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Carne contro Ferro

Carne contro Ferro

Quanto può resistere un uomo contro qualcosa di più grande di lui?

Un giorno? Una vita? Il tempo necessario per convincersi che tutta quella fatica abbia un senso?

Ci hanno insegnato che chi combatte, prima o poi, vince. È una di quelle bugie premurose che raccontiamo ai bambini per farli dormire mentre la casa prende fuoco. La verità è che certe battaglie non hanno medaglie, testimoni o lieti fine. Hanno soltanto carne contro ferro, denti stretti e qualcuno che continua a salire anche quando non esiste più alcun posto in cui arrivare.

Forse non resistiamo perché crediamo ancora nella vittoria.

Forse resistiamo perché non abbiamo mai imparato a fare nient’altro.


Ho sempre avuto un rapporto piuttosto tossico con il verbo resistere.

Lo uso quando non so più cosa fare. Quando le possibilità sono finite, le idee sono andate a bere senza di me e la speranza ha spento il telefono. A quel punto rimane lui: resistere.

Una parola elegante per indicare il gesto poco elegante di continuare a prendere colpi senza avere la minima idea del perché.

La gente ama quelli che resistono. Ma li ama soprattutto da lontano.

Da vicino sono meno poetici. Sanguinano, bestemmiano, dormono male. Diventano scontrosi. Deludono gli amici. Si dimenticano i compleanni. Non pronunciano frasi memorabili mentre il mondo gli crolla addosso. Di solito dicono soltanto che sono stanchi.

E nessuno ha mai stampato “sono stanco” sopra una maglietta motivazionale.

All’inizio c’è una mano.

Una mano stretta a pugno e legata a una cancellata.

Non sembra il gesto di qualcuno che sta per vincere. Non c’è niente di eroico. Nessuna colonna sonora. Nessuna bandiera che sventola dietro di lui con il cielo aperto e il pubblico già pronto ad applaudire.

C’è soltanto un corpo che non può andare da nessuna parte e una mano che, nonostante tutto, si rifiuta di aprirsi.

È curioso quanto poco basti per ribellarsi.

A volte non serve spezzare le catene. Basta non collaborare con loro.

Ma quanto dura?

Quanto tempo puoi restare aggrappato alla tua rabbia prima che sia la rabbia ad aggrapparsi a te? Quando smetti di combattere contro la gabbia e cominci semplicemente ad arredarla?

Non lo so.

Ho conosciuto persone capaci di trasformare una prigione in una casa e altre capaci di trasformare una casa in una prigione. Ho visto uomini proteggere le proprie ferite come se fossero gli ultimi oggetti di valore rimasti dopo un incendio. Le lucidavano. Le raccontavano agli amici. Le portavano a cena.

Io stesso ho conservato certi dolori molto più a lungo di quanto avrei conservato una donna.

Almeno il dolore non ti domanda dove sei stato.

Poi l’uomo si volta e cammina.

Davanti a lui non c’è una strada. Ci sono ferro, ruggine e rovine. Il genere di posto in cui una persona ragionevole eviterebbe di entrare.

Ma le persone ragionevoli, diciamocelo, sono sempre state sopravvalutate.

Arriva un momento in cui puoi scegliere se allontanarti dalle macerie oppure entrarci ancora più dentro. Quelli equilibrati se ne vanno. Gli altri scambiano le ferite per porte e attraversano tutto ciò che sarebbe stato più intelligente lasciare chiuso.

Lui avanza.

Porta la propria storia sulla pelle perché, evidentemente, tenerla soltanto dentro non gli sembrava abbastanza doloroso. È nudo davanti a qualcosa che non può provare pietà. La struttura non lo vede, non lo ascolta, non lo odia nemmeno.

Ed è forse questa la parte peggiore.

Possiamo sopportare un nemico. Un nemico almeno riconosce la nostra esistenza.

È molto più difficile combattere contro qualcosa che continua tranquillamente a funzionare mentre noi andiamo in pezzi.

Il mondo è bravo in questo. Non deve sconfiggerti. Gli basta presentarsi puntuale ogni mattina.

A un certo punto arriva la stanchezza.

Arriva sempre.

Non quella bella, pulita, che segue una giornata produttiva e ti fa addormentare con la coscienza in ordine. Parlo della stanchezza che si sistema nelle ossa. Quella che non se ne va dormendo perché non nasce dal corpo.

È la stanchezza di dover essere sempre quello forte.

Quello che capisce.

Quello che tiene duro.

Quello che si rialza.

Una definizione del genere sembra un complimento finché non scopri che è soltanto il modo educato con cui gli altri ti comunicano che non verranno a salvarti.

L’uomo si appoggia al ferro.

Per un istante non combatte, non sale, non urla. Rimane lì. Curvo. Svuotato.

E forse la resistenza assomiglia più a questo che a tutte le statue che abbiamo costruito per celebrarla.

Non al pugno alzato.

Al momento subito dopo, quando il braccio trema e nessuno guarda.

Poi qualcosa ricomincia a muoversi.

Non so se sia coraggio, rabbia o semplice incapacità di accettare una risposta negativa. Probabilmente tutte e tre le cose, mischiate male come i drink ordinati dopo mezzanotte.

Lui si scaglia contro la barriera.

Il ferro non si sposta.

Naturalmente.

Le cose che ci tengono prigionieri raramente hanno la cortesia di cedere al primo tentativo. Alcune non cedono nemmeno al centesimo. Rimangono lì, immobili, mentre noi ci consumiamo contro di loro e chiamiamo perseveranza quello che, visto dall’esterno, potrebbe sembrare un esaurimento nervoso con una buona campagna pubblicitaria.

Eppure insiste.

Perché?

Perché continuiamo a bussare alle porte che non si aprono? Perché torniamo dalle persone che ci hanno già dimostrato di non saperci amare? Perché pretendiamo una spiegazione dalla vita, come se da qualche parte esistesse davvero un ufficio reclami?

Forse perché accettare che non arriverà alcuna risposta fa più paura del dolore necessario per continuare a chiederla.

Così comincia a salire.

È un gesto magnifico e stupido. Le due cose, del resto, vanno spesso a braccetto. Come l’amore e la gelosia. L’alcol e le telefonate notturne. Le grandi promesse e la pessima memoria.

Sotto gli scarponi c’è ruggine. Sopra, nessuna garanzia.

Un uomo normale guarderebbe quella struttura e vedrebbe un pericolo. Lui guarda lo stesso ferro che lo teneva fermo e decide di usarlo come scala.

Forse è questo che fanno quelli che resistono davvero.

Non distruggono sempre ciò che li ha feriti. A volte ci salgono sopra.

Un passo.

Poi un altro.

Senza sapere se la cima esista davvero o se sia soltanto l’ennesimo nome inventato per convincersi a non mollare a metà.

Visto dal basso, l’uomo diventa minuscolo.

Una chiazza di carne sopra uno scheletro di metallo. Un errore umano dentro una geometria che sembra destinata a sopravvivergli.

Ecco le proporzioni reali.

Noi siamo piccoli.

Molto più piccoli di quanto il nostro ego trovi accettabile. Siamo piccoli davanti al tempo, alle guerre, alle malattie, al denaro, alle persone che decidono senza conoscerci. Piccoli davanti ai meccanismi che abbiamo costruito e che ora non ricordiamo più come spegnere.

Il potere cambia abito, si taglia i capelli e si presenta con un nome nuovo. I carnefici imparano il linguaggio giusto. La violenza abbassa la voce, compila moduli, manda promemoria e ci augura una splendida giornata.

E noi saliamo.

Con la nostra pretesa infantile che lo sforzo debba necessariamente produrre un risultato. Che il sacrificio venga registrato da qualcuno. Che esista un contabile cosmico incaricato di annotare ogni volta che abbiamo fatto la cosa giusta senza ricevere nulla in cambio.

Ma se non ci fosse?

Se nessuno tenesse il conto?

Continueresti a salire?

Alla fine raggiunge il punto più alto.

E urla.

Nessun sorriso. Nessun braccio alzato in segno di vittoria. Nessun tramonto disposto a trasformare la sua sofferenza in una pubblicità per automobili.

Soltanto un uomo sopra una montagna di ferro e un grido troppo grande per la sua bocca.

Da bambini immaginiamo la cima come il luogo in cui tutto diventerà chiaro. Da adulti scopriamo che è soltanto un posto più alto da cui osservare la confusione.

Arrivi. Ti guardi intorno. Il mondo è ancora lì.

Le ingiustizie non sono scomparse. Le persone sbagliate continuano a vincere. Quelle giuste continuano a morire con una puntualità quasi offensiva. Tu hai dato tutto, sacrificato pezzi di te, ingoiato paura e orgoglio, e la grande macchina non si è nemmeno accorta del tuo passaggio.

Allora perché hai combattuto?

Perché continui?

È la domanda che arriva quando finiscono tutte le altre. Quella che nessuno vuole sentire perché potrebbe costringerci ad ammettere che non abbiamo un piano.

Abbiamo soltanto un istinto.

L’ultima immagine ci riporta all’inizio.

L’uomo è ancora legato.

Ha camminato, colpito, scalato e gridato. Per qualche istante è stato più in alto di tutto ciò che voleva trattenerlo. Ma il ferro è rimasto ferro e la prigione non è diventata libertà soltanto perché lui l’ha guardata dall’alto.

Non c’è vittoria.

Però non c’è nemmeno resa.

C’è un uomo che continua a urlare mentre qualcosa cerca di tenerlo fermo.

Forse resistere non significa cambiare il mondo. Forse significa soltanto impedire al mondo di cambiarci completamente. Conservare una parte inutile, irragionevole e ancora viva. Quella che continua a stringere il pugno anche quando la mano è legata.

Oppure è soltanto una pessima abitudine.

Un modo elegante per non ammettere che non sappiamo quando fermarci.

Non ho una risposta rassicurante da consegnarti. Le risposte rassicuranti vengono vendute nei libri motivazionali, accanto alle diete miracolose e alle fotografie di gente felice che corre sulla spiaggia alle sei del mattino.

Io alle sei del mattino, se tutto va bene, sto ancora cercando il lato freddo del cuscino.

So soltanto che nell’ultima fotografia lui è di nuovo prigioniero.

Ma sta ancora gridando.

Forse non è abbastanza per salvarlo.

È abbastanza per rovinare il silenzio.

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