Georgia, capitolo VII — Il tramonto, i neon e tutte le illusioni disponibili fino a tarda notte
Il reparto vendite aprì prima che il sole fosse completamente morto.
Ma per venti minuti Batumi non vendette niente.
Non per scelta.
Il sole aveva semplicemente preso possesso della vetrina.
Scese sopra il Mar Nero con quella sfacciata competenza che possiedono soltanto le cose capaci di essere magnifiche senza un piano editoriale.
Arancione.
Rosso.
Oro sopra l’acqua.
Le persone diventarono sagome.
Una torretta vuota si staccava contro il cielo.
Una donna camminava lungo la riva.
Una madre teneva un bambino vicino alle onde.
Due persone parlavano sotto il pontile mentre la luce passava tra i pilastri e faceva sembrare importante qualunque cosa si stessero dicendo.
Forse stavano prendendo una decisione capace di cambiare le loro vite.
Forse cercavano di ricordare dove avessero parcheggiato.
Il tramonto non fa differenze.
Concede dignità cinematografica anche alle conversazioni amministrative.
Sulla spiaggia le figure rimasero ferme davanti all’orizzonte.
Alcune sole.
Altre vicine.
Nessuna aveva bisogno di luce aggiuntiva.
Era tutto già lì.
Il mare.
Il cielo.
I corpi.
Una quantità indecente di bellezza distribuita gratuitamente, grave errore di mercato che l’umanità tenta di correggere da quando ha inventato i balconi panoramici.
Perfino il traffico, dall’altra parte della città, ricevette la propria assoluzione.
Il sole scendeva dietro gli alberi, le automobili rimanevano incastrate e per qualche secondo anche una coda sembrò una scena degna di essere ricordata.
Gli uomini continuavano a suonare il clacson.
La trascendenza possiede limiti piuttosto chiari quando qualcuno ti taglia la strada.
Fotografai l’ultima luce più volte.
Come se potesse essere l’ultima davvero.
È una compulsione comune tra i fotografi.
Sappiamo perfettamente che il sole tornerà la mattina seguente eppure ci comportiamo come parenti alla stazione davanti a un treno diretto al fronte.
Un ultimo scatto.
Ancora uno.
Questo ha una nuvola diversa.
Questo contiene una persona.
Questo forse dice qualcosa sul tempo, sulla perdita e sulla necessità umana di attribuire profondità a una sfera infuocata mentre la Terra continua semplicemente a girare.
Poi il sole toccò l’acqua.
Scomparve.
E Batumi riprese immediatamente il controllo della propria immagine.
Le prime insegne erano già accese.
Il mercato all’angolo diventò rosso e bianco.
Le strisce pedonali raccolsero i riflessi dei fari.
Le persone attraversarono la strada portando borse, ombrelli, telefoni e quella particolare espressione di chi desidera soltanto arrivare dall’altra parte senza diventare il dettaglio tragico della serata di uno sconosciuto.
La pioggia cominciò a lucidare l’asfalto.
Fu allora che la notte diventò fotogenica sul serio.
La pioggia è il reparto grafico delle città.
Prende una luce ordinaria e la duplica.
Stende il rosso dei semafori.
Allunga il giallo dei fari.
Mescola il blu delle insegne con il verde delle farmacie e trasforma una pozzanghera sporca in qualcosa per cui un fotografo è disposto a inginocchiarsi in mezzo alla strada rischiando una morte tanto spettacolare quanto difficile da spiegare all’assicurazione.
Ogni pubblicità otteneva una seconda copia sotto di sé.
Una nel mondo.
Una sull’asfalto.
Il capitalismo aveva scoperto il raddoppio senza pagare un altro spazio espositivo.
Batumi cambiò pelle.
Di giorno le torri riflettevano il cielo.
Di notte producevano il proprio.
Linee viola.
Bordi blu.
Finestre rosse.
Intere facciate disegnate dalla luce come se l’architettura reale non fosse abbastanza convincente e avesse avuto bisogno di farsi truccare prima di uscire.
Il buio nascondeva il cemento non terminato, le macchie, le riparazioni, i vuoti.
Lasciava visibile soltanto ciò che qualcuno aveva deciso di illuminare.
La notte non mentiva più del giorno.
Mentiva con una regia migliore.
Un ponte diventava un corridoio di lampade bianche.
Una donna lo attraversava con un piccolo cane e una borsa della spesa.
Intorno a lei gli edifici lampeggiavano come astronavi appena atterrate dal futuro.
Lei stava probabilmente tornando a casa.
Il cane pure.
La fantascienza, vista da vicino, contiene spesso qualcuno che deve comprare la cena.
Sulle ringhiere del ponte la parola *Welcome* si ripeteva centinaia di volte.
Benvenuto.
Benvenuto.
Benvenuto.
Una città che ripete tanto spesso di essere accogliente comincia a somigliare a un uomo che al primo appuntamento insiste troppo sul fatto di essere una brava persona.
Forse era sincera.
Forse aveva semplicemente investito parecchio nell’insegna.
Un autobus azzurro si fermò vicino alle strisce.
L’autista mi guardò dal finestrino.
Dietro di lui una torre disegnava rettangoli rossi sopra il cielo nero, mentre una coppia camminava abbracciata sul marciapiede.
La città prometteva una notte straordinaria.
Lui doveva terminare il turno.
È questo che tiene in piedi ogni spettacolo.
Qualcuno vende l’eccezione.
Qualcun altro guida l’autobus.
Le immagini della notte preferiscono i neon.
La vita, invece, continua ad avere orari, sacchetti, fermate e mal di schiena.
Camminai tra gli edifici illuminati.
Alcune insegne promettevano ristoranti.
Altre bellezza.
Altre alcol.
Una scritta diceva *ZEN* utilizzando abbastanza elettricità da rendere impossibile qualunque pace interiore.
Era perfetta.
Abbiamo trasformato perfino la serenità in qualcosa che deve lampeggiare per essere notato.
Più avanti un’automobile americana era stata appesa sopra l’ingresso di un locale.
Sotto, la scritta:
*GARAGE NIGHT CLUB.*
Accanto, i tassi di cambio correvano in rosso e verde.
Dollari.
Euro.
Rubli.
Lire turche.
Denaro tradotto in altro denaro mentre, pochi metri più in là, un locale prometteva di tradurre la noia in desiderio.
Era l’immagine più onesta della notte.
Cambio valuta.
Cambio identità.
Entri con una moneta, un vestito, una solitudine e la speranza di uscirne convertito in qualcosa di maggior valore.
I casinò funzionano allo stesso modo.
Non vendono il gioco.
Vendono una versione alternativa del futuro.
Quella nella quale sei entrato per curiosità ed esci ricco, leggero, finalmente vendicato di tutte le mattine in cui hai obbedito alle regole senza ricevere niente di spettacolare in cambio.
Il fatto che quasi nessuno viva quella versione è un dettaglio statistico stampato con caratteri meno luminosi.
La notte non ha bisogno che tu creda davvero.
Le basta che tu abbia ancora abbastanza speranza da comprare un tentativo.
Batumi vendeva tentativi.
Una mano fortunata.
Un incontro.
Un tavolo.
Una stanza al trentesimo piano.
Un corpo più bello.
Una fotografia capace di dimostrare che la serata fosse stata migliore di quanto ricordassi.
Il desiderio è il cliente perfetto.
Non conserva ricevute.
Non legge le condizioni.
E torna anche dopo essere stato trattato di merda.
Non provavo disprezzo.
Sarebbe stato troppo facile.
Le luci erano magnifiche.
La città possedeva energia, ambizione e un talento quasi commovente nel rendere visibile il proprio bisogno di essere scelta.
Batumi non voleva soltanto turisti.
Voleva essere desiderata.
Come una persona che ha trascorso troppo tempo sentendosi periferica e, appena riceve attenzione, ordina un vestito più brillante di qualunque cosa possieda nell’armadio.
Non puoi biasimarla completamente.
Essere ignorati non rende puri.
Rende affamati.
Il problema comincia quando l’attenzione diventa l’unica prova della propria esistenza.
Quando ogni angolo deve farsi fotografare.
Ogni edificio deve superare quello accanto.
Ogni locale deve urlare più forte.
Ogni notte deve convincerti che la vita vera stia accadendo esattamente lì dentro, dietro quella porta, purché tu possa permetterti l’ingresso.
Conoscevo bene quella fame.
Anche un fotografo desidera essere scelto.
Guarda il mondo, seleziona una porzione e spera che qualcuno, osservandola, scelga a sua volta lui.
Guardate che cosa ho visto.
Guardate come l’ho visto.
Guardate me senza che io debba entrare nell’inquadratura.
Forse per questo la notte mi attirava tanto.
Eravamo due bugiardi con un buon senso del colore.
Batumi illuminava le proprie insicurezze.
Io regolavo l’esposizione.
Davanti a un ristorante due donne sedevano dentro una struttura rettangolare circondata da luce calda.
Sembravano chiuse dentro una vetrina, oppure dentro un’inquadratura già pronta.
Parlavano.
Fumavano.
Dietro di loro le insegne promettevano cibo, bellezza e una qualche versione accessoriata della felicità.
Eppure la cosa più viva era la conversazione.
Non il locale.
Non il design.
Non la luce installata con precisione per convincere i passanti a fermarsi.
Due persone sedute una davanti all’altra.
Ancora quello.
Tutto il resto era scenografia.
Poco più avanti un cane mangiava da due vaschette di plastica appoggiate a terra.
Sopra di lui l’illuminazione era perfetta.
Dietro, la Torre dell’Alfabeto diventava una colonna di punti colorati.
La città vendeva esperienze.
Il cane aveva trovato la cena.
Nessuno dei due sembrava interessato alla contraddizione.
Mi fermai a fotografarlo.
Era tornato tutto lì.
Le torri.
Il turismo.
Le luci.
I cani senza padrone.
La ricchezza verticale e la fame a livello del marciapiede.
Ma anche qualcuno che aveva lasciato del cibo.
La città poteva essere indifferente e gentile nello stesso metro quadrato.
È la ragione per cui i giudizi definitivi funzionano male.
Batumi non era buona.
Non era cattiva.
Era abitata.
Una donna sedeva sopra una sedia di legno vicino alla propria merce.
Aveva il telefono tra le mani.
Accanto c’erano fiori ordinati, contenitori, bottiglie e piccoli oggetti in attesa di essere comprati.
Dietro scorrevano automobili, fari e persone dirette altrove.
La città fatturava anche attraverso di lei.
Non soltanto nei casinò e negli alberghi.
In una vendita piccola.
In un turno lungo.
Nel tempo trascorso seduta ad aspettare un cliente mentre il telefono offriva una finestra abbastanza luminosa da entrarci per qualche minuto.
È facile parlare dell’economia notturna guardando le torri.
Più difficile ricordare tutte le persone che rimangono sveglie affinché la notte degli altri sembri libera.
Autisti.
Camerieri.
Addetti alle pulizie.
Venditori.
Guardiani.
Donne sedute vicino a una fila di fiori mentre qualcun altro ordina champagne e chiama quella serata evasione.
La libertà di qualcuno possiede quasi sempre l’orario di lavoro di qualcun altro.
Continuò a piovere.
Le automobili si ammucchiavano agli incroci.
I taxi avanzavano tra le insegne.
Un cartello indicava *Terminal B*.
Persone entravano e uscivano.
La notte non era immobile.
Trasportava corpi, denaro, merci, desideri e stanchezza da una parte all’altra della città.
Io continuavo a camminare.
Dopo un mese conoscevo alcune strade.
Non abbastanza da appartenere alla città.
Abbastanza da non guardarle più come la prima sera.
All’inizio avevo fotografato le torri perché erano grandi.
Poi avevo cominciato a osservare chi passava sotto.
Avevo fotografato le statue.
Poi gli uomini in attesa dell’autobus.
Il futuro.
Poi i panni stesi.
I mercati.
Le fragole.
I cani.
Le persone sedute davanti al mare senza produrre niente.
Avevo impiegato un mese per spostare l’obiettivo di pochi metri verso il basso.
Forse era questo il viaggio.
Non arrivare lontano.
Imparare dove guardare.
Per tutto quel tempo avevo tentato di decidere quale fosse la vera Batumi.
La città elegante del lungomare.
Quella sovietica dei blocchi consumati.
Quella dei mercati.
Quella dei cani.
Quella gratuita del mare.
Quella notturna, coperta di luce e intenzionata a convertire ogni desiderio in una transazione.
La risposta più irritante era che lo fossero tutte.
Una città non possiede un volto autentico nascosto sotto gli altri.
Possiede ore.
Contraddizioni.
Zone che mostra e zone che lascia marcire.
Persone che vendono il futuro e altre che cercano di arrivare alla fine del turno.
Come noi.
Anche gli esseri umani amano parlare della propria vera natura, come se da qualche parte esistesse una versione originale non contaminata da paura, denaro, desiderio, stanchezza e pessime scelte sentimentali.
Non esiste.
Siamo tutto ciò che facciamo nelle diverse ore.
La generosità e il calcolo.
La luce e ciò che scegliamo di non illuminare.
Il bisogno di essere visti e la paura che qualcuno guardi troppo bene.
Batumi non si era nascosta da me.
Ero io che, all’inizio, sapevo riconoscere soltanto le cose già preparate per essere fotografate.
Quella notte alzai ancora la macchina.
Le insegne del cambio lampeggiavano sopra la strada bagnata.
I numeri continuavano a mutare.
Le automobili passavano.
Qualcuno entrava in un locale.
Qualcun altro aspettava sotto una tettoia.
Il mare, poco distante, era diventato una massa nera incapace di riflettere quasi niente.
Per una volta non collaborava con la fotografia.
Mi sembrò giusto.
Avevo già raccolto abbastanza.
Centinaia di immagini e nessuna conclusione abbastanza semplice da poter essere venduta come verità.
Era il miglior risultato possibile.
Non ero arrivato a Batumi per risolverla.
E lei non aveva trascorso un mese aspettando il mio giudizio.
Ci eravamo soltanto osservati.
Io attraverso un obiettivo.
Lei attraverso centinaia di finestre, vetrine e occhi dei quali non avrei mai conosciuto il nome.
Il giorno dopo avrei cominciato a chiudere le valigie.
La città avrebbe continuato.
Le gru sarebbero tornate a muoversi.
Le fragole sarebbero state sistemate nelle cassette.
I panni avrebbero attraversato ancora le strade.
I cani avrebbero scelto un’altra porta davanti alla quale dormire.
Qualcuno si sarebbe seduto davanti al mare.
E al calare del sole tutte quelle luci si sarebbero accese di nuovo, perfettamente puntuali, per promettere a persone appena arrivate che lì dentro potesse cominciare una vita diversa.
Forse sarebbe stato vero.
Almeno per qualcuno.
Alle mie spalle un’insegna continuava a lampeggiare.
Batumi non salutava.
Non ne aveva il tempo.
Stava già vendendo la notte successiva.