Ci sono giornate in cui l’universo comunica attraverso grandi eventi.
Un incontro.
Una partenza.
Una telefonata che cambia tutto. E’ capitato anche a te non è vero?
Una di quelle coincidenze talmente precise da farti sospettare che da qualche parte ci sia qualcuno con un senso dell’umorismo discutibile che sta spostando i pezzi.
E poi ci sono giorni in cui ti manda una coccinella in cucina.
Che, ammettiamolo, come messaggio cosmico manca un po’ di spettacolarità.
Niente fulmini.
Niente voce dal cielo.
Niente vecchio barbuto che appare tra le nuvole dicendo:
«Figliolo, ho finalmente deciso di spiegarti che cazzo devi fare della tua vita.»
No.
Una coccinella.
Piccola.
Rossa.
Atterrata sopra qualcosa di altrettanto rosso proprio nel momento in cui io ero lì.
E naturalmente la prima cosa che ho pensato non è stata che meraviglioso segno dell’universo.
È stata:
Dove cazzo ho messo la macchina fotografica?
Perché puoi essere spirituale quanto vuoi, ma quando sei fotografo le epifanie hanno una priorità tecnica.
Prima metti a fuoco.
Poi eventualmente cerchi Dio.
La scena era assurda nella sua semplicità.
Quell’insetto minuscolo, perfettamente decorato come se qualcuno avesse avuto troppo tempo libero durante la progettazione, stava lì in mezzo a tutto quel rosso. Rosso sopra rosso. Tonalità che si rincorrevano, forme morbide, luce, contrasto.
Una composizione che, se avessi provato a costruirla apposta, probabilmente sarebbe sembrata artificiale.
Invece era successa.
Da sola.
Questo è il genere di cose che mi piace della fotografia.
La realtà ogni tanto fa un lavoro migliore di noi.
E senza chiedere compensi.
Il problema era convincere la signora coccinella a collaborare.
Perché gli insetti, a differenza dei modelli professionisti, non firmano liberatorie, non prendono indicazioni e soprattutto se ne fottono completamente della tua profondità di campo.
Lei era lì.
Io dovevo andare a recuperare la macchina fotografica.
E improvvisamente quella cucina era diventata una scena d’azione.
Non correvo così velocemente per qualcosa di rosso probabilmente dai tempi di certe discutibili decisioni sentimentali.
Recupero la macchina.
Torno.
E lei è ancora lì.
Piccolo miracolo.
O semplice statistica.
A seconda di quanto romanticismo ti è rimasto quella mattina.
Scatto.
Uno.
Due.
Ancora uno.
E in quei pochi secondi quella coccinella smette di essere un insetto capitato per caso sopra degli avanzi di cucina e diventa qualcosa d’altro.
Un’immagine.
Un ricordo.
Forse persino un simbolo.
Noi esseri umani abbiamo questa strana necessità di cercare significati dappertutto.
Vediamo un numero ripetersi tre volte e pensiamo che l’universo ci stia parlando.
Troviamo una piuma e iniziamo a sospettare l’intervento degli angeli.
Una canzone parte alla radio nel momento giusto e improvvisamente Spotify diventa un oracolo greco.
Siamo creature meravigliosamente disperate.
Vogliamo pensare che qualcosa ci stia osservando.
Che le coincidenze non siano soltanto coincidenze.
Che ogni tanto qualcuno, qualcosa, Dio, il destino, il karma, l’universo o un impiegato cosmico particolarmente annoiato ci lasci un piccolo indizio per dirci:
«Continua. Non hai capito un cazzo, ma continua.»
E magari è così.
Non ne ho idea.
Ho già abbastanza difficoltà a capire gli esseri umani, figuriamoci l’architettura metafisica dell’universo.
Però mi piace lasciare aperta la possibilità.
La coccinella, tradizionalmente, porta fortuna.
Almeno così diciamo.
Probabilmente lei non ne sa nulla.
Sta semplicemente cercando di vivere la propria minuscola esistenza mentre noi le abbiamo assegnato un’intera carriera nel reparto superstizioni.
Povera bastarda.
Immagina essere lungo cinque millimetri e avere la responsabilità della buona sorte dell’umanità.
Io avrei già chiesto il trasferimento.
Eppure qualcosa in quell’apparizione mi piacque.
Non necessariamente perché pensassi che stesse per arrivarmi una vincita milionaria, una rivelazione mistica o una donna emotivamente stabile — bisogna mantenere aspettative realistiche — ma perché era capitata nel punto giusto, nel momento giusto, davanti alla persona giusta per accorgersene.
Ed è qui che la fotografia entra davvero nella storia.
Perché forse fotografare significa soprattutto questo:
accorgersi.
Non creare continuamente qualcosa di straordinario.
Accorgersi che qualcosa di straordinario, ogni tanto, ha avuto la pessima idea di nascondersi dentro una cosa normalissima.
Una cucina.
Un pezzo di materia rossa.
Un insetto.
Tre secondi.
Fine.
La maggior parte delle persone sarebbe passata oltre.
E non perché siano distratte o insensibili.
Semplicemente perché la vita ci educa a cercare soltanto le cose grandi.
Il viaggio dall’altra parte del mondo.
Il concerto enorme.
La macchina costosa.
La persona spettacolare.
Il momento da raccontare.
La fotografia da pubblicare.
Abbiamo trasformato l’esperienza in una continua gara di dimensioni.
Se non è abbastanza grande, abbastanza bella, abbastanza rara, abbastanza condivisibile, sembra non meritare attenzione.
E intanto la vita vera continua a succedere nelle piccole cose.
Silenziosamente.
Senza hashtag.
Una luce che entra da una finestra.
Un gatto che ti guarda come se fossi un incompetente.
Una persona che ride quando pensa che nessuno la stia osservando.
Una barca ferma.
Un cielo che cambia colore.
Una coccinella finita nel posto esteticamente più appropriato della cucina.
Piccole cazzate.
Che poi, messe insieme, sono praticamente tutta la vita.
Forse il problema è che aspettiamo continuamente il grande momento.
Quello che finalmente sistemerà tutto.
Il lavoro giusto.
La persona giusta.
Il viaggio giusto.
La risposta definitiva.
Come se da qualche parte dovesse arrivare una gigantesca insegna al neon:
ECCO QUA, CAZZONE. QUESTO È IL SENSO.
Ma il senso potrebbe essere molto meno teatrale.
Magari arriva a pezzetti.
Uno per volta.
E spesso mentre siamo impegnati a fare tutt’altro.
La fotografia, almeno per me, ha sempre avuto questa capacità.
Mi costringe a rallentare abbastanza da notare certe cose.
Mi fa guardare.
E guardare davvero è una disciplina che abbiamo quasi perso.
Viviamo circondati da immagini e osserviamo sempre meno.
Scorriamo centinaia di fotografie al giorno senza vederne quasi nessuna.
Volti.
Corpi.
Guerre.
Vacanze.
Pubblicità.
Tramonti.
Tette.
Gattini.
Catastrofi.
Un dito verso l’alto e tutto sparisce.
Avanti il prossimo.
La fotografia invece, quando funziona, fa esattamente il contrario.
Dice:
Aspetta.
Guarda questa cosa.
Solo questa.
Per un attimo.
Quella coccinella non mi ha cambiato la vita.
Non mi ha rivelato il futuro.
Non mi ha consegnato il manuale d’istruzioni dell’esistenza.
Dopo averla fotografata ho probabilmente continuato la giornata con gli stessi problemi, gli stessi dubbi e la stessa capacità quasi professionale di complicarmi le cose.
Però per qualche minuto mi aveva fermato.
E questo forse è già sufficiente.
Mi aveva fatto correre a prendere una macchina fotografica.
Mi aveva fatto sorridere.
Mi aveva fatto pensare:
Guarda un po’ che cazzo di cosa.
Che è una frase molto più importante di quanto sembri.
Perché lo stupore non deve necessariamente essere elegante.
Può essere anche così.
Una piccola parolaccia affettuosa davanti alla bellezza.
Forse è uno dei motivi per cui continuo ad amare la fotografia.
Nonostante tutto ciò che inevitabilmente arriva dopo quando una passione diventa anche mestiere.
Clienti.
Scadenze.
File.
Hard disk.
Selezioni.
Mercato.
Vendite.
Algoritmi.
Quel meraviglioso processo attraverso cui l’essere umano riesce a prendere praticamente qualsiasi cosa bella e aggiungerci una fattura.
Poi però succedono ancora momenti come questo.
Nessun cliente.
Nessuna commissione.
Nessun progetto.
Nessuna strategia.
Solo qualcosa che vedo e quella vecchia, immediata sensazione:
questa devo fotografarla.
Ed eccolo lì, il motivo originario.
Quello prima del lavoro.
Prima della tecnica.
Prima che qualcuno decidesse se una fotografia fosse commercialmente interessante oppure no.
La curiosità.
Il piacere.
La voglia quasi infantile di prendere qualcosa che hai visto e conservarlo.
Forse quella coccinella era davvero un segno.
Non necessariamente di fortuna.
Magari semplicemente un promemoria.
Che il mondo non deve sempre fare esplodere qualcosa per riuscire a sorprenderci.
Che certe volte il bello arriva senza appuntamento.
Si posa davanti a te.
Rimane lì qualche secondo.
E poi se ne va.
Sta a te accorgertene.
Sta a te correre a prendere la macchina fotografica.
E soprattutto sta a te non essere così fottutamente impegnato a cercare il senso della vita da perderti quelle piccole cose che, messe insieme, potrebbero essere proprio il senso della vita.