, vestiti contemporanei, oggetti di plastica, generatori e uomini perfettamente capaci di controllare uno schermo mentre intorno passavano cammelli.
E meno male.
Non avevo attraversato il deserto per visitare un museo antropologico nel quale degli esseri umani fossero obbligati a rimanere immobili dentro una nostra idea di autenticità.
I beduini che incontrai non vivevano fuori dal tempo.
Vivevano dentro più tempi contemporaneamente.
Accendevano il fuoco come avevano fatto generazioni prima, poi rispondevano al telefono.
Guidavano cammelli e Toyota.
Preparavano il pane sulla brace e commerciavano con persone arrivate da paesi nei quali il pane viene consegnato da un ragazzo localizzato in tempo reale sopra una mappa.
La tradizione non era una teca di vetro.
Era qualcosa che continuava a muoversi, adattarsi, sporcarsi e sopravvivere.
Mi colpirono soprattutto i volti.
Un uomo anziano portava un tessuto chiaro avvolto intorno alla testa e guardava davanti a sé con un’espressione che non riuscivo a tradurre. Aveva la pelle attraversata da rughe profonde, il genere di lineamenti che un fotografo adora perché la luce vi entra, si ferma e comincia immediatamente a raccontare storie anche quando non ne conosce una sola.
Avrei potuto scrivere che quelle rughe contenevano la saggezza del deserto.
Suona bene.
È anche una stronzata piuttosto comoda.
Una ruga dimostra che la pelle ha attraversato il tempo, il sole, il vento e tutto ciò che le è accaduto nel mezzo. Non certifica che il suo proprietario abbia compreso l’universo, perdonato i nemici o scoperto il segreto della felicità.
Forse quell’uomo era saggio.
Forse era testardo.
Forse aveva commesso errori magnifici e altri completamente idioti.
Forse amava qualcuno.
Forse non sopportava il ragazzo seduto accanto a lui.
Io non lo sapevo.
Sapevo soltanto che il suo volto mi tratteneva.
Gli occhi non chiedevano di essere interpretati. Restituivano lo sguardo e, per qualche secondo, la fotografia smetteva di essere un atto nel quale io osservavo lui e diventava il momento molto meno rassicurante nel quale lui osservava me.
La curiosità possiede sempre due facce.
Da una parte c’è il desiderio sincero di conoscere una vita differente dalla propria, di capire come mangiano, lavorano, crescono i figli, si spostano, costruiscono riparo e trascorrono le ore persone che abitano un luogo tanto distante dalle nostre case piene di porte, prese elettriche e oggetti acquistati per risolvere problemi che non sapevamo di avere.
Dall’altra c’è il rischio di trattare quelle persone come risposte ambulanti alle nostre crisi.
Io arrivavo curioso.
Ma la curiosità, quando porta un obiettivo davanti al viso, può diventare una forma educata di invasione.
Per questo cercavo di fotografare senza pretendere di possedere.
Aspettavo.
Guardavo.
Qualche volta ricevevo un sorriso.
Altre volte indifferenza.
In certi sguardi c’era una domanda che non avrei saputo formulare nemmeno nella mia lingua: che cosa troverai nel mio volto che non riesci a trovare nel tuo?
Non avevo una risposta.
Continuavo a scattare.
I bambini attraversavano l’accampamento senza preoccuparsi troppo della composizione delle mie fotografie. Stavano vicino agli adulti, seguivano gli animali, comparivano dietro una porta, sopra un gradino, accanto a una tavola o sotto l’ombra rara di un albero che nel deserto sembrava avere ottenuto un permesso speciale direttamente da Dio.
Uno di loro teneva la corda di un cammello.
Un altro osservava gli uomini.
Una bambina rimaneva vicino alla madre mentre lei lavorava.
Non c’era una linea netta tra il mondo degli adulti e quello dei più piccoli. La vita accadeva nello stesso spazio, davanti agli stessi animali, allo stesso fuoco e sotto lo stesso cielo.
Questo non significava che la loro infanzia fosse migliore, più libera o più autentica.
Avevo già imparato quanto sia facile scambiare l’assenza delle nostre protezioni per libertà, soprattutto quando non siamo noi a doverne pagare le conseguenze.
Ma c’era una vicinanza alla vita concreta che mi colpiva.
Gli animali non erano illustrazioni dentro un libro.
Il pane non arrivava dentro una confezione.
Il fuoco non si accendeva premendo un pulsante.
Ogni cosa conservava ancora il gesto che la rendeva possibile.
Vidi una donna preparare il pane.
La farina passava tra le mani, l’impasto veniva lavorato sopra una superficie bassa e poi steso vicino al fuoco, appoggiato sul metallo caldo, quasi dentro la cenere.
Non c’erano guanti usa e getta, piani in marmo disinfettati o un uomo con la barba perfettamente curata pronto a spiegare in un video di ventisette minuti l’importanza della lievitazione consapevole.
C’erano mani che sapevano che cosa fare.
Il pane cuoceva.
Qualcuno lo girava.
Qualcun altro spostava la brace.
La polvere entrava nella scena senza chiedere permesso, perché nel deserto la polvere non è un incidente domestico: è una comproprietaria piuttosto invadente.
Quando fu pronto, il pane venne spezzato.
Passò da una mano all’altra.
Arrivarono piatti semplici, ciotole, formaggio, qualcosa da raccogliere con le dita e condividere senza quella nostra ossessione di assegnare a ogni commensale il proprio piccolo territorio di ceramica.
Mangiammo vicini.
Il cibo non veniva presentato.
Veniva offerto.
È una differenza minuscola eppure enorme.
Presentare significa aspettare una reazione, sperare che l’altro noti il lavoro, la qualità degli ingredienti, l’accostamento dei colori e magari quella riduzione di aceto balsamico disegnata sul piatto come l’elettrocardiogramma di un cuoco prossimo a un esaurimento nervoso.
Offrire significa spingere qualcosa verso di te perché tu abbia da mangiare.
Non serve altro.
Il pane aveva il sapore del fuoco.
Forse anche un po’ di cenere.
Sopravvissi.
Il mio sistema immunitario non convocò nessuna conferenza stampa e, per una volta, mangiare non fu un’interruzione inserita tra due attività più importanti.
Era l’attività importante.
Le donne comparivano tra tessuti, tavoli bassi, impasti, piccoli oggetti e file di manufatti colorati. Alcune avevano il volto scoperto, altre lasciavano visibili soltanto gli occhi. Esponevano bracciali, contenitori, decorazioni, cose costruite o raccolte per essere vendute a persone come me.
Anche quella era vita del deserto.
Non volevo fingere che tutto ciò che vedevo esistesse indipendentemente dal nostro arrivo. Una parte di quella giornata era incontro, una parte lavoro, una parte rappresentazione e una parte quotidianità, e probabilmente nessuno, nemmeno loro, avrebbe saputo separare perfettamente le cose.
Noi turisti desideriamo sempre l’esperienza autentica, purché inizi all’orario indicato, sia raggiungibile con aria condizionata e termini abbastanza presto da permetterci di rientrare per cena.
Pretendiamo che le persone siano spontanee secondo programma.
Poi ci offendiamo se provano a venderci qualcosa.
Io non sapevo quanto di ciò che fotografavo appartenesse a un giorno qualunque e quanto fosse stato disposto per accoglierci, ma sapevo che le mani erano vere, i volti erano veri, il calore del fuoco era vero e il denaro che quelle persone cercavano di guadagnare sarebbe rimasto vero anche dopo che noi ce ne fossimo andati.
Le stoffe stese dentro le tende esplodevano di rosso, nero, bianco, giallo e verde.
Fuori il paesaggio sembrava aver firmato un contratto di esclusiva con il marrone.
Dentro, invece, ogni superficie rifiutava la moderazione.
Cuscini.
Tappeti.
Motivi geometrici.
Coperte abbastanza colorate da provocare un attacco di panico a qualunque arredatore scandinavo convinto che la felicità umana dipenda dall’eliminazione cromatica.
Mi piaceva quella differenza.
La casa non era definita dalle pareti, che spesso erano leggere, aperte o costruite con ciò che il luogo concedeva. Era definita dal modo in cui lo spazio veniva utilizzato.
Un tappeto trasformava la terra in un posto nel quale sedersi.
Un tessuto creava ombra.
Un fuoco diventava cucina.
Una teiera dichiarava che qualcuno sarebbe rimasto abbastanza a lungo da avere sete.
Forse una casa comincia molto prima dei mattoni.
Comincia quando qualcuno decide che lì si può stare insieme.
Gli animali attraversavano continuamente la giornata.
Cammelli seduti accanto agli alberi, cavalli, asini, un puledro vicino alla madre, cani che passavano tra le persone e perfino un gatto che camminava sopra i tappeti con l’arroganza internazionale della propria specie, perfettamente convinto che anche il deserto fosse stato creato per offrirgli superfici differenti sulle quali ignorare gli esseri umani.
I cammelli, in particolare, conservavano quell’espressione offesa di chi sembra avere appena letto le condizioni del proprio contratto e scoperto che non erano previste ferie.
Da lontano diventavano sagome nobili contro il sole.
Da vicino erano corpi enormi, ginocchia improbabili, denti, corde, selle consumate e un odore che la fotografia, misericordiosamente, non è ancora in grado di archiviare.
Per le persone che li conducevano non erano simboli dell’Egitto.
Erano animali da accudire, guidare, far riposare e utilizzare.
Ancora una volta, ciò che per me rappresentava l’avventura per qualcun altro era lavoro.
Ma questa volta la differenza non costruì subito una distanza.
Gli uomini che ci guidavano non rimasero semplicemente “le guide”.
Con il passare delle ore i loro volti diventavano familiari. Riconoscevo il modo in cui uno sorrideva, quello in cui un altro avvolgeva il tessuto intorno alla testa, chi parlava di più, chi preferiva osservare, chi versava il tè sollevando la teiera abbastanza in alto da trasformare un gesto quotidiano in una piccola dimostrazione di precisione.
Uno di loro aveva un sorriso largo e un volto scavato, incorniciato da una kefiah rossa. Guardava la macchina fotografica senza irrigidirsi, come se avesse già capito che io avrei trascorso l’intera giornata a inseguire la luce sopra la sua faccia e avesse deciso di perdonarmi in anticipo.
Preparava il tè.
Muoveva i bollitori.
Riempiva i bicchieri.
Rideva.
Ogni volta che pensavo che il rito fosse terminato, compariva un’altra teiera.
Cominciai a sospettare che nel deserto il tè non fosse una bevanda, ma una forma liquida di punteggiatura.
Segnava gli incontri.
Le pause.
Il cibo.
Le partenze.
I ritorni.
Se nessuno sapeva che cosa fare, si preparava altro tè e improvvisamente ogni cosa sembrava di nuovo possedere una struttura.
Partimmo con i fuoristrada.
Gli uomini si appoggiavano alle portiere, salivano, scendevano, parlavano tra loro, sistemavano qualcosa sul tetto e riprendevano la strada. Dentro una Land Cruiser il deserto perdeva per qualche minuto la propria aura biblica e diventava ciò che è per chi deve attraversarlo: terreno, direzione, ostacolo, scorciatoia, lavoro.
Loro leggevano le piste dove io vedevo soltanto pietre.
Riconoscevano passaggi, montagne, distanze.
Non servivano cartelli.
Il paesaggio che a me sembrava ripetere continuamente la stessa frase, per loro possedeva accenti differenti.
Io non ero andato lì per farmi spiegare il deserto come un concetto.
Quello sarebbe arrivato dopo.
In quel momento volevo soltanto osservare come ci si muoveva dentro, come si abitava un luogo senza pretendere di addomesticarlo completamente, come si costruiva una giornata usando ciò che avevi vicino e conoscendo abbastanza bene il territorio da non aver bisogno di riempirlo di indicazioni.
Seguimmo gli animali.
Incontrammo uomini seduti vicino alle rocce, ragazzi che tenevano corde, famiglie raccolte sotto ripari fragili, persone che apparivano tra le montagne e poi scomparivano di nuovo dietro un veicolo o una piega del terreno.
La vita non occupava il deserto.
Vi compariva dentro.
Piccola.
Mobile.
Ostinata.
Nei villaggi e negli accampamenti ogni oggetto sembrava aver ricevuto più di un incarico. Un contenitore diventava seduta, un pezzo di legno alimentava il fuoco, una stoffa serviva come parete, ombra, coperta e sfondo per una fotografia molto più bella di quanto avessi il diritto di aspettarmi.
Niente sembrava essere lì soltanto per occupare spazio.
Io venivo da una vita nella quale esistono cassetti pieni di cavi appartenuti a dispositivi morti da almeno dieci anni, conservati perché un giorno potrebbero misteriosamente tornare utili durante un’emergenza tecnologica che nessuno ha mai definito.
Avevo stanze.
Scaffali.
Armadi.
Hard disk.
Obiettivi.
Custodie per proteggere le custodie.
Eppure passavo buona parte del tempo con la sensazione che mancasse qualcosa.
Lì le cose erano poche e la mia prima tentazione fu quella di pronunciare la solita frase idiota.
Hanno poco, ma sono liberi.
No.
Io non conoscevo abbastanza le loro vite per dichiararli liberi, felici o segretamente più evoluti di noi. Non ero abbastanza coglione da scambiare una giornata affascinante per una condizione esistenziale, né la mia visita temporanea per la loro quotidianità.
Io potevo andarmene.
Avevo una stanza ad aspettarmi.
Acqua corrente.
Una doccia.
Un biglietto di ritorno.
Il diritto di trovare poetica la scarsità sapendo che non sarei stato costretto a viverla quando avesse smesso di essere fotogenica.
Ma una cosa potevo dirla.
Quel giorno fui io a sentirmi libero con poco.
Non perché il poco fosse moralmente superiore, non perché la povertà possedesse un potere purificatore e non perché avessi improvvisamente deciso di rinunciare alle comodità, al conto corrente e a tutti quei meravigliosi progressi della civiltà che permettono di sedersi sopra un gabinetto senza controllare prima se ci viva uno scorpione.
Mi sentivo libero perché, per qualche ora, avevo bisogno soltanto di ciò che era già lì.
Un posto dove sedermi.
Qualcosa da bere.
Pane caldo.
Persone con cui condividere il tempo.
Una direzione quando ci spostavamo.
Il fuoco quando arrivava il freddo.
Nessuna parte di me doveva dimostrare di essere produttiva, interessante, desiderabile, economicamente promettente o emotivamente risolta.
Non dovevo presentare un progetto.
Non dovevo spiegare chi sarei diventato.
Non dovevo controllare se qualcuno avesse risposto.
Ero un uomo seduto sopra un tappeto, con un bicchiere caldo tra le dita e la polvere sulle scarpe.
Per qualche ora bastò.
Era questa la libertà che sentivo.
Non l’assenza delle cose.
L’assenza di tutte le versioni di me che, nella vita normale, pretendevano continuamente attenzione.
Il fotografo rimaneva, naturalmente.
Quello stronzo non si prende mai un giorno libero.
Continuava a osservare il fumo, le mani, il sole sopra i volti, gli animali controluce e i bambini che attraversavano l’inquadratura proprio nel momento in cui ogni elemento sembrava finalmente essersi disposto alla perfezione.
Ma anche la fotografia era cambiata.
Non cercavo più un’immagine capace di riassumere “i beduini”.
Sarebbe stato ridicolo.
Centotrentadue fotografie non potevano spiegare quelle persone, figuriamoci una sola.
Cercavo frammenti.
Il pollice annerito che teneva una teiera.
La mano che staccava il pane.
La bambina appoggiata a un cuscino.
Un uomo seduto davanti a un tessuto rosso.
Un vecchio che guardava altrove.
Un ragazzo vicino a un cavallo.
Il fumo che saliva davanti a un volto e per un istante lo divideva tra ciò che potevo vedere e tutto ciò che mi sarebbe rimasto sconosciuto.
Le fotografie non avrebbero raccontato come vivevano i beduini.
Avrebbero raccontato come li avevo incontrati io.
È una pretesa più piccola.
E proprio per questo, forse, più onesta.
Il sole continuava a spostarsi.
La luce dura del giorno entrava tra le tende, cancellava le ombre e rendeva ogni pietra più precisa. Poi cominciò ad abbassarsi, il paesaggio perse la propria brutalità e le montagne si disposero una dietro l’altra, sempre più chiare, come se il mondo stesse lentamente dimenticando i propri contorni.
Gli animali tornarono a essere sagome.
Le persone si raccolsero di nuovo.
Il fuoco, acceso all’inizio della giornata, riprese il centro della scena.
Era rimasto lì mentre noi ci muovevamo.
Aveva scaldato l’acqua, cotto il pane, annerito il metallo, riempito l’aria di fumo e offerto alle mani qualcosa intorno a cui incontrarsi.
All’alba era una necessità.
Al tramonto diventava compagnia.
Sedemmo ancora.
Il cielo cambiava colore senza preoccuparsi di risultare originale. Aveva già eseguito quello spettacolo miliardi di volte e non sembrava soffrire del bisogno di aggiornare il repertorio.
Qualcuno versò altro tè.
Il bicchiere mi scaldò le dita.
Guardai i volti che ormai riconoscevo e pensai a quanto velocemente una persona possa smettere di essere parte del paesaggio quando le hai visto compiere un gesto semplice.
Ridire.
Mangiare.
Parlare con un bambino.
Sistemare una coperta.
Prendere in giro un amico.
Controllare il telefono.
Versarti da bere.
All’inizio erano “i beduini”.
Alla fine della giornata erano uomini, donne, ragazzi, anziani e bambini che avevano occupato per qualche ora la mia memoria con i propri lineamenti, i propri silenzi e tutte quelle parti di sé che nessuna fotografia sarebbe mai riuscita a trattenere.
Non avevo imparato come vive un popolo.
Avevo condiviso una giornata con alcune persone.
Era molto meno.
Era anche molto più vero.
Quando il sole scomparve dietro le montagne, un cammello rimase immobile contro la luce e un bambino gli stava vicino tenendo la corda. I loro corpi diventarono neri, privi di dettagli, ridotti a una forma antica che avrebbe potuto appartenere a qualunque secolo.
Scattai.
Naturalmente.
Era il genere di immagine che ogni fotografo spera di incontrare e poi finge di avere previsto.
Ma il ricordo più forte non fu quella silhouette perfetta.
Fu il posto che qualcuno aveva liberato accanto al fuoco.
Il bicchiere che mi era stato passato.
Il pane spezzato.
La sensazione inattesa di non dover chiedere il permesso di restare.
Ero entrato nel deserto credendo che l’avventura sarebbe consistita nell’attraversarlo.
Quel giorno capii che prima di ascoltare un luogo bisogna incontrare chi lo abita, osservare le sue mani, accettare ciò che offre e smettere almeno per qualche ora di pretendere che ogni esperienza ci consegni una risposta sulla nostra vita.
Il deserto avrebbe parlato dopo.
Prima vennero loro.
Non si entra davvero in un luogo quando finisce la strada.
Ci si entra quando qualcuno, senza sapere quasi nulla di te, sposta il proprio corpo e ti fa spazio accanto al fuoco.