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Dopo un mese fotografi chi aspetta l’autobus – Georgia, capitolo 3

Dopo un mese fotografi chi aspetta l’autobus – Georgia, capitolo 3

Georgia, capitolo III — Le panchine, i telefoni e il momento esatto in cui una città smette di provarci

 

All’inizio fotografi i monumenti.

Dopo un mese fotografi una donna che aspetta l’autobus con due buste della spesa tra le ginocchia.

È così che capisci che il viaggio sta funzionando.

Oppure che hai definitivamente esaurito le attrazioni principali.

Le due possibilità, come spesso accade nella vita, possono convivere senza alcun problema.

La donna era seduta sotto una pensilina.

Non sorrideva.

Non guardava il mare.

Non sembrava attraversata dallo spirito millenario del Caucaso, non incarnava la dignità silenziosa del popolo georgiano e probabilmente non aveva alcuna intenzione di diventare la protagonista di una riflessione sulla condizione umana scritta da uno straniero con troppo tempo e un obiettivo costoso.

Aspettava l’autobus.

Fine.

Le buste erano piene.

Le spalle un poco curve.

Lo sguardo rivolto verso il punto dal quale sarebbe dovuto comparire il mezzo.

La sua intera filosofia, in quel momento, poteva essere riassunta così:

Speriamo che arrivi presto perché questa roba pesa.

Era la cosa più onesta che avessi fotografato da giorni.

Batumi aveva già fatto parecchio per attirare la mia attenzione.

Torri.

Statue.

Ruote panoramiche.

Facciate consumate.

Gru lanciate verso il cielo con l’entusiasmo ormonale di un’economia appena entrata nella pubertà.

Il vecchio e il nuovo si erano insultati dentro ogni inquadratura.

Il capitale aveva costruito balconi.

Il passato ci aveva steso le mutande.

Avevo fotografato tutto.

Poi, a forza di camminare, il paesaggio aveva smesso di presentarsi.

È questo che succede quando rimani abbastanza a lungo.

Una città all’inizio è una donna bellissima incontrata a una festa.

Conosci soltanto il vestito, la luce, il modo in cui inclina il bicchiere e quella porzione di personalità scelta accuratamente per non rovinare la serata.

Se te ne vai presto, puoi continuare a immaginarla perfetta.

Se rimani, prima o poi la vedi cercare le chiavi per venti minuti mentre sono nella sua mano.

La senti parlare con la madre.

Scopri che russa.

Che possiede una tazza preferita.

Che detesta il lunedì.

Che qualche volta mangia in piedi sopra il lavandino perché non ha voglia di sporcare un piatto.

La seduzione finisce.

Comincia la conoscenza.

Il turismo preferisce andarsene prima.

Ha un volo prenotato e una relazione molto seria con le prime impressioni.

Arriva.

Consuma.

Fotografa.

Recensisce.

Riparte.

Poi scrive che la città è “sorprendente”, “autentica”, “piena di contrasti” oppure “una gemma nascosta”, frase utilizzata di solito per luoghi nei quali vivono centinaia di migliaia di persone perfettamente consapevoli di non essere mai state nascoste.

Io ero rimasto.

Non abbastanza da appartenerle.

Abbastanza da annoiarla.

Era un progresso.

La città non si metteva più in posa ogni volta che uscivo.

Mi mostrava il tragitto verso il lavoro.

Le persone ferme ai semafori.

Gli autobus pieni.

Le panchine occupate.

Le mani dentro le tasche.

I telefoni davanti ai volti.

Quella massa di minuti privi di spettacolo dentro la quale, con grande fastidio dell’industria turistica, trascorriamo quasi tutta la vita.

Cominciai a fotografare chi aspettava.

Alle fermate.

Fuori dai negozi.

Sui marciapiedi.

Davanti alle strisce pedonali.

Seduto dentro un’automobile.

Appoggiato a una parete.

Con una borsa.

Con una sigaretta.

Con quella particolare espressione di chi ha controllato l’ora tre volte negli ultimi quaranta secondi e continua a credere che il tempo possa sentirsi sotto pressione.

Aspettare è una delle attività più praticate dall’umanità e una delle meno celebrate.

Nessuno mette “attesa” tra gli interessi del curriculum.

Non esistono influencer specializzati nel rimanere fermi davanti a un ufficio postale.

Nessun uomo d’affari sale sopra un palco per spiegare come abbia costruito il proprio impero aspettando che il medico lo chiamasse mentre sfogliava una rivista del 2018.

Eppure aspettiamo continuamente.

Che arrivi l’autobus.

Che smetta di piovere.

Che risponda.

Che si liberi un tavolo.

Che il denaro entri.

Che il dolore esca.

Che qualcuno si decida.

Che qualcuno cambi idea.

Che il semaforo diventi verde anche se non passa una macchina da tre minuti e siamo abbastanza civilizzati da obbedire a una lampadina ma non abbastanza sereni da farlo senza bestemmiare.

L’attesa è la sala d’aspetto della vita.

L’arredamento fa schifo e nessuno sa quando verrà chiamato.

Le fermate degli autobus erano perfette.

Piccoli acquari urbani nei quali le persone rimanevano esposte senza avere niente da vendere.

Una pensilina.

Un cartello.

Una panchina, se Dio e l’amministrazione comunale si trovavano d’accordo.

Corpi temporaneamente raccolti dallo stesso inconveniente.

Non importava chi fossero.

Per qualche minuto condividevano una direzione.

Un uomo anziano sedeva con le mani appoggiate sopra un bastone.

Accanto, una ragazza guardava il telefono.

Poco più in là, una donna teneva una borsa contro il fianco.

Nessuno parlava.

Erano insieme con grande disciplina.

La convivenza urbana consiste spesso in questo.

Ignorarsi senza ostilità.

È una forma di civiltà sottovalutata.

Non dobbiamo conoscere tutti.

Non dobbiamo ascoltare la storia di ogni sconosciuto, condividere l’infanzia, riconoscere reciprocamente i traumi e fondare una comunità di guarigione prima che arrivi il numero dieci.

Qualche volta basta spostare il culo di quindici centimetri affinché un’altra persona possa sedersi.

La fraternità umana ha obiettivi magnifici.

La vita quotidiana si accontenterebbe di una panchina libera e di qualcuno che non ascolti video senza cuffie.

Fotografai un uomo in piedi vicino alla strada.

Portava una giacca scura.

Aveva lo sguardo perso da qualche parte oltre le automobili.

Dietro di lui passavano edifici, insegne, vetri, merci e tutto il rumore necessario a convincere una città che stesse accadendo qualcosa.

Lui rimaneva fermo.

Forse aspettava.

Forse pensava.

Forse non faceva assolutamente niente, attività diventata talmente sospetta che sentiamo immediatamente il bisogno di attribuirle una profondità.

Un uomo fermo non può semplicemente essere fermo.

Deve “contemplare”.

Deve “portare il peso degli anni”.

Deve “osservare il cambiamento della propria città”.

Oppure gli facevano male i piedi.

La fotografia adora trasformare il fastidio in destino.

Un volto serio diventa malinconia.

Una sigaretta diventa solitudine.

Una finestra diventa prigionia.

Una vecchia sopra una panchina diventa memoria.

È un mestiere magnifico.

Puoi incontrare una persona che ha soltanto perso l’autobus e farla sembrare l’ultima sopravvissuta di un secolo sconfitto.

Mi imposi una regola.

Non sapevo che cosa pensassero.

Non avrei finto di saperlo.

Potevo osservare la postura.

La distanza.

Le mani.

Il modo in cui un corpo occupava lo spazio.

Tutto il resto apparteneva a loro.

Il problema è che i fotografi soffrono di una forma professionale di curiosità che, vista da fuori, assomiglia parecchio alla maleducazione.

Restiamo agli angoli.

Guardiamo le persone.

Aspettiamo che qualcosa accada.

Se lo fa, scattiamo.

Se non lo fa, continuiamo a guardare con l’espressione pensierosa di chi sostiene di stare studiando la luce, quando spesso sta soltanto aspettando che il signore con il cappello passi davanti alla parete gialla.

La street photography è il nome elegante dato al bighellonare quando possiedi attrezzatura abbastanza costosa da suggerire intenzioni artistiche.

Io bighellonavo molto.

Con serietà.

Con disciplina.

Con diverse batterie di riserva.

All’inizio cercavo l’evento.

Un gesto evidente.

Una combinazione perfetta.

Qualcuno che corresse.

Qualcuno che litigasse.

Una luce capace di rendere eccezionale una scena ordinaria.

Poi Batumi mi insegnò la ripetizione.

La stessa strada al mattino.

La stessa strada nel pomeriggio.

La stessa fermata sotto la pioggia.

La stessa fermata con il sole.

Lo stesso chiosco aperto.

Lo stesso chiosco chiuso.

Le persone cambiavano.

Il gesto rimaneva.

Arrivare.

Fermarsi.

Controllare.

Aspettare.

Salire.

Scomparire.

Ogni autobus era una gomma da cancellare.

Raccoglieva le persone dalla strada e lasciava al loro posto uno spazio vuoto che pochi minuti dopo sarebbe stato occupato da altri corpi, altre borse, altre giornate convinte di essere uniche.

Poi ne arrivava un altro.

La città si svuotava e si riempiva senza mai interrompere il servizio.

Mi piacevano i vetri degli autobus.

Riflettevano palazzi, alberi, semafori e pezzi di cielo sopra i volti dei passeggeri.

Una persona guardava fuori e la città le passava letteralmente sopra la faccia.

Dentro c’era il corpo.

Fuori il movimento.

Nel mezzo una superficie sporca abbastanza da ricordare che la poesia, quando utilizza il trasporto pubblico, dovrebbe evitare i vestiti bianchi.

Fotografai persone dietro i finestrini.

Volti interrotti dai riflessi.

Mani appoggiate.

Teste inclinate.

Sguardi che non cercavano niente.

L’autobus offre una rara forma di anonimato.

Sei visibile e irrilevante.

Circondato e solo.

Puoi fissare il vuoto senza che qualcuno organizzi un intervento.

Puoi addormentarti, leggere, osservare, preoccuparti, ripassare una discussione avvenuta tre giorni prima e trovare finalmente la risposta perfetta quando non serve più a niente.

Puoi immaginare di cambiare vita tra una fermata e l’altra.

Poi scendi vicino al supermercato e compri il detersivo.

La rivoluzione può attendere.

Hai finito quello per i piatti.

Dentro un autobus la città smette di essere architettura.

Diventa logistica del corpo.

Dove appoggiarsi.

Quando alzarsi.

Chi far passare.

Quanto avvicinarsi senza iniziare involontariamente una relazione.

Quale porzione di tubo afferrare.

Come mantenere l’equilibrio mentre il conducente interpreta ogni frenata come un’occasione per verificare la fede dei passeggeri.

Non importa quanto sia elegante lo skyline.

Se il mezzo inchioda, tutti diventiamo sacchi di carne con scarse capacità aerodinamiche.

È un’esperienza democratica.

Per qualche secondo ricchi, poveri, giovani, vecchi, turisti e residenti condividono lo stesso obiettivo politico:

non cadere addosso alla signora con le uova.

Le città amano raccontarsi attraverso le grandi opere.

Ponti.

Torri.

Stadi.

Piazze.

Il cittadino, invece, giudica attraverso i piccoli funzionamenti.

Quanto aspetta.

Quanto costa.

Quanto è lontano.

Se piove dentro la pensilina.

Se l’autobus si ferma abbastanza vicino al marciapiede.

Se alle sette del mattino riesce a entrare senza dover conoscere tecniche di combattimento corpo a corpo.

Il futuro di una città può avere quaranta piani.

La qualità della giornata dipende ancora dal fatto che il mezzo passi.

Era la continuazione perfetta di ciò che avevo visto nei quartieri.

Le torri parlavano di investimento.

Le fermate parlavano di tempo.

Il capitale misura il valore in metri quadrati.

Chi aspetta l’autobus lo misura in minuti.

Cinque sono accettabili.

Dieci producono irritazione.

Venti trasformano un cittadino moderato in un teorico dell’insurrezione.

La civiltà è uno strato molto sottile.

Basta che l’applicazione dica “due minuti” per sette minuti consecutivi e sotto ricompare la bestia.

Anche i telefoni erano ovunque.

Nelle mani.

Davanti ai volti.

Tra due persone sedute vicine.

Sopra i tavoli.

Dentro gli autobus.

Il piccolo rettangolo nero era diventato la cappella portatile dell’umanità.

Ognuno si inginocchiava con il collo.

Pregava attraverso il pollice.

Attendeva una notifica.

Una risposta.

Un segno di interesse.

Una conferma bancaria.

Una fotografia.

Un video di qualcuno intento a vivere una vita apparentemente migliore, registrato e montato affinché anche lui potesse smettere di viverla per qualche minuto.

Non giudicavo.

Fotografavo le persone guardando uno schermo e subito dopo controllavo il mio.

Il moralismo richiede coerenza.

Io avevo soltanto una scheda di memoria.

Il telefono risolveva l’attesa.

O almeno la copriva.

Un tempo aspettavi e basta.

Guardavi la strada.

Le scarpe degli altri.

Le nuvole.

Una pubblicità.

Magari pensavi.

Attività pericolosa, dalla quale l’industria tecnologica ci ha fortunatamente liberati.

Adesso ogni vuoto può essere riempito.

Trenta secondi al semaforo.

Telefono.

Un minuto in ascensore.

Telefono.

Una persona va in bagno.

Telefono.

La conversazione attraversa un momento di silenzio.

Telefono.

Siamo diventati incapaci di rimanere soli persino in compagnia della persona che abbiamo scelto per non essere soli.

Fotografai due persone sedute sulla stessa panchina.

Ciascuna guardava il proprio schermo.

Erano vicine.

Forse amanti.

Forse amici.

Forse estranei riuniti dalla scarsità di posti a sedere.

La fotografia non lo diceva.

Mostrava due corpi e due altrove.

Mi fece ridere.

Abbiamo impiegato millenni per costruire città capaci di raccogliere milioni di persone nello stesso punto.

Poi abbiamo inventato un oggetto che permette a ciascuna di essere da un’altra parte.

È una conquista notevole.

La solitudine ha finalmente una copertura globale.

Ma anche qui era facile diventare moralisti.

Il telefono non separa soltanto.

Collega.

Una donna seduta alla fermata poteva parlare con un figlio lontano.

Un ragazzo poteva cercare lavoro.

Qualcuno poteva controllare il percorso, tradurre una frase, mandare denaro, leggere una notizia o informare una persona che sarebbe arrivato tardi a causa di un autobus evidentemente gestito secondo il calendario geologico.

Gli oggetti non sono colpevoli delle nostre ossessioni.

Sono complici molto disponibili.

Un telefono può contenere una famiglia.

Può contenere anche quarantasette video di uomini che spiegano come ottenere disciplina svegliandosi alle quattro e venti, di solito registrati da qualcuno il cui lavoro consiste nel convincere gli altri a svegliarsi alle quattro e venti.

La libertà di utilizzo comporta conseguenze discutibili.

Continuai a camminare.

Vedevo persone appoggiate alle automobili.

Uomini seduti fuori da un negozio.

Una donna in piedi sotto un’insegna.

Ragazzi raccolti attorno a qualcosa che dalla distanza non riuscivo a distinguere.

Gente che attraversava.

Gente che tornava.

Gente che sembrava non essere andata da nessuna parte e possedeva comunque l’aria stanca di chi aveva completato un viaggio diplomatico.

La vita quotidiana non è fotogenica per natura.

Devi concederle tempo.

All’inizio una persona ferma appare insignificante.

Poi noti le distanze.

Un uomo lascia mezzo metro tra sé e gli altri.

Una coppia si tocca senza guardarsi.

Una donna tiene il sacchetto della spesa sopra le ginocchia come se contenesse qualcosa di fragile.

Un ragazzo occupa tutta la panchina con l’arroganza elastica dei corpi giovani, convinti che le articolazioni e il mondo resteranno per sempre a loro disposizione.

Un anziano piega il giornale.

Una bambina dondola le gambe perché il tempo degli adulti procede a una velocità insopportabile.

Niente accade.

Tutto si rivela.

L’attesa toglie alle persone l’azione con cui normalmente si presentano.

Non stanno lavorando.

Non stanno comprando.

Non stanno andando, almeno per il momento.

Sono corpi temporaneamente privi di funzione.

Ed è lì che diventano interessanti.

La società ci preferisce in movimento.

Produrre.

Consumare.

Spostarci.

Consegnare.

Arrivare.

Ogni minuto dovrebbe appartenere a qualcosa.

Il tempo libero stesso deve diventare attività.

Corri.

Viaggia.

Allenati.

Visita.

Impara.

Migliorati.

Riposare non basta più.

Devi praticare il recupero ad alte prestazioni, possibilmente monitorando il sonno attraverso un dispositivo che al mattino ti comunichi con precisione scientifica quanto tu sia riuscito male persino a perdere conoscenza.

Chi aspetta l’autobus interrompe tutto.

Non per ribellione.

Perché l’autobus non è ancora arrivato.

È una pausa imposta.

Un piccolo sciopero involontario del corpo.

Il mercato detesta il tempo che non produce niente.

Per questo ha riempito le fermate di pubblicità.

Se proprio devi rimanere fermo, almeno desidera qualcosa.

Un profumo.

Un appartamento.

Un’automobile.

Una pelle più giovane.

Una vacanza necessaria a riprenderti dal lavoro svolto per pagare la vacanza.

Non ci lasciano mai soli con la nostra insufficienza.

Ce ne offrono una nuova, stampata abbastanza grande da essere leggibile dall’altro lato della strada.

Le panchine, però, resistevano.

Una panchina è un oggetto radicale.

Non pretende niente.

Non devi ordinare.

Non devi avere una prenotazione.

Non devi dimostrare di appartenere alla categoria di persone per la quale l’arredamento è stato scelto.

Ti siedi.

Naturalmente qualche città ha già risolto il problema installando divisori, inclinazioni e strutture progettate per impedire a un essere umano di sdraiarsi, perché il nostro concetto di decoro consiste spesso nel rendere la sofferenza meno visibile senza compiere l’errore economicamente pericoloso di ridurla.

Ma una panchina normale resta una concessione.

Dice:

Puoi fermarti qui anche se non compri niente.

È una frase sempre più rara.

A Batumi le panchine raccoglievano vecchi, giovani, coppie, persone sole, borse, ombrelli e quella particolare stanchezza che non necessita di una diagnosi.

Qualcuno parlava.

Qualcuno fumava.

Qualcuno osservava il passaggio.

Gli anziani possiedono spesso un rapporto migliore con le panchine.

Non sembrano viverle come un’interruzione.

Le abitano.

I giovani si siedono in attesa di ripartire.

Gli anziani sembrano sapere che essere seduti può già costituire un programma completo.

Guardano.

Commentano.

Riconoscono.

Il quartiere passa davanti e loro svolgono il delicato compito di stabilire chi sia ingrassato, chi non saluti più, quale negozio abbia cambiato gestione e quale ragazzo sia decisamente troppo grande per continuare a vestirsi in quel modo.

Ogni comunità necessita di un archivio.

Prima dei database c’erano persone sedute fuori.

Sapevano tutto.

Conservavano i dati senza password e li condividevano violando qualunque normativa sulla privacy.

Io passavo con la macchina fotografica.

All’inizio alcuni mi guardavano.

Poi sempre meno.

Non perché fossi diventato invisibile.

Ero diventato ripetuto.

Le città digeriscono gli estranei attraverso l’abitudine.

Il primo giorno sei una presenza.

Il quinto una curiosità.

Il decimo quello con la macchina fotografica.

Dopo un mese sei il coglione che passa di nuovo.

È il livello più vicino all’integrazione che fossi riuscito a raggiungere senza imparare correttamente la lingua.

Cominciai a riconoscere persone che non conoscevo.

Il signore che sedeva spesso nello stesso punto.

La donna che attraversava con passo rapido.

L’uomo appoggiato vicino a un ingresso.

I ragazzi davanti a un negozio.

Non avevamo nomi.

Non ci salutavamo sempre.

Ma la loro presenza aveva smesso di essere casuale.

Facevano parte della mappa.

Appartenere a una città forse comincia così.

Non quando conosci i monumenti.

Quando riconosci le comparse.

Quando sai che quel volto dovrebbe trovarsi lì e ne noteresti l’assenza.

Il turismo colleziona luoghi.

La familiarità colleziona ricorrenze.

Sai dove comprare l’acqua.

Quale marciapiede si allaga.

Da quale lato arriverà l’autobus.

Quale porta sembra l’ingresso e invece non si apre mai.

Quale cassiera non ha bisogno che tu completi la frase perché ha già capito che cosa stai cercando e probabilmente aveva capito anche ieri, mentre tu continuavi a gesticolare come un mimo colpito da un disturbo neurologico.

Un luogo comincia ad appartenerti quando smette di intrattenerti.

Quando puoi attraversarlo senza pretendere che ti sorprenda.

Quando una giornata normale non viene registrata come un fallimento del viaggio.

Questa era la parte difficile.

Ero arrivato per fotografare.

Ogni mattina uscivo con l’idea che qualcosa dovesse accadere.

Una buona immagine.

Una scena.

Un premio minimo per avere camminato chilometri portando addosso attrezzatura sufficiente a causare problemi permanenti alla spalla destra.

La città non aveva firmato quel contratto.

Alcuni giorni non succedeva niente.

La luce era mediocre.

Le persone si muovevano nel momento sbagliato.

Gli autobus coprivano il soggetto.

Il soggetto copriva l’autobus.

Un’automobile bianca compariva invariabilmente nel punto esatto in cui avrebbe rovinato la composizione, dimostrando che l’universo non sarà anche organizzato intorno a noi, ma possiede comunque un reparto dedicato alle piccole ostilità.

Tornavo con fotografie ordinarie.

Mi irritavano.

Poi le guardavo di nuovo.

Una settimana dopo.

Un mese dopo.

L’ordinario aveva cominciato a cambiare valore.

Non perché le immagini fossero diventate tecnicamente migliori durante la notte.

Perché la memoria aveva iniziato a lavorare.

Riconoscevo il rumore.

La temperatura.

Il percorso.

Ciò che era successo prima e dopo.

Una fotografia non conserva soltanto quello che mostra.

Conserva tutto ciò che il fotografo ricorda e lo spettatore non potrà mai sapere.

È una proprietà terribilmente ingiusta.

Per me quella donna non era soltanto una donna alla fermata.

Era la strada percorsa ogni mattina.

Il negozio dietro.

La pioggia terminata poco prima.

Il suono del mezzo arrivato due minuti dopo.

Per chi guardava, restavano un volto e due buste.

Il fotografo possiede sempre una parte segreta dell’immagine.

La fotografia appartiene a tutti.

Il ricordo rimane egoisticamente suo.

Forse continuavo a scattare proprio per quello.

Non per catturare il mondo, frase che fa sembrare il fotografo una specie di cacciatore coloniale armato di sensibilità.

Per lasciare a me stesso degli inneschi.

Un volto.

Un finestrino.

Una panchina.

Qualcosa che anni dopo potesse riaprire una giornata apparentemente insignificante e restituirmi l’uomo che ero mentre la attraversavo.

Anche quel desiderio era egoista.

La fotografia lo è.

Vuole conservare ciò che il tempo non ha alcuna intenzione di lasciarci.

È una protesta.

Elegante.

Costosa.

Destinata a perdere.

Ma non per questo priva di fascino.

Continuavo a fotografare l’attesa perché conteneva una verità semplice.

La maggior parte della vita non avviene nei momenti decisivi.

Avviene tra loro.

Mentre torni.

Mentre aspetti.

Mentre compri qualcosa.

Mentre guardi il telefono.

Mentre ti siedi cinque minuti perché sei arrivato troppo presto.

Le grandi fotografie cercano spesso il punto culminante.

La vita, bastarda amministrativa, archivia soprattutto tempi morti.

Pensiamo di ricordare i viaggi per le meraviglie.

Poi anni dopo torna una fermata.

Il colore di una giacca.

Una mano sopra un finestrino.

La forma di una busta.

Il modo in cui la luce cadeva sopra un marciapiede che nessuna guida aveva considerato degno di un paragrafo.

La memoria non possiede senso critico.

Conserva cazzate.

Perde compleanni.

Dimentica nomi importanti.

Poi, alle tre di notte, restituisce con precisione offensiva una pubblicità vista sopra un autobus nel 2011.

Forse fotografare significava collaborare con quel difetto.

Fornirgli prove.

Verso la fine del mese smisi quasi completamente di domandarmi dove fossero le cose interessanti.

Uscivo.

Camminavo.

Tornavo negli stessi luoghi.

La ripetizione, che all’inizio avevo scambiato per povertà di possibilità, diventò profondità.

Vedere una strada una volta significa riconoscerne la forma.

Vederla trenta volte significa riconoscerne gli umori.

Sai quando è vuota.

Quando si riempie.

Quale luce attraversa i palazzi.

Chi apre per primo.

Chi rimane fuori più tardi.

Un luogo non si rivela perché lo attraversi.

Si rivela perché torni.

È una notizia irritante per chi ha costruito un’identità attorno al partire.

Io ero bravo ad arrivare.

Il nuovo mi rendeva attento.

Ogni dettaglio sembrava significativo.

Restare richiedeva un’altra qualità.

Continuare a guardare quando la novità era finita.

È facile desiderare una persona al primo incontro.

È facile amare una città durante il tramonto.

È facile sentirsi vivi mentre tutto è diverso.

Il difficile arriva martedì mattina.

Piove.

Hai dormito male.

La strada è la stessa.

La persona accanto ha già raccontato quella storia.

Il barista non ti considera più misterioso.

Adesso sa soltanto che ordini sempre la stessa cosa e lasci briciole sul tavolo.

La familiarità è la fine del personaggio.

Resta il comportamento.

Batumi non doveva più sedurmi.

Io non dovevo più conquistarla attraverso le fotografie.

Potevamo semplicemente sopportarci.

Era quasi intimità.

Una mattina vidi un uomo seduto da solo.

La strada passava davanti.

Dietro c’era la città, impegnata nei propri piccoli traffici.

Non accadeva niente di notevole.

Scattai.

Non perché fosse triste.

Non perché la solitudine dell’uomo moderno dentro la metropoli post-sovietica richiedesse urgentemente il mio contributo.

Scattai perché la scena era lì.

Completa senza essere importante.

Un uomo.

Una seduta.

Un poco di spazio.

Il diritto di non rappresentare niente.

Mi sembrò una conquista.

Avevo trascorso anni cercando significati abbastanza grandi da giustificare le immagini.

Forse un’immagine poteva anche limitarsi a dire:

questo martedì, a quest’ora, una persona era seduta qui.

Non cambiava il mondo.

Il mondo aveva già una quantità insopportabile di persone che sostenevano di volerlo cambiare e pochissime disposte a raccogliere i bicchieri dopo la riunione.

Una fotografia poteva testimoniare senza pronunciare una sentenza.

Guardare senza trasformare tutto in una lezione.

Era più difficile di quanto sembri.

L’ego dell’autore vuole aggiungere valore.

Se la vita ordinaria è già sufficiente, che cosa cazzo ci facciamo noi?

Quindi interpretiamo.

Spieghiamo.

Costruiamo simboli.

Una panchina diventa il tempo.

Un autobus diventa il destino.

Una donna con la spesa diventa la resistenza quotidiana.

E qualche volta funziona.

Altre volte la donna vorrebbe soltanto rientrare prima che si scongeli il pollo.

L’onestà consiste anche nel lasciare le persone alla propria opacità.

Non comprendere non significa non vedere.

Le città sono piene di vite che ci passeranno accanto senza aprirsi.

Possiamo rispettarle lo stesso.

Sul finire del pomeriggio le fermate cambiavano.

Più corpi.

Più stanchezza.

Le persone uscivano dal lavoro e si distribuivano lungo i marciapiedi come se la città stesse restituendo lentamente ciò che aveva inghiottito al mattino.

Qualcuno portava sacchetti.

Qualcuno fiori.

Qualcuno pane.

Qualcuno soltanto la propria faccia dopo una giornata trascorsa a essere educato con gente che non lo meritava.

Era l’ora più umana.

La produttività aveva terminato il turno.

Restavano i bisogni.

Tornare.

Mangiare.

Togliersi le scarpe.

Telefonare.

Comprare qualcosa lungo la strada.

Il denaro guadagnato durante il giorno cominciava a trasformarsi in cose concrete.

Verdura.

Sigarette.

Farmaci.

Dolci.

Una bottiglia.

Un mazzo di fiori comprato per amore, per colpa oppure per quella zona diplomatica nella quale i due sentimenti risultano indistinguibili.

Il mercato immobiliare poteva aspettare.

Le persone dovevano cenare.

Un autobus arrivò.

Frenò davanti alla fermata.

Le porte si aprirono con il sospiro stanco di qualcuno costretto a ricominciare la stessa conversazione.

Le persone salirono.

La donna sollevò le buste.

Per un momento il suo volto cambiò.

Non felicità.

Non sollievo spirituale.

Il semplice riconoscimento che l’attesa era terminata.

Poi scomparve dentro il mezzo.

La pensilina rimase vuota.

Guardai la fotografia.

Un mese prima avrei probabilmente cercato una torre dietro di lei.

Un contrasto.

Una prova della trasformazione urbana.

Qualcosa capace di comunicare immediatamente:

Guardate, sono a Batumi e ho individuato il tema.

Adesso non ne avevo bisogno.

La città non era più obbligata a comparire come sfondo.

Era già tutta lì.

Nel peso delle buste.

Nel tempo perso.

Nel mezzo finalmente arrivato.

Nella fila disordinata.

Nel gesto con cui uno sconosciuto lasciò passare un’altra persona.

Nei volti dietro il vetro.

Batumi non era soltanto ciò che si alzava.

Era ciò che tornava ogni giorno.

La stessa fermata.

Lo stesso percorso.

Gli stessi piccoli obblighi.

Una città non diventa familiare quando hai visto tutto.

Diventa familiare quando puoi vedere di nuovo la stessa cosa e non considerarla tempo perso.

Io non appartenevo a Batumi.

Non bastano trenta giorni, qualche centinaio di fotografie e una conoscenza discutibile degli orari degli autobus per ottenere la cittadinanza emotiva.

Sarebbe un sistema molto comodo, specialmente per i fotografi inclini all’autocompiacimento.

Ma non ero più soltanto di passaggio.

Il passaggio ha fretta.

Io avevo cominciato a ripetermi.

Conoscevo alcune attese.

Alcune svolte.

Alcuni volti.

La città non mi aveva adottato.

Aveva semplicemente smesso di cambiarsi d’abito quando mi vedeva arrivare.

Era abbastanza.

L’autobus ripartì.

Dietro il vetro la donna sistemò le buste ai piedi.

Una conteneva qualcosa di rosso.

Pomodori, forse.

O fragole.

Qualcosa destinato a maturare, ammaccarsi e marcire molto prima delle torri costruite sul lungomare.

Il cemento poteva permettersi di aspettare.

La cena no.

Seguii l’autobus per qualche metro con lo sguardo.

Poi girai verso il mercato.

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