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Il Rock, le rughe e altre cattive abitudini

Il Rock, le rughe e altre cattive abitudini

Amici, chi ha deciso che a una certa età bisogna abbassare il volume?

Ci sono passioni che con il tempo scoloriscono come vecchie magliette dimenticate al sole. Altre, invece, si attaccano alla pelle, scendono dentro le rughe e continuano a bussare contro le costole. Questi quattro uomini appartengono alla seconda categoria: non stanno cercando di tornare giovani, perché non ne hanno alcun bisogno. Hanno ancora qualcosa da dire e preferiscono dirlo abbastanza forte da far tremare i vetri.

Tra mattoni, sbarre, tatuaggi, birre e una quantità sorprendentemente poetica di carta igienica, questa serie racconta il rock prima ancora della musica: l’amicizia, la complicità, il tempo trascorso e tutto ciò che il tempo non è riuscito a portarsi via.

Guardatela con calma, amici. E possibilmente a volume alto, anche se le fotografie, in teoria, non fanno rumore.

Comincia tutto davanti a una chiesa.

Mattoni scuri. Una croce inchiodata alla facciata. Il cielo gonfio di nuvole, come se anche Dio avesse dormito male e stesse aspettando qualcuno a cui dare la colpa.

Un’inquadratura dal basso, severa, quasi minacciosa. Di quelle che normalmente precedono una predica, un funerale o almeno una bella confessione piena di peccati interessanti.

Invece arrivano loro.

Quattro musicisti rock che non hanno più vent’anni da un pezzo e, grazie al cielo, non fanno nulla per fingere il contrario.

Nessun disperato tentativo di sembrare ragazzi. Nessuna nostalgia da riunione scolastica. Nessun “ai miei tempi” pronunciato con la voce di chi ha già parcheggiato l’anima in doppia fila e lasciato le quattro frecce accese.

Hanno rughe, barbe, tatuaggi, occhiaie e quell’aria leggermente pericolosa di chi è sopravvissuto abbastanza a lungo da non avere più bisogno del permesso di nessuno.

Il primo si avvicina all’obiettivo e punta il dito.

Non è chiaro se voglia chiamarti, accusarti o controllare che tu sia ancora sveglio. Forse tutte e tre le cose. Alle sue spalle ci sono archi di mattoni, porte consumate e muri che sembrano conoscere parecchie storie ma, come ogni buon complice, non hanno nessuna intenzione di raccontarle alla polizia.

La sua mano entra quasi dentro la macchina fotografica. Le stelle tatuate sulle dita vengono avanti per prime, poi il volto, la barba, lo sguardo.

Non sta posando.

Sta invadendo lo spazio.

Ed è una differenza importante.

Una posa cerca approvazione. Un’invasione se ne fotte.

Poco dopo lo ritroviamo con il cappuccio alzato, chino contro un muro. Le dita toccano i mattoni come se stesse cercando una crepa, un passaggio segreto o magari il punto esatto in cui qualcuno, molti anni prima, ha nascosto l’ultimo accordo decente della storia del rock.

Il muro rimane lì, naturalmente.

I muri fanno così: ascoltano tutto e non rispondono mai.

Ma lui insiste. Scrive. Tocca. Cerca.

Forse è questo che fanno i musicisti anche quando non hanno uno strumento tra le mani. Sentono rumori dove gli altri vedono soltanto superfici. Cercano ritmo nelle cose rotte, nelle porte chiuse, nei tubi arrugginiti, nei passi dentro un corridoio vuoto.

Poi una mano sfocata si prende quasi tutta l’immagine.

Il volto resta dietro, mezzo nascosto, con un sorriso appena accennato. È il gesto di chi sembra dire: va bene la fotografia, va bene l’arte, va bene tutta questa faccenda molto seria… ma non montiamoci troppo la testa.

Ed eccoli finalmente insieme.

Quattro uomini contro un muro di mattoni.

Uno in canottiera, uno con una maglietta consumata, uno con il cappellino bianco e il petto coperto d’inchiostro, l’altro con il gilet nero, la barba scolpita e l’espressione di chi potrebbe aggiustarti una motocicletta oppure seppellire il cadavere di chi l’ha rotta.

Non sorridono.

O meglio: non nel modo in cui si sorride nelle foto di famiglia, quando qualcuno dietro la macchina urla «Cheese!» e tutti fingono di essere felici per un istante.

Questi sorridono con gli occhi, con le spalle, con il modo in cui si stringono. Con un braccio appoggiato addosso all’altro. Con quella vicinanza un po’ ruvida che esiste tra uomini abituati a condividere chilometri, prove, birre, incazzature, attese, serate buone e serate in cui il pubblico sembrava composto esclusivamente da tre camerieri stanchi e un tizio venuto per usare il bagno.

Una band non è una somma di musicisti.

È una strana forma di matrimonio senza sesso e con molti più amplificatori.

Ci si sopporta, ci si manda a fanculo, ci si aspetta, ci si perde di vista, ci si ritrova sul tempo. Ogni tanto qualcuno accelera, qualcuno resta indietro e qualcuno deve ricordare agli altri dove diavolo comincia il ritornello.

Ma quando funziona, funziona.

E non serve nemmeno sentirli suonare per capirlo.

In queste fotografie non ci sono chitarre alzate verso il cielo, batterie massacrate o microfoni afferrati come ultime possibilità di salvezza. Non c’è il palco. Non ci sono fari colorati. Non c’è il sudore teatrale del concerto.

Ci sono loro.

Prima del rumore.

Ed è forse la parte più vera.

Poi compare un lucchetto.

Vecchio, graffiato, ossidato. Uno di quelli che sembrano essere rimasti chiusi così a lungo da aver dimenticato che da qualche parte dovrebbe esistere anche una chiave.

Non sappiamo cosa protegga.

Forse niente.

Spesso le cose vengono chiuse soltanto perché qualcuno ha paura che possano aprirsi.

Eppure, dentro questa sequenza, quel lucchetto sembra quasi una provocazione. Perché tutto ciò che viene dopo parla esattamente del contrario: corpi che occupano lo spazio, mani che avanzano verso l’obiettivo, uomini che si affacciano, si sporgono, si infilano negli angoli e si arrampicano dentro l’inquadratura.

Come se la fotografia avesse messo un cartello con scritto “vietato entrare” e loro avessero letto “entrata artisti”.

Li ritroviamo appoggiati a una ringhiera davanti alla chiesa.

Guardano dall’alto, ma senza superiorità. Più con la curiosità divertita di chi ha trovato qualcuno steso per terra con una macchina fotografica e vuole capire se sia un professionista o semplicemente un altro povero coglione che ha preso troppo sul serio la prospettiva.

Uno si sporge più degli altri. Le mani stringono il metallo. Il volto entra nel grandangolo e lo deforma appena, trasformandolo nel frontman di una liturgia storta.

Dietro di lui gli altri restano compatti.

Quattro caratteri differenti, tenuti insieme da qualcosa che non si vede.

Ed è sempre così con la musica.

Non la puoi fotografare davvero. Puoi fotografare una mano sulla corda, una bocca davanti al microfono, una bacchetta sospesa in aria. Ma la musica vera rimane da qualche parte tra un gesto e il successivo. Dentro una tensione. Dentro il modo in cui quattro persone riescono, per qualche minuto, a respirare con lo stesso ritmo.

In un’altra immagine due mani enormi si aprono davanti all’obiettivo.

Sembrano voler fermare tutto.

Oppure allargare il fotogramma.

Come se lo spazio concesso non fosse sufficiente, perché certe persone non sono fatte per stare ordinatamente dentro i bordi.

Dietro, gli altri tre osservano. Uno serio, uno distante, uno vagamente divertito. Ancora una volta nessuno interpreta il bravo ragazzo. Nessuno prova a risultare rassicurante.

Il rock, dopotutto, non è mai stato rassicurante.

È nato per svegliare la gente, far vibrare i vetri, disturbare i vicini e ricordarci che il cuore non è un raffinato meccanismo spirituale. È un muscolo sporco che picchia contro una gabbia toracica.

A volte va a tempo.

A volte no.

Ma finché batte, sarebbe un peccato costringerlo al silenzio.

La sequenza si concede una pausa.

Un muro vuoto. Una lampada accesa. Mattoni segnati, vernice consumata, luce bianca che cade di lato.

È una battuta di silenzio tra due strofe.

Anche le storie rumorose hanno bisogno di respirare. Anche una band, prima o poi, deve smettere per un istante di fare casino e ascoltare cosa rimane nell’aria.

Poi tornano davanti a una porta enorme, vecchia e scura.

Si distribuiscono sui gradini e contro i muri come se quel posto appartenesse a loro da sempre. Nessuno è perfettamente al centro. Nessuno cerca la simmetria. La scena tiene proprio perché ognuno occupa il proprio angolo con una naturalezza diversa.

C’è chi sta accovacciato. Chi si appoggia. Chi incrocia le braccia. Chi guarda la macchina con l’espressione di uno che ha già capito la battuta ma vuole vedere se anche tu ci arrivi.

Non sembrano quattro modelli vestiti da musicisti.

Sembrano quattro musicisti temporaneamente costretti a stare fermi.

E infatti durano poco.

Cambiano angolo, stringono lo spazio, si infilano tra due pareti di mattoni. Il grandangolo allunga le gambe, ingrandisce le scarpe, spinge i volti verso chi guarda. L’architettura diventa una quinta teatrale: ruvida, storta, vissuta quanto loro.

I tatuaggi rispondono alle crepe.

Le barbe rispondono alla malta.

I vestiti consumati rispondono alle porte marce.

Tutto, in qualche modo, porta addosso il tempo.

Ma il tempo non appare come una condanna.

È materiale.

È pelle aggiunta. È un suono più profondo. È la differenza tra chi imita un’attitudine e chi ha avuto abbastanza anni per farsela crescere addosso.

Poi arrivano le sbarre.

Tre volti in alto, uno in basso. Quattro uomini stipati dietro una grata, con quello davanti che la stringe tra le mani come il detenuto più allegro del braccio della morte.

Non c’è dramma.

C’è gioco.

Perché si può essere adulti senza diventare mortalmente seri. Anzi, forse il vero privilegio dell’età dovrebbe essere proprio questo: avere finalmente capito che quasi niente merita tutta la solennità che gli attribuiamo.

Le sbarre diventano un’altra scenografia, il carcere una posa, la prigionia una gag.

Del resto, chi continua a fare musica dopo molti anni ha già imparato a evadere.

Non necessariamente dal lavoro, dagli impegni o dalla vita quotidiana. Quelle cose restano, bastarde e puntuali.

Si evade per qualche ora.

Si entra in una sala prove. Si attacca un cavo. Si controlla il volume. Qualcuno conta fino a quattro e, improvvisamente, il resto rimane fuori.

Non è una fuga definitiva.

È manutenzione dell’anima.

E forse basta.

Davanti alla chiesa tornano in formazione. La ringhiera attraversa la fotografia come una linea di pentagramma e loro ci stanno sopra, quattro note differenti, ognuna con il proprio peso.

Il bianco e nero li porta fuori dal presente senza trasformarli in fantasmi.

Non l’ho scelto per farli sembrare più vecchi.

Non ne avevano bisogno e sarebbe stato anche piuttosto stronzo.

L’ho scelto perché qui il colore non aveva niente di utile da dire.

Servivano il nero degli abiti, il bianco delle mani, il grigio della pelle, i mattoni, il ferro, le ombre sotto gli occhi. Serviva togliere il superfluo e lasciare soltanto il carattere.

Il bianco e nero non è nostalgia.

È un interrogatorio.

Spegne le distrazioni, punta una lampada in faccia al soggetto e domanda: bene, adesso che non puoi nasconderti dietro i colori, che cosa rimane?

Qui rimangono quattro uomini.

Rimane una band.

Rimane una vecchia anima che non ha alcuna intenzione di comportarsi secondo la propria età anagrafica.

Uno di loro compare dietro una membrana trasparente, rotta e deformata. Il volto si vede attraverso graffi, riflessi e pieghe. Indossa gli occhiali scuri e sembra guardare il mondo dall’interno di una bolla sopravvissuta male a una festa molto lunga.

È un ritratto imperfetto.

Per questo funziona.

Il volto non è pulito, la superficie non è limpida, l’immagine non cerca di rendere tutto comprensibile. Alcune persone, alcune canzoni e alcune notti diventano interessanti proprio quando smettono di spiegarsi.

Poco dopo i quattro si chinano sopra un vecchio groviglio di ferro.

Guardano verso il basso, dentro la macchina fotografica, come meccanici convocati per stabilire se il paziente sia ancora recuperabile.

Le espressioni non promettono niente di buono.

Potrebbe trattarsi di una diagnosi tecnica, di una riunione di condominio particolarmente aggressiva o dell’ultimo istante che vedi prima di svegliarti senza un rene.

Ma anche qui c’è energia.

C’è movimento trattenuto. C’è quella complicità da branco che permette a quattro uomini adulti di trasformare un pezzo di metallo arrugginito in un’altra occasione per giocare.

Poi arriva il tavolo.

Birre. Sigarette. Pacchetti spiegazzati. Bicchieri di plastica. Chiavi, telefoni e piccole cianfrusaglie che si accumulano sempre attorno alle conversazioni vere.

Le pose si sciolgono.

Le spalle scendono.

Uno parla, uno ascolta, uno beve, uno si tiene la fronte come se avesse appena scoperto che il batterista vuole cambiare di nuovo l’arrangiamento.

È il dietro le quinte senza quinte.

Quello che resta quando nessuno deve più sostenere lo sguardo della macchina fotografica e si può tornare a essere semplicemente stanchi, divertiti, assorti o vagamente preoccupati per qualche cazzata che domani sembrerà già meno importante.

Non so che cosa si stessero dicendo.

Ed è meglio così.

Le fotografie non devono risolvere tutto. A volte devono soltanto lasciare una porta socchiusa e permetterci di origliare con gli occhi.

Forse parlavano di musica.

Forse di donne, denaro, lavoro, concerti, figli, amplificatori, acciacchi o del fatto che una birra finisce sempre più in fretta di una discussione.

Forse non parlavano di niente.

Anche il niente, tra le persone giuste, può essere una forma di intimità.

Poi lui torna davanti al muro.

Cappellino bianco, barba, sorriso finalmente aperto.

Alza entrambe le mani e offre all’obiettivo un doppio dito medio, spedendo allegramente a fanculo il mondo intero. Non c’è rabbia nel gesto, né il bisogno di fare il duro. È un vaffanculo sorridente, quasi affettuoso: quello di chi è sopravvissuto abbastanza a lungo da sapere che certe cose non meritano una spiegazione, ma soltanto due dita medie alzate con convinzione.

In quell’immagine c’è forse tutto il senso della serie.

Non l’eterna giovinezza.

Quella è una balla venduta da chi deve piazzarti creme, automobili o integratori dal nome aggressivo.

Qui c’è qualcosa di migliore.

C’è la continuità.

La possibilità di crescere senza tradire completamente il ragazzo che sei stato. Di cambiare faccia, corpo, responsabilità e indirizzo, continuando però a riconoscere la stessa scossa quando parte una chitarra distorta.

La vita non ha un’età corretta in cui bisogna smettere di fare rumore.

Non esiste una data di scadenza stampata dietro al collo.

Nessuno può decidere quando una passione diventa inappropriata, quando una maglietta è troppo giovane, quando un palco dovrebbe essere lasciato a qualcun altro o quando un sogno deve essere gentilmente accompagnato alla porta come l’ultimo ubriaco del locale.

La passione non chiede il documento.

Arriva, si siede, beve qualcosa e pretende di essere ascoltata.

Il tavolo ritorna.

Le bottiglie si svuotano. Il fumo sale. I gesti diventano più lenti e le facce più vere. Uno guarda lontano, uno parla, uno sembra perso dentro un pensiero e l’altro tiene il bicchiere con l’attenzione che normalmente si riserva alle questioni di una certa importanza.

Sono immagini meno eroiche delle altre.

E proprio per questo mi piacciono.

Perché il rock non è soltanto l’urlo, il cuoio, il tatuaggio e la posa davanti al muro.

È anche la stanchezza dopo.

La sigaretta fumata in silenzio.

La battuta che non fa ridere nessuno e che quindi viene ripetuta più forte.

L’amico che ti ascolta anche se ha già sentito quella storia dieci volte.

È restare attorno allo stesso tavolo quando non c’è più niente da dimostrare.

Avrei potuto chiudere qui.

Con la birra, il fumo e quella bella malinconia maschile che nelle fotografie in bianco e nero fa sempre una porca figura.

Sarebbe stato elegante.

Quasi poetico.

Forse persino commovente.

Ma loro, fortunatamente, hanno mandato tutto a puttane entrando in un bagno.

Ed eccoli lì, stretti tra piastrelle e sanitari, quattro uomini adulti che ridono mentre uno usa due rotoli di carta igienica come binocolo, con un piede appoggiato sul water e l’espressione trionfante di chi ha finalmente individuato l’orizzonte.

È l’ultima immagine.

Ed è quella giusta.

Perché impedisce a tutta la serie di diventare una celebrazione pretenziosa della musica, dell’amicizia, del tempo e di tutte quelle parole importanti che, se le lasci sole troppo a lungo, cominciano a credersi migliori degli esseri umani.

Quella fotografia rimette ogni cosa al suo posto.

Il rock può essere anima, rabbia, passione, resistenza e identità.

Ma deve conservare anche una certa dose di sana idiozia.

Deve permetterti di entrare in un bagno con i tuoi amici e trasformare due rotoli di carta igienica in un cannocchiale.

Deve ricordarti che non sei una leggenda.

Sei soltanto un essere umano con qualche cicatrice, una manciata di canzoni e il desiderio ostinato di divertirti ancora un po’ prima che qualcuno spenga le luci.

Forse è proprio per questo che ho scelto questa serie.

Tra tanti lavori, tante serate e migliaia di immagini, queste fotografie continuavano a chiamarmi.

Non perché mostrassero quattro uomini perfetti.

Ma perché mostravano quattro uomini vivi.

Vivi quando guardano duri dentro l’obiettivo.

Vivi quando si appoggiano l’uno all’altro.

Vivi dietro le sbarre, davanti alle porte chiuse, attorno a un tavolo o stipati dentro un cesso.

Vivi nelle rughe, nei tatuaggi, nelle barbe, nei sorrisi e in quella forma di energia che non appartiene ai giovani né ai vecchi.

Appartiene a chi ce l’ha.

Il mondo può cambiare abito, linguaggio, velocità e pessime abitudini. Può lucidare tutto, comprimere tutto, trasformare ogni cosa in un contenuto rapido da consumare e dimenticare.

Ma da qualche parte resteranno sempre quattro persone disposte a entrare in una stanza, collegare gli strumenti e fare abbastanza rumore da ricordarsi chi sono.

Finché succederà, la vecchia anima non sarà morta.

Sarà soltanto là fuori.

Con una birra sul tavolo, una sigaretta tra le dita e il volume decisamente troppo alto.

Come dovrebbe essere.

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