Back to Listing

Le Tigri Portano la Cravatta

Le Tigri Portano la Cravatta

Ci portiamo dentro paure che non sapremmo riconoscere nemmeno se ce le trovassimo sedute davanti al tavolo della cucina.

Non sappiamo quando siano entrate. Forse erano già lì. Forse sono nate da una porta chiusa troppo presto, da una voce che ci ha fatto sentire sbagliati, da qualcuno che se n’è andato e ha lasciato il conto da pagare a noi. Il punto è che crescono in silenzio, cambiano forma e imparano a presentarsi con nomi più rispettabili.

La paura di fallire diventa prudenza.

La paura di essere abbandonati diventa bisogno di controllo.

La paura di non valere abbastanza diventa quella fottuta ossessione di dimostrare qualcosa a persone delle quali, in fondo, non ci importa nemmeno.

Non le vediamo, ma prendono decisioni al posto nostro. Scelgono chi amiamo, quanto rischiamo, quando restiamo e quante volte scappiamo un minuto prima che possa accadere qualcosa di vero. Poi ci lasciano credere che sia stato carattere, destino o semplice buonsenso.

Sono brave, le paure.

Non pagano l’affitto, ma finiscono comunque per prendersi le stanze migliori.

E così passiamo gli anni a difenderci da minacce che non conosciamo, senza accorgerci che il nemico ha già le chiavi di casa.

Una volta, almeno, il pericolo aveva la decenza di mostrarsi.

È una cosa antica, quasi elegante nella sua inutilità. Un avanzo dei tempi in cui il buio poteva davvero contenere qualcosa con artigli, denti e un’opinione piuttosto definitiva sul nostro posto nella catena alimentare.

Allora le tigri vivevano nella foresta.

Oggi le foreste sono diventate città, le tigri portano la cravatta e noi continuiamo comunque a guardare nella direzione sbagliata.

Osserviamo gli sconosciuti sullo sfondo. Le sagome senza volto. Quelli che camminano troppo lentamente dietro di noi, quelli che parlano sottovoce, quelli che non riusciamo a mettere a fuoco abbastanza da capire se siano innocui o se abbiano intenzione di rovinarci la giornata, il matrimonio o l’intera esistenza.

La paura adora ciò che non conosce.

Le basta una forma vaga, una porta socchiusa, un messaggio senza risposta. Poi prende il resto dello spazio e lo riempie con la peggiore storia possibile, perché il cervello umano è uno sceneggiatore bastardo: ha poco budget, nessun senso della misura e una predilezione quasi pornografica per le tragedie.

Le due figure sullo sfondo potrebbero essere chiunque.

Due persone che tornano a casa.

Due amanti.

Due colleghi che hanno appena trascorso otto ore a fingere di non odiarsi.

Magari stanno pensando alla cena, a una bolletta, a qualcuno che non li ama più. Forse hanno paura anche loro. Forse, da quella distanza, siamo noi le sagome scure dentro la loro fotografia.

Ma non importa.

Non sapere è già abbastanza.

Quello che non distinguiamo diventa pericoloso. Quello che non comprendiamo diventa enorme. E quello a cui non riusciamo a dare un nome finisce per governarci con la discrezione di un dittatore ben vestito.

Il problema è che le paure più importanti raramente arrivano da dietro.

Non indossano un passamontagna. Non aspettano dentro un vicolo. Non hanno nemmeno la decenza di presentarsi con una musica minacciosa in sottofondo.

Quelle vere crescono dentro.

Cominciano da qualche parte che non ricordiamo: una porta che si chiude quando siamo troppo giovani per capire, una frase detta dalla persona sbagliata nel momento perfetto per fare danni, un’umiliazione dimenticata dalla memoria ma non dal corpo.

Poi diventano abitudini.

La paura di non essere abbastanza diventa perfezionismo.

La paura di essere abbandonati diventa gelosia.

La paura di fallire diventa prudenza, che è una parola rispettabile per indicare il modo in cui certe persone trascorrono un’intera vita senza rischiare un cazzo.

E la paura di essere visti davvero diventa ironia.

Quella la conosco bene.

È un buon trucco. Fai ridere gli altri prima che abbiano il tempo di farti una domanda seria. Ti comporti come se niente avesse importanza e, con un po’ di pratica, qualcuno finirà perfino per crederti.

Magari anche tu.

In primo piano c’è una donna con un cappello chiaro che le nasconde gli occhi. La mano è vicina alla bocca, l’unghia rossa sospesa in quel gesto piccolo che potrebbe significare tutto o niente.

È questo che fanno le fotografie migliori.

Non danno risposte.

Ti lasciano abbastanza spazio per infilare dentro le tue nevrosi.

Forse è preoccupata.

Forse sta pensando a un uomo.

Che, statisticamente, è spesso la stessa cosa.

Forse non sta pensando assolutamente a nulla e siamo noi a costruirle addosso una storia perché il mistero ci eccita quasi quanto ci spaventa.

Il cappello le copre lo sguardo, e gli occhi sono sempre il luogo in cui rischiamo di essere scoperti. Possiamo controllare la voce, la postura, le parole. Possiamo dire che va tutto bene con una sicurezza degna di un professionista.

Gli occhi, invece, sono dei piccoli infami.

Raccontano la notte precedente.

La telefonata che non è arrivata.

Il dubbio che continuiamo a chiamare stanchezza.

Forse per questo li nascondiamo.

Con un cappello.

Con un paio di occhiali scuri.

Con lo schermo di un telefono.

Con un lavoro che ci occupa abbastanza ore da non lasciarci il tempo di capire quanto siamo infelici.

Poi passiamo il resto della giornata a preoccuparci delle ombre degli altri.

È molto più comodo.

Il pericolo esterno si può evitare. Puoi cambiare marciapiede, chiudere una porta, bloccare un numero. Ma prova a liberarti di una paura che non sai nemmeno da dove venga.

Prova ad attraversare la strada per scappare da te stesso.

Ci proviamo, naturalmente.

Cambiamo città.

Cambiamo letto.

Cambiamo amici, lavoro, capelli, abitudini. Qualcuno beve. Qualcuno prega. Qualcuno si innamora ogni sei mesi pur di non restare abbastanza a lungo nello stesso posto da scoprire che il problema ha sempre fatto le valigie insieme a lui.

E per un po’ funziona.

Il nuovo ha questo meraviglioso potere anestetico. Una persona nuova, una casa nuova, un viaggio nuovo: per qualche settimana puoi convincerti di essere rinato, quando in realtà hai soltanto spostato i mobili nella stessa vecchia stanza.

Poi il rumore si abbassa.

La luce cambia.

Ti togli il cappello.

E l’ombra è ancora lì.

Non era mai stata in fondo alla strada.

Non era una delle due figure sfocate.

Era nel modo in cui le guardavi.

Forse crescere non significa smettere di avere paura. Quella è una delle tante stronzate che raccontiamo ai bambini prima di consegnargli un mondo costruito quasi interamente sul terrore di perdere qualcosa.

Forse crescere significa imparare a voltarsi verso la direzione giusta.

Guardare ciò che non è a fuoco.

Avvicinarsi abbastanza da dargli un nome.

Perché le paure senza nome sembrano mostri. Una volta nominate diventano ferite, e le ferite, almeno in teoria, possono guarire.

Le tigri continueranno a portare la cravatta.

Le città continueranno a essere foreste illuminate male.

E noi continueremo a vedere minacce nelle sagome lontane.

Ma forse, ogni tanto, potremmo smettere di fissare lo sfondo.

Toglierci il cappello.

E guardare finalmente cosa cazzo stiamo cercando di nascondere.

Next Post

La Sete non ha Bisogno di Slogan

Context menu is not allowed on this website.

Got It!
Back to Top