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I cani non sapevano di essere randagi – Georgia, capitolo 5

I cani non sapevano di essere randagi – Georgia, capitolo 5

Georgia, capitolo V — I cani liberi, le città addomesticate e il piccolo problema di appartenere senza essere posseduti


Il mercato chiudeva.

Batumi no.

I cani ancora meno.

Erano già al loro posto.

Sui marciapiedi.

Davanti ai negozi.

Sulle scalinate.

Sotto le panchine.

Sopra la spiaggia di pietre, con il mare davanti e nessuna particolare gratitudine per la vista.

Li avremmo chiamati randagi.

Loro sembravano considerare la definizione un problema amministrativo degli esseri umani.

Non avevano un indirizzo.

Non possedevano chiavi.

Non pagavano affitti, tasse, parcheggi o supplementi per la vista mare.

Eppure occupavano la città con una sicurezza che molti proprietari di appartamenti avrebbero ottenuto soltanto dopo trent’anni di mutuo e una causa condominiale per il posto auto.

Un cane dormiva contro una parete scaldata dal sole.

Un altro sedeva sul marciapiede mentre le persone gli passavano accanto.

Non chiedeva niente.

Non si spostava.

Aveva l’aria di chi fosse arrivato prima e considerasse il resto della popolazione un flusso temporaneo.

Forse aveva ragione.

I turisti partivano.

Gli investitori vendevano.

Io sarei tornato a casa con qualche migliaio di fotografie e l’arroganza necessaria per trasformare un mese in un racconto.

Lui sarebbe rimasto lì.

Stessa parete.

Stesso sole.

Stessa completa mancanza d’interesse per la mia interpretazione.

Un cane nero attraversò sulle strisce pedonali.

Fu probabilmente il cittadino più disciplinato che fotografai durante l’intero viaggio, me compreso.

Non guardava il semaforo.

Non credo possedesse una particolare formazione in sicurezza stradale.

Aveva semplicemente compreso che le automobili tendevano a fermarsi lì.

La città era il suo manuale.

La legge non era scritta sopra i cartelli.

Era contenuta nell’abitudine.

Dove passare.

Dove dormire.

Quale negozio lasciasse qualcosa da mangiare.

Quale persona allungasse una mano.

Quale automobile non avesse alcuna intenzione di rallentare.

Noi leggiamo mappe, recensioni e regolamenti.

Loro leggevano odori, rumori, passi e la qualità morale delle cucine attraverso ciò che finiva nei sacchetti della spazzatura.

Ogni specie sviluppa la propria forma di urbanistica.

La nostra produce grattacieli.

La loro individua il punto esatto nel quale il sole arriva alle undici e il vento non rompe troppo i coglioni.

Alcuni cani erano soli.

Altri camminavano accanto a qualcuno.

Una ragazza si abbassava per accarezzarne uno.

Un uomo avanzava seguito da un cane piccolo.

Altrove una persona portava con sé un’intera delegazione a quattro zampe lungo il mare.

Non sempre capivo chi appartenesse a chi.

Era una domanda molto umana.

Abbiamo bisogno di stabilire la proprietà persino dell’affetto.

Il mio cane.

Il mio gatto.

La mia persona.

La mia città.

Mettiamo un possessivo davanti alle cose che amiamo e poi ci convinciamo che sia soltanto grammatica.

I cani sembravano avere accordi meno notarili.

Camminavano con qualcuno.

Poi si fermavano.

Ricevevano una carezza.

Poi tornavano a osservare la strada.

La vicinanza non richiedeva necessariamente un certificato di proprietà.

Questo non significava che la loro vita fosse facile.

La libertà fotografata bene possiede sempre un aspetto seducente.

Un cane sopra la spiaggia.

Il mare.

Nessun guinzaglio.

Sembra una dichiarazione filosofica.

Poi arrivano la fame, il freddo, le malattie, le automobili e tutte quelle cose che non entrano volentieri dentro una bella inquadratura.

Essere liberi non significa essere al sicuro.

E sopravvivere non è una versione poetica dell’essere accuditi.

Una delle immagini mostrava un cane sostenuto da un carrellino fissato alla parte posteriore del corpo.

Le ruote gli permettevano di camminare.

Non sapevo a chi appartenesse.

Sapevo che qualcuno si era fermato.

Aveva osservato il problema.

Preso misure.

Sistemato cinghie e ruote.

Gli aveva restituito movimento.

Quella fotografia correggeva tutta la retorica facile sulla libertà.

Qualche volta essere liberi significa che qualcuno ti aiuta a muoverti senza pretendere di scegliere la direzione al posto tuo.

Non è possesso.

È cura.

La differenza dovrebbe essere semplice.

Gli esseri umani riescono comunque a confonderla con notevole costanza professionale.

In mezzo ai cani comparivano anche alcuni gatti.

Uno vicino ai cassonetti.

Uno dietro una recinzione.

Uno sopra un davanzale, arrotolato con l’aria di chi avesse chiuso il reparto reclami per mancanza d’interesse.

I cani abitavano Batumi.

I gatti sembravano averla annessa.

È la differenza fondamentale tra le due specie.

Un cane spera che tu sia una brava persona.

Un gatto presume che tu sia personale di servizio e attende di vedere se almeno sei competente.

Io possedevo un gatto.

Conoscevo la struttura gerarchica.

Fotografare i cani era diverso dal fotografare le persone.

Le persone, quando vedono una macchina fotografica, correggono il volto.

Si raddrizzano.

Sorridono.

Si coprono.

Si voltano.

Diventano improvvisamente la propria versione ufficiale.

I cani no.

Uno sollevava la testa.

Mi guardava.

Controllava se avessi del cibo oppure soltanto intenzioni artistiche.

Scopriva che avevo le seconde e perdeva immediatamente interesse.

Era una critica onesta al mio lavoro.

Non potevo contestarla.

Continuai a fotografarli.

Un cane disteso sopra i gradini di un edificio elegante.

Uno sotto una panchina.

Due seduti sul bordo del marciapiede come una coppia sposata da abbastanza tempo da non avere più bisogno di riempire il silenzio.

Uno davanti al mare.

Uno addormentato sopra una soglia.

Usavano la città senza rispettare lo scopo assegnato agli oggetti.

La scalinata diventava letto.

La panchina tetto.

Il marciapiede salotto.

La spiaggia casa.

Forse abitare comincia proprio così.

Non quando possiedi un luogo.

 

Quando sai come usarlo per restare vivo.

Batumi costruiva appartamenti per convincere il mondo a comprarla.

I cani non avevano comprato niente.

Eppure sembravano appartenere alla città più di me, più dei turisti e forse persino di molti proprietari che conoscevano il prezzo al metro quadrato ma non l’odore delle strade dopo la pioggia.

Uno di loro rimase seduto davanti al mare.

Non contemplava l’infinito.

Non stava riflettendo sulla libertà.

Probabilmente aspettava qualcosa da mangiare oppure controllava che nessun altro cane avesse l’impudenza di avvicinarsi troppo.

Il significato lo aggiungevo io.

Lui aggiungeva soltanto la propria presenza.

Forse era sufficiente.

Io avevo le chiavi di un appartamento.

Lui non aveva neppure una porta.

Io sarei partito.

Lui era già a casa.

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