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Il Gabbiano e gli Altri Animali

Il Gabbiano e gli Altri Animali

Vi siete mai chiesti cosa cazzo pensi un gabbiano mentre vi guarda?

Non quando gli lanciate una patatina o cercate di fotografarlo prima che vi caghi addosso. Intendo quando rimane immobile, inclina leggermente la testa e sembra osservare in silenzio tutto il triste spettacolo della nostra specie.

E se sapesse scrivere, che cosa cazzo scriverebbe?

Un inno al mare? Una poesia sulla libertà? Oppure….


Li osservavo da un po’.

Erano seduti sulla scalinata, tutti in fila.

Belli ordinati.

Ginocchia piegate, bottigliette d’acqua tra i piedi, telefoni in mano e quell’espressione stanca di chi ha pagato parecchi soldi per trascorrere le proprie ferie facendo esattamente ciò che gli era stato ordinato.

All’inizio pensai che stessero nidificando.

Poi vidi gli smartphone.

I turisti hanno una divisa, anche se non lo sanno.

Scarpe comode.

Zaino gonfio.

Cappellino ridicolo.

Una bottiglia comprata a quattro volte il suo prezzo.

E la faccia leggermente disperata di chi dovrebbe stare vivendo uno dei giorni più belli dell’anno ma, per qualche ragione, vorrebbe soltanto trovare un bagno e sedersi all’ombra.

Arrivavano da posti diversi.

Parlavano lingue diverse.

Avevano storie, lavori, famiglie e fantasie sessuali che probabilmente avrebbero preferito non condividere.

Eppure, una volta messi su quella scalinata, sembravano tutti uguali.

Un gregge internazionale con la connessione dati.

Io stavo qualche metro più in là.

In piedi.

Li guardavo.

Loro non guardavano me.

In realtà non guardavano quasi niente.

Una fissava lo schermo.

Un altro controllava le fotografie che aveva appena scattato.

Un ragazzino teneva il telefono davanti alla faccia come se il mondo reale fosse soltanto una fastidiosa interruzione tra un video e quello successivo.

Avevano attraversato città, aeroporti, stazioni e chilometri di strada per arrivare fin lì.

E adesso osservavano un rettangolo luminoso grande quanto una fetta di pane.

Gli esseri umani sono creature straordinarie.

Possono viaggiare dall’altra parte del mondo per ignorarlo da una prospettiva nuova.

Dicevano di essere venuti a vedere la città.

Ma la città era alle loro spalle, davanti a loro, sopra le loro teste e sotto i loro piedi.

Era ovunque.

Tranne che nei loro occhi.

Aspettavano.

Non sapevo cosa.

Forse una guida.

Forse un battello.

Forse che qualcuno alzasse un ombrellino colorato e annunciasse che era arrivato il momento di rimettersi in marcia.

I turisti non decidono dove andare.

Vengono spostati.

Da un monumento all’altro.

Da una piazza all’altra.

Da un ristorante “tipico” a un negozio di souvenir che vende la stessa cianfrusaglia prodotta a diecimila chilometri di distanza.

Seguono cartelli, mappe, recensioni e piccoli esseri umani che tengono un bastone sollevato sopra la folla.

Potresti condurli dentro una fogna, se all’ingresso mettessi una targa storica e quattro stelle e mezzo su internet.

Entrerebbero in fila.

Fotograferebbero i tubi.

Comprerebbero una calamita.

Poi tornerebbero a casa dicendo che era autentica.

Noi gabbiani ci muoviamo in stormo.

È vero.

Ma almeno abbiamo la decenza di non chiamarlo viaggio culturale.

Seguiamo il vento.

L’odore del pesce.

Il rumore di un sacchetto che si apre.

Non ci raccontiamo che stiamo cercando noi stessi.

Sappiamo perfettamente cosa stiamo cercando.

Patatine.

Pane.

Qualche pezzo di panino caduto a uno di questi coglioni mentre tenta di fotografarsi nell’atto di mangiarlo.

Gli umani, invece, hanno bisogno di trasformare ogni spostamento in una missione spirituale.

Partono per ritrovarsi.

Per cambiare prospettiva.

Per entrare in contatto con altre culture.

Poi cercano un posto che prepari la pasta come quella di casa, si lamentano perché nessuno parla la loro lingua e trascorrono metà del viaggio chiedendo la password del Wi-Fi.

Dicono di voler vivere qualcosa di unico.

Per farlo seguono lo stesso itinerario di milioni di altre persone.

Stessa scalinata.

Stessa fotografia.

Stesso gelato.

Stesso tramonto.

Stesso cazzo di sorriso davanti alla stessa cazzo di inquadratura.

Poi pubblicano tutto con una frase sull’importanza di uscire dalla propria zona di comfort.

La loro zona di comfort li segue ovunque.

È dentro il telefono.

Io li fissavo.

Qualcuno avrebbe potuto pensare che fossi incuriosito.

Non lo ero.

Stavo facendo un calcolo.

Quante borse contenevano cibo.

Quale bambino aveva maggiori probabilità di lasciar cadere qualcosa.

Quale adulto sarebbe stato abbastanza distratto da appoggiare un panino sul gradino.

La libertà è una cosa meravigliosa, ma anche un gabbiano libero deve mangiare.

Non sono un filosofo.

Non ho letto Nietzsche.

Una volta ricordo di aver cagato in testa a uno che lo stava leggendo su una panchina, ma credo che non valga come formazione accademica.

Eppure bastava osservarli per capire qualcosa.

La maggior parte degli esseri umani non ha paura di perdersi.

Ha paura di separarsi dal gruppo.

Potrebbero alzarsi.

Girare l’angolo.

Entrare in una strada senza sapere dove porti.

Potrebbero sedersi da soli in un bar, parlare con uno sconosciuto, sbagliare battello e finire in un posto che non compare sulla guida.

Potrebbero perfino spegnere il telefono.

Nessuna legge glielo impediva.

Ma rimanevano lì.

In fila.

Perché se tutti fanno la stessa cosa, dev’essere quella giusta.

È il principio su cui avete costruito religioni, guerre, mode, matrimoni infelici e riunioni aziendali che potevano tranquillamente essere sostituite da un’e-mail.

Vi guardate attorno.

Vedete che gli altri sono seduti.

E vi sedete.

Gli altri si alzano.

E vi alzate.

Qualcuno dice che quella è la cosa da vedere.

E voi la guardate.

O almeno le puntate contro il telefono, che per voi ormai è praticamente la stessa cosa.

Non siete stupidi.

Sarebbe troppo facile.

Siete spaventati.

La libertà vi piace finché rimane una parola stampata sopra una maglietta.

Quando diventa la possibilità concreta di scegliere una direzione che nessun altro ha approvato, vi viene il panico.

Preferite il percorso consigliato.

Il ristorante recensito.

La fotografia già scattata da altri.

Se poi l’esperienza fa schifo, almeno potrete dire che ci erano cascati tutti.

A un certo punto notai l’uomo con la macchina fotografica.

Non stava fotografando la piazza.

Non stava fotografando il monumento.

Stava fotografando me.

Per qualche ragione aveva deciso che il soggetto interessante fossi io.

Finalmente un essere umano con un minimo senso delle proporzioni.

Mise a fuoco il mio corpo e lasciò sfocato tutto quel mucchio di turisti.

Era giusto così.

Io ero l’unico che li stava davvero guardando.

Nella fotografia loro sarebbero diventati una massa indistinta.

Gambe.

Braccia.

Scarpe.

Colori confusi.

Nessun volto abbastanza nitido da poter essere ricordato.

Il gregge.

Io, invece, sarei rimasto perfettamente visibile.

Piume grigie.

Zampe gialle.

Becco leggermente aperto.

Un gabbiano solo davanti alla grande assemblea dell’umanità organizzata.

Forse quella fotografia raccontava che ero libero e loro no.

Bella storia.

Peccato che anch’io fossi lì ad aspettare.

Loro aspettavano la guida.

Io aspettavo una briciola.

Ognuno ha il proprio padrone.

Il loro indossava probabilmente un cappellino e teneva in mano un ombrello.

Il mio si chiamava fame.

Almeno il mio non fingeva di volermi arricchire culturalmente.

Non li odiavo.

Odiare richiede energia e io preferivo conservarla per rubare il pranzo a qualche bambino.

Forse erano semplicemente stanchi.

Forse quella scalinata era l’unico posto in cui avevano potuto smettere, per qualche minuto, di inseguire il programma.

Forse uno di loro aveva appena litigato con la moglie.

Forse una donna aveva ricevuto una brutta notizia e continuava il viaggio perché non sapeva che altro fare.

Forse quel ragazzino guardava il telefono perché tutto ciò che gli adulti definivano meraviglioso, a lui faceva soltanto una noia mortale.

Ogni gregge è composto da singole solitudini.

Da lontano sembrano tutti uguali.

Da vicino ognuno sta cercando di sopravvivere a qualcosa.

Lo sapevo.

Ma rimanevano comunque uno spettacolo piuttosto ridicolo.

Tutta quella strada.

Tutti quei soldi.

Tutte quelle fotografie.

Per arrivare fin lì e sedersi in fila aspettando che qualcun altro decidesse cosa fare dopo.

Prima o poi la guida sarebbe tornata.

Avrebbe sollevato il proprio simbolo sopra le teste.

Il gruppo si sarebbe rimesso in piedi quasi contemporaneamente.

Avrebbero controllato di non aver dimenticato borse, figli e bottiglie.

Poi sarebbero ripartiti.

Compatti.

Obbedienti.

Verso il prossimo luogo in cui sentirsi finalmente liberi tutti insieme.

Io avrei aspettato che si allontanassero.

Avrei controllato i gradini.

Qualcuno lasciava sempre qualcosa.

Una crosta di pane.

Una patatina.

Metà biscotto.

Gli esseri umani sono generosi soprattutto quando non se ne accorgono.

Poi avrei aperto le ali.

Non avevo prenotazioni.

Non avevo un itinerario.

Non dovevo dimostrare a nessuno di essere stato lì.

Nessuna fotografia davanti al monumento.

Nessun souvenir.

Nessuna frase ispirazionale da pubblicare al ritorno.

Avrei seguito il vento finché il vento avesse avuto qualcosa da dire.

E il giorno successivo sarei tornato.

Avrei trovato un altro gruppo seduto sugli stessi gradini.

Altri cappelli.

Altri telefoni.

Altre persone convinte di vivere un’esperienza irripetibile nello stesso identico posto.

Le avrei guardate.

Loro avrebbero guardato gli schermi.

Io ero un gabbiano in cerca di briciole.

Loro erano un gregge in cerca di una fotografia che dimostrasse una parvenza di libertà.

La differenza era semplice.

Io sapevo perfettamente cosa fossi.

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