Egitto, capitolo III — Marsa Alam di notte, fuori dal recinto delle vacanze
Una città turistica ha sempre due notti.
Una viene illuminata per chi ha pagato.
L’altra continua per chi ci vive.
Nella prima ci sono piscine accese dal basso, cocktail che costano quanto una giornata di lavoro, buffet abbastanza grandi da sfamare un piccolo esercito e persone abbronzate che si lamentano perché il Wi-Fi non arriva bene fino al lettino.
Nella seconda ci sono negozi ancora aperti, motociclette, vecchie automobili, cibo cotto dietro vetri appannati, uomini che parlano sul bordo della strada e bambini che trasformano qualunque pezzo di mondo gli adulti abbiano lasciato loro in un posto nel quale giocare.
Quella sera volevo vedere la seconda.
Non per sentirmi più coraggioso dei turisti rimasti dentro il resort.
Non stavo attraversando il confine di una zona di guerra e nessuno avrebbe prodotto un documentario sulla mia eroica spedizione oltre il braccialetto all-inclusive.
Ero soltanto curioso.
Una curiosità sincera, anche se non completamente innocente.
Volevo sapere come fosse Marsa Alam quando smetteva di servire la vacanza degli altri.
Volevo vedere le strade, i volti, i negozi e la vita quotidiana fuori da quella parte d’Egitto progettata per convincermi che il mondo intero potesse essere una piscina davanti al Mar Rosso.
E volevo fotografare.
Naturalmente.
I fotografi possiedono questa fastidiosa deformazione: davanti alla vita vogliono esserci, ma desiderano anche portarsene via un pezzo.
Entrai in città con la macchina fotografica e poco tempo.
Era fuori stagione.
La sera sembrava trattenuta.
Non c’era la folla che avevo immaginato, nessun fiume umano da attraversare e nessun caos cinematografico disposto a offrirmi gratuitamente il ritratto definitivo dell’Egitto autentico.
La città era rada.
Alcune strade quasi vuote.
Poche persone.
Luci separate da grandi porzioni di buio.
Marsa Alam non aveva alcuna intenzione di organizzare uno spettacolo soltanto perché io ero arrivato con un obiettivo luminoso e aspettative da occidentale emotivamente affamato.
Mi offrì ciò che c’era.
Non era molto.
Ma era vero.
Il primo passaggio sembrava un corridoio lasciato a metà.
Lampade calde sulle pareti.
Tavole accatastate.
Tessuti appoggiati ai lati.
In fondo, un negozio esplodeva di luce, colori, souvenir, pupazzi e piccoli oggetti abbastanza numerosi da far sembrare l’ingresso il risultato di un attacco epilettico del capitalismo.
Una donna osservava la merce.
Tutto il resto del passaggio rimaneva in ombra.
La città sembrava funzionare così.
Non un’illuminazione continua.
Isole.
Un negozio acceso.
Una porta.
Un volto.
Poi di nuovo il buio.
Nel resort la luce serviva a cancellare la notte.
Lì serviva a ritagliare abbastanza spazio perché qualcosa potesse continuare.
Vendere.
Cucinare.
Incontrarsi.
Aspettare.
Un uomo stava dentro un piccolo negozio pieno di bottiglie, essenze e contenitori.
Portava una giacca chiara sopra la camicia e parlava mentre muoveva le mani. Teneva un bicchiere o un piccolo recipiente metallico, intento a spiegare qualcosa che non comprendevo.
Forse un profumo.
Forse un olio.
Forse una bevanda.
Forse stava soltanto cercando di vendermi una sostanza capace di curare il mal di testa, la perdita dei capelli, l’impotenza e quella generale sensazione di aver sprecato metà della propria vita.
In Egitto, se una bottiglia è abbastanza piccola e l’uomo che la vende abbastanza convincente, probabilmente può fare tutte e quattro le cose.
Il negozio era stretto.
Ogni superficie conteneva qualcosa.
Non c’era spazio vuoto.
Il vuoto è un lusso estetico inventato da persone che possiedono abbastanza denaro da comprare una casa enorme e riempirla con un tavolo, una pianta triste e una lampada da quattromila euro progettata per sembrare un tubo dimenticato da un idraulico.
Lì ogni centimetro doveva lavorare.
Una mensola sosteneva bottiglie.
Un’altra scatole.
Il bancone divideva il venditore dal cliente e, nello stesso momento, li obbligava a stare vicini.
Poco più avanti un uomo anziano era fermo accanto a una vetrina di orologi.
Ne indicava uno.
Oppure mi stava spiegando qualcosa.
Il suo gesto rimase sospeso vicino al vetro.
Dietro di lui gli orologi erano allineati, immobili e perfettamente visibili.
Decine di piccoli quadranti impegnati a misurare il tempo in una città nella quale io sarei rimasto soltanto poche ore.
Mi sembrò una presa per il culo piuttosto elegante.
Io avevo poco tempo e lui lo vendeva.
Avrei voluto comprarne una settimana.
Restare.
Camminare senza fretta.
Tornare nelle stesse strade abbastanza volte da smettere di essere lo sconosciuto con la macchina fotografica.
Capire chi apriva i negozi, chi li chiudeva, quali persone tornavano ogni sera e quali invece stavano soltanto attraversando quel pezzo di città.
Ma il tempo non funziona così.
Puoi acquistare un orologio.
Non le ore che hai già promesso a qualcun altro.
La fotografia aiutava.
O almeno fingeva di farlo.
Un centesimo di secondo conservato per sempre.
Una truffa meravigliosa.
Ti convince di avere salvato il tempo quando hai soltanto imbalsamato la sua superficie.
Dentro un’altra vetrina brillava una lampada costruita con piccoli frammenti di vetro colorato.
Gialli.
Arancioni.
Irregolari.
La luce attraversava ogni pezzo e rendeva belle perfino le crepe.
Mi fermai.
Il vetro era stato spezzato, ordinato e ricomposto.
Qualcuno aveva preso frammenti differenti e li aveva costretti a collaborare per produrre luce.
Era una buona metafora.
Forse troppo buona.
Gli scrittori dovrebbero essere multati ogni volta che incontrano un oggetto rotto e decidono immediatamente che rappresenti l’anima umana.
Quella sera, però, il vetro sarebbe tornato.
In una forma meno poetica.
Per il momento era ancora dentro una lampada.
Protetto.
Esposto.
In vendita.
Fuori passavano le motociclette.
Un ragazzo era fermo sopra una moto nera, i sandali a terra e una tunica chiara raccolta sulle gambe. Mi guardò con un’espressione diretta, non ostile e non particolarmente interessata a rendermi più semplice la fotografia.
Dietro di lui due uomini attraversavano la strada.
Automobili vecchie scorrevano sotto i lampioni.
Piccoli mezzi a tre ruote sostavano vicino ai negozi, metà motocicletta e metà cassone, come se due veicoli differenti si fossero ubriacati, avessero scopato e nove mesi dopo fosse nato il trasporto urbano egiziano.
Tutto sembrava in movimento senza avere fretta.
Un’automobile color sabbia era parcheggiata davanti a una fila di locali accesi.
Aveva l’età e la postura di un animale che avesse smesso da tempo di aspettarsi cure veterinarie.
Intorno, persone compravano, parlavano e aspettavano.
Un ragazzo si appoggiava a un piccolo pick-up.
Una donna discuteva con qualcuno.
Un bambino rimaneva vicino agli adulti.
Il fumo di una cucina saliva sopra le insegne.
La strada non era bella nel modo in cui un luogo turistico pretende di esserlo.
Non era pulita.
Non era coordinata.
Non aveva scelto una palette cromatica o nascosto i cavi per migliorare la soddisfazione del cliente.
Aveva insegne rosse.
Neon verdi.
Polvere.
Asfalto.
Carrozzerie consumate.
Vestiti differenti.
Persone che entravano nell’inquadratura senza sapere quale ruolo avrei assegnato loro più tardi.
Era bella perché non stava cercando di esserlo.
Un uomo cucinava dietro una struttura di vetro e metallo.
La testa abbassata.
Una mano reggeva l’utensile.
Sotto la piastra si vedeva il fuoco.
Accanto aspettavano piatti, verdure, bicchieri di plastica e tavoli quasi vuoti.
Non c’erano clienti sufficienti a giustificare una grande fretta.
Lui lavorava comunque.
Anche le serate lente devono essere attraversate.
Il cibo non può permettersi crisi esistenziali.
Va tagliato.
Scaldato.
Girato.
Servito.
Il lavoro possiede questa qualità brutale: continua a chiedere gesti concreti anche quando la mente avrebbe preferito dedicarsi a qualche elegante forma di disperazione.
Forse è per questo che, a volte, ci salva.
Non risolve niente.
Ma ti mette qualcosa tra le mani.
Poco dopo apparvero i bambini.
Prima un gruppo intorno a una motocicletta con un cassone blu.
Parlavano tutti insieme.
Uno era seduto sopra il mezzo.
Gli altri si stringevano intorno, sorridendo, discutendo e guardando la macchina fotografica.
Non sembravano intimiditi.
La curiosità aveva battuto la prudenza con una facilità che negli adulti richiede normalmente tre bicchieri.
Uno avanzava.
Un altro rideva.
Qualcuno tentava di entrare nell’inquadratura.
La fotografia non era più un furto silenzioso.
Era diventata un gioco.
Io puntavo l’obiettivo.
Loro decidevano che cosa farmi vedere.
Quella parte mi piaceva.
Restituiva un po’ di potere a chi stava davanti alla macchina fotografica.
Un bambino non conosce la teoria della rappresentazione, il colonialismo dello sguardo o tutte quelle espressioni che gli adulti utilizzano durante conferenze molto serie per spiegare perché abbiano fotografato qualcuno senza chiedergli il nome.
Conosce una cosa più semplice.
C’è una macchina fotografica.
Voglio vedere che cosa succede se faccio questa faccia.
Uno di loro si mise le dita intorno agli occhi.
Le allargò.
Sorrise.
Mi regalò una maschera costruita con le mani, trasformando il ritratto in una piccola presa per il culo.
Perfetto.
Io cercavo la vita vera.
Lui mi ricordava che la vita vera comprende anche un bambino che vede un fotografo straniero e decide di fare il coglione.
Soprattutto quello.
Un altro bambino stava accanto a un muro di mattoni non rifinito.
Maglietta rossa.
Pantaloncini larghi.
Una mano appoggiata allo spigolo.
Sorrideva appena.
A sinistra c’erano insegne, negozi e luci.
A destra il muro nudo.
Sembrava stare esattamente tra due versioni della città.
Quella pronta per vendere.
E quella ancora da finire.
Il mattone esposto non cercava di nascondere il modo in cui l’edificio era stato costruito. Nessun intonaco, nessuna decorazione, nessun tentativo di far credere che le cose nascano già complete.
Il bambino non sembrava interessato.
Era casa.
O strada.
O semplicemente il punto nel quale si era fermato.
Siamo noi visitatori a cercare simboli.
Per chi vive in un luogo, un muro è spesso soltanto un cazzo di muro.
Tre ragazzine mi vennero incontro poco dopo.
Una indossava una felpa rosa con un grande marchio sul petto.
Un’altra portava una tuta rossa coperta di loghi.
Si abbracciavano.
Ridevano.
Una terza rimaneva indietro, appena fuori fuoco, incuriosita e prudente.
I marchi avevano viaggiato bene.
Le multinazionali possiedono un talento quasi commovente nel raggiungere ogni parte del pianeta. Può mancare un marciapiede decente, ma il nome di un’azienda americana troverà comunque il modo di arrivare sopra una felpa.
Non sapevo se quei vestiti fossero originali.
Non importava.
Il desiderio non ha bisogno del certificato di autenticità.
Indossiamo parole, simboli e città lontane per provare, almeno per qualche ora, a essere qualcosa di più grande del luogo nel quale siamo nati.
New York.
Parigi.
Levi’s.
Chanel.
Marchi capaci di attraversare confini che le persone, molto spesso, non potranno mai attraversare con la stessa facilità.
Le bambine sorridevano.
Ma avevo già imparato la lezione del giorno.
Il sorriso apparteneva a loro.
Non dimostrava niente.
Non diceva che fossero felici con poco.
Non certificava una vita semplice, pura o libera dalle complicazioni che noi occidentali, dopo aver accumulato abbastanza stronzate, fingiamo di invidiare.
Diceva soltanto che in quel momento stavano ridendo davanti a uno sconosciuto.
Era sufficiente.
Non avevano alcun dovere di rappresentare la povertà.
Erano bambine.
Poi arrivò l’immagine che rimase con me.
Tre bambini erano accovacciati in mezzo alla strada.
Non sul marciapiede.
Non dentro un cortile.
Sull’asfalto.
Dietro di loro passavano automobili, luci e persone. I negozi continuavano a funzionare ai lati della carreggiata. Un lampione cadeva dall’alto e illuminava i loro corpi.
Uno stava in piedi.
Gli altri due erano chinati.
Uno di loro era scalzo.
Tra le mani e per terra c’erano cocci di vetro.
Non capii quale fosse il gioco.
Forse li raccoglievano.
Forse li disponevano.
Forse cercavano qualcosa dentro quei frammenti.
I bambini possiedono questa capacità feroce di trasformare ciò che trovano in ciò che serve.
Un pezzo di legno diventa una spada.
Una scatola diventa una casa.
Un mucchio di terra diventa un regno.
E dei cocci di vetro possono diventare un gioco.
Ma sarebbe una stronzata utilizzare la loro immaginazione per assolvere il mondo che aveva lasciato quei cocci sulla strada.
La fantasia infantile è meravigliosa.
Non dovrebbe essere un dispositivo di sicurezza.
Guardai i loro piedi.
La pelle.
I sandali.
Le dita vicine al vetro.
A pochi chilometri da lì, altri bambini probabilmente correvano dentro un resort.
Pavimenti lavati.
Piscine controllate.
Animatori.
Aree giochi.
Genitori che si preoccupavano degli spigoli di un tavolino e chiedevano se l’acqua fosse stata trattata correttamente.
Bastavano pochi chilometri.
Forse meno.
La stessa città.
Lo stesso cielo.
La stessa notte.
Infanzie completamente differenti.
Non perché alcuni bambini sapessero divertirsi meglio.
Non perché fossero più forti, più liberi o più autentici.
Semplicemente perché qualcuno aveva preparato il terreno sotto i piedi degli uni.
Sotto quelli degli altri era rimasto l’asfalto.
Nel capitolo precedente avevo capito che la povertà significa anche avere meno possibilità di sbagliare.
Quella sera la differenza era diventata ancora più semplice.
Aveva lo spessore di una suola.
Pochi millimetri di gomma tra il corpo e qualcosa capace di tagliarlo.
La disuguaglianza non arriva sempre sotto forma di numeri.
Non ha bisogno di grafici, statistiche o discorsi pronunciati da un uomo in giacca durante una conferenza internazionale fornita di aria condizionata e bottigliette d’acqua gratuite.
A volte basta guardare dove giocano i bambini.
Che cosa trovano a terra.
Quanto spazio esiste tra i loro piedi e il pericolo.
Scattai.
La fotografia non emise un giudizio.
Le fotografie non sanno farlo.
Non conoscono il reddito di una famiglia.
Non sanno chi abbia rotto quella bottiglia, perché i bambini fossero lì o che cosa sarebbe accaduto cinque minuti più tardi.
Registrano luce.
Distanze.
Corpi.
Un gesto.
Siamo noi a costruire il processo.
Eppure scegliere dove puntare l’obiettivo significa già dire qualcosa.
Significa interrompere il flusso e chiedere:
Guardate qui.
Non vi sto dicendo che cosa pensare.
Ma non fingete di non avere visto.
Quelle fotografie erano frammenti di vita.
Vita osservata.
Vita sfiorata.
Vita rubata per un centesimo di secondo e restituita sotto forma di immagine.
Non raccontavano tutta Marsa Alam.
Sarebbe ridicolo.
Una città non entra in una sera.
Non entra nemmeno in mille fotografie.
La verità richiede tempo.
Io avevo soltanto poche ore e una macchina fotografica.
Potevo guardare attraverso una serratura.
Non dichiarare di conoscere la casa.
Continuai a camminare.
Due uomini parlavano vicino a un piccolo veicolo da trasporto.
Uno era appoggiato al cassone.
L’altro teneva una mano sulla struttura.
Dietro di loro una macchina vecchia occupava quasi tutto il marciapiede, con i fari differenti e il parabrezza segnato dalla polvere.
Sembrava una creatura costruita utilizzando i ricordi di altre automobili morte.
Più avanti un uomo rimaneva accanto a cesti pieni di spezie o frutti scuri.
Una striscia luminosa avvolgeva una colonna.
La luce gli tagliava il viso e la mano.
Aspettava.
Forse un cliente.
Forse la fine della serata.
Forse niente.
La notte è piena di persone che sembrano aspettare qualcosa anche quando stanno semplicemente in piedi.
Vicino a un negozio erano appesi palloni e piccoli giocattoli.
Due bambini parlavano sotto la luce blu e gialla dell’ingresso.
Uno guardava l’altro con attenzione assoluta.
Quel genere di concentrazione che gli adulti concedono soltanto alle discussioni che riguardano denaro, sesso o la propria convinzione di avere ragione.
Loro stavano forse parlando di un gioco.
Di una moneta.
Di qualcosa visto nella strada.
Non lo sapevo.
Poco dopo, uno dei bambini si mise davanti al cassone azzurro e costruì quella faccia assurda con le dita.
Occhi chiusi.
Denti esposti.
La felicità teatrale e momentanea di chi ha scoperto di poter comandare l’immagine.
Non ero più io a fotografarlo.
Era lui a utilizzare me per realizzare il proprio ritratto.
Mi sembrò giusto.
L’ultima scena conteneva un altro bambino.
Sedeva sopra un piccolo pouf decorato, accanto a una cascata di pupazzi, animali di stoffa, macchinine e giocattoli colorati.
Non sorrideva.
Guardava verso un adulto che attraversava l’inquadratura.
La postura aveva qualcosa di stanco o forse soltanto annoiato.
Non sapevo se quei giocattoli fossero suoi.
Se appartenessero alla famiglia.
Se fossero merce da vendere.
Se stesse aspettando qualcuno.
La fotografia non lo diceva.
E io non volevo inventarlo.
La vicinanza non significa possesso.
Puoi passare una sera circondato da giocattoli senza poterne portare a casa nessuno.
Puoi lavorare dentro un albergo senza poterci dormire.
Puoi vivere accanto al mare senza trascorrere le giornate in vacanza.
Puoi abitare a pochi chilometri dal paradiso degli altri e non ricevere mai il permesso di entrare.
Fuori stagione Marsa Alam era rimasta quasi vuota.
Non avevo incontrato abbastanza persone.
Non avevo percorso abbastanza strade.
Ero passato in fretta.
Mi dispiaceva.
Avrei voluto restare più a lungo, tornare la notte successiva, aspettare che i volti smettessero di considerarmi una novità e che la città si dimenticasse della mia presenza.
Non accadde.
Il viaggio mi concesse una sola fessura.
Attraverso quella fessura vidi venditori, cuochi, motociclette, automobili esauste, uomini che parlavano e bambini che ridevano, osservavano, giocavano e occupavano la notte.
Non era abbastanza per spiegare come vivessero.
Era abbastanza per distruggere una comoda illusione.
Marsa Alam non era il resort.
Il resort era soltanto una parte di Marsa Alam costruita affinché persone come me potessero non vedere il resto.
Dentro, il vetro delle finestre proteggeva dalla polvere, dal vento e dalla realtà esterna.
Nei negozi, piccoli frammenti di vetro colorato erano stati ricomposti per costruire lampade da vendere.
Sulla strada, altri frammenti aspettavano vicino ai piedi dei bambini.
Lo stesso materiale.
Tre destini.
Protezione.
Decorazione.
Pericolo.
Il vetro non possedeva una morale.
Rifletteva semplicemente la luce che riceveva.
Forse anche la fotografia funzionava così.
Non correggeva il mondo.
Non proteggeva nessuno.
Non cancellava la distanza tra i resort e quella strada.
Raccoglieva un po’ di luce e la restituiva più tardi, quando la città era ormai lontana e io potevo finalmente capire che cosa avessi visto.
Quella sera non scoprii la vera Marsa Alam.
Chiunque sostenga di avere scoperto la verità di un luogo durante una passeggiata probabilmente sta già vendendo il libro, il corso o il pacchetto spirituale completo di colazione.
Vidi soltanto alcuni istanti.
Ma qualche volta non serve conoscere l’intera storia.
Basta perdere il diritto di raccontarsi che non esista.
La notte continuò.
Le automobili passarono.
I negozi rimasero aperti.
Qualcuno vendette qualcosa.
Qualcuno tornò a casa.
I bambini continuarono a giocare finché un adulto non li chiamò, la strada non si svuotò o il gioco non smise di essere interessante.
Io me ne andai.
Con poche fotografie.
Troppo poche per spiegare.
Abbastanza per ricordare.
Di notte perfino i cocci brillano.
Non per questo smettono di tagliare.