Amici, avete mai camminato di notte in mezzo a una città piena di gente e avuto la sensazione che tutti avessero ricevuto il manuale d’istruzioni della vita tranne voi? Coppie che si tengono per mano, amici che ridono davanti a un bicchiere, gente che sembra sapere esattamente dove sta andando. E voi lì, in mezzo a loro, con le mani in tasca e qualche domanda di troppo. Questa storia parla di uno di quei viaggi in una città di notte che aveva il solito cattivo gusto di essere bellissima.
Era una di quelle vecchie città italiane costruite quando gli uomini avevano ancora abbastanza pazienza da scolpire capitelli, innalzare torri e mettere un orologio enorme sopra un palazzo affinché qualcuno, qualche secolo più tardi, potesse guardarlo e rendersi conto di essere comunque in ritardo sulla propria vita.
Mattoni rossi.
Portici.
Finestre buie.
Lampioni appesi ai muri come piccole lune addomesticate.
Pietre consumate da migliaia di scarpe, appuntamenti, ritorni a casa, tradimenti, matrimoni, funerali e ubriacature delle quali la storia dell’arte, inspiegabilmente, continua a non parlare abbastanza.
E in mezzo a tutto questo camminava lui.
Cappotto nero, mani in tasca e quell’espressione particolare di chi non si è perso geograficamente ma vorrebbe comunque vedere una freccia con scritto:
DA QUESTA PARTE, COGLIONE.
Non c’era.
Naturalmente.
La vita è molto attenta a mettere cartelli quando devi parcheggiare, pagare una tassa o non pisciare contro un muro medievale.
Quando devi capire cosa cazzo farne dei prossimi trent’anni, invece, improvvisamente diventa minimalista.
Così camminava.
Guardava in alto.
Guardava le torri.
Guardava l’orologio.
L’orologio, da parte sua, faceva ciò che gli orologi sanno fare meglio: contava il tempo degli altri senza fornire alcuna spiegazione sul proprio.
Le lancette avanzavano.
Niente di personale.
È forse questa la cosa più offensiva del tempo: non ce l’ha con te.
Semplicemente se ne fotte.
Lui alzò lo sguardo verso quel quadrante enorme incastrato nei mattoni e per qualche secondo ebbe quella sensazione che capita agli esseri umani quando si rendono conto che un oggetto costruito trecento anni prima di loro probabilmente sopravvivrà anche alla loro morte.
Una bella botta all’ego.
Gratis.
Proseguì.
Intorno la città continuava a vivere.
Ed era quello il problema.
La gente viveva.
Sembrava perfino riuscirci bene.
Due persone camminavano una accanto all’altra parlando di qualcosa che probabilmente, almeno in quel momento, sembrava importante. Una donna sorrideva. Qualcuno attraversava la strada. Qualcun altro pedalava senza alcuna evidente crisi esistenziale, il che già pareva un talento notevole.
Lui osservava tutto.
Non come osserva un turista.
Come osserva un antropologo infiltrato in una specie alla quale appartiene biologicamente ma della quale continua a non capire completamente le abitudini.
Guardateli.
Camminano.
Parlano.
Si abbracciano.
Organizzano il weekend.
Scelgono dove mangiare.
Prenotano vacanze.
Comprano tende nuove per il soggiorno.
E sembrano addirittura convinti che tutto questo abbia una qualche logica.
Affascinante.
Inquietante, ma affascinante.
Continuò lungo la strada principale.
Una coppia passò davanti a lui.
Mano nella mano.
Non stretti in quella maniera pubblicitaria da assicurazione sulla vita, ma abbastanza vicini da suggerire che, almeno per quella sera, avevano deciso di attraversare il mondo insieme.
Lui li guardò.
Non con invidia.
O forse sì.
Diciamo quella forma di invidia adulta che ha imparato a vestirsi bene e a chiamarsi curiosità.
Si domandò come funzionasse.
Come cazzo fa un essere umano a guardare un altro essere umano e dire: bene, tra sette miliardi di potenziali disastri emotivi, provo proprio con questo?
E soprattutto: come fanno alcuni a sembrare così tranquilli mentre lo fanno?
Forse erano felici.
Davvero felici.
Una possibilità che tendiamo a sottovalutare perché ci consola molto di più pensare che tutti stiano fingendo.
È più facile.
Se tutti recitano, nessuno ha capito qualcosa che noi non abbiamo capito.
Ma se qualcuno invece è davvero sereno?
Ah.
Lì cominciano i problemi.
Perché allora devi prendere in considerazione l’orribile eventualità che non esista una maledizione universale.
Che magari esistano semplicemente vite diverse.
Ferite diverse.
Lezioni diverse.
Fortune diverse.
Tempi diversi.
E che qualcuno abbia già imparato una cosa sulla quale tu stai ancora sbattendo la testa come un piccione contro il vetro.
Più avanti tre persone sedevano a un tavolino.
Qualche bicchiere.
Un telefono.
Una nuvola di fumo.
Una conversazione.
Una scena insignificante, quindi perfetta.
Perché la vita vera ha questa brutta abitudine di nascondersi nelle cose che non sembrano degne di una fotografia.
Una risata che dura due secondi.
Uno sguardo.
Una battuta idiota.
Uno che mostra qualcosa sul telefono.
Qualcuno che dice: «No, aspetta, devi vedere questa.»
E improvvisamente tre persone sono esattamente dove vogliono essere.
Almeno per un minuto.
Forse era questo che lui cercava di capire.
Non la felicità.
Quella parola è stata stuprata abbastanza da pubblicità, psicologi improvvisati e tazze con frasi motivazionali.
Cercava qualcosa di più modesto.
La presenza.
Quella capacità apparentemente banale di stare dentro il momento senza analizzarlo fino a ucciderlo.
Lui invece analizzava tutto.
Era il suo talento.
E probabilmente anche una discreta rottura di coglioni.
Guardava una coppia e pensava all’amore.
Guardava un gruppo di amici e pensava alla solitudine.
Guardava un orologio e pensava alla morte.
Una persona normale avrebbe guardato l’orologio e pensato: sono le undici.
Ma sarebbe stato troppo facile.
Continuò.
Passò sotto i portici.
Il rumore dei passi cambiò.
Le voci diventavano più vicine, poi sparivano.
Ogni arco sembrava aprire una piccola scena diversa.
Una donna che camminava veloce.
Un uomo che parlava al telefono.
Due ragazzi appoggiati al muro.
Una bicicletta.
Una vetrina.
Una porta.
L’odore di cibo proveniente da qualche locale.
Il rumore dei bicchieri.
Profumo.
Fumo.
Freddo.
Vita.
Tutta lì.
Tutta contemporaneamente.
Ed era strano perché lui continuava a sentirsi solo, ma quella solitudine non assomigliava all’assenza.
Era piuttosto una specie di distanza.
Come guardare una festa dall’altra parte di un vetro.
Puoi vedere tutto.
Puoi perfino sentire qualcosa.
Ma resta sempre quel paio di centimetri trasparenti tra te e il resto del mondo.
Forse alcune persone nascono così.
Non sole.
Laterali.
Condannate — o fortunate — a stare mezzo passo fuori dalle cose.
Abbastanza vicine da partecipare.
Abbastanza lontane da osservare.
Gli scrittori, probabilmente.
I fotografi.
I musicisti.
I pazzi.
Gli innamorati dopo essere stati lasciati.
E quella categoria indefinibile di individui che durante una festa, a un certo punto, smette di parlare e guarda gli altri chiedendosi che razza di miracolo sia riuscire semplicemente a essere lì.
Lui apparteneva a quel genere.
Camminava nella città ma contemporaneamente la guardava.
Guardava le persone entrare e uscire dalle proprie piccole storie.
Chi iniziava una serata.
Chi la finiva.
Chi probabilmente aveva appena litigato.
Chi sarebbe finito a letto con qualcuno.
Chi sarebbe tornato a casa da solo.
Chi quella sera avrebbe detto «ti amo» per la prima volta.
Chi per l’ultima.
Chi non avrebbe detto proprio niente perché le parole giuste, come sempre, gli sarebbero venute in mente mezz’ora dopo.
La città custodiva tutto senza commentare.
Le città sono brave in questo.
Probabilmente perché ne hanno viste troppe.
Una strada può aver assistito al giorno più bello della tua vita e alla disperazione assoluta di uno sconosciuto dieci minuti prima.
Poi arriva il netturbino alle cinque del mattino.
Pulisce.
E si ricomincia.
C’era qualcosa di consolante in quella brutalità.
Il ragazzo continuava a camminare.
A volte sembrava sorpreso.
A volte quasi divertito.
A volte aveva negli occhi quella rabbia senza bersaglio preciso che probabilmente è la più stancante di tutte.
Perché quando ce l’hai con qualcuno, almeno sai dove mandare la fattura.
Quando ce l’hai con la vita diventa più complicato.
Non ha indirizzo.
Non risponde alle mail.
E il servizio clienti fa schifo.
Avrebbe voluto fermarla.
Prenderla per il bavero.
Chiederle:
«Bene, stronza. Qual è il punto?»
Perché a volte sembrava esserci un punto.
Altre no.
Altre ancora sembrava che il punto fosse proprio smettere di cercarne uno.
E questa era forse l’ipotesi che lo infastidiva maggiormente.
Perché siamo stati educati all’idea che tutto debba portare da qualche parte.
Studia per lavorare.
Lavora per guadagnare.
Guadagna per vivere.
Vivi per…
E lì la frase tende a diventare improvvisamente meno convincente.
Forse non c’è sempre un “per”.
Forse alcune cose esistono semplicemente perché esistono.
Una passeggiata.
Una città.
Una notte.
Un bicchiere.
Una donna che ride.
Uno sconosciuto che ti passa accanto.
Dieci secondi di musica provenienti da un locale.
Un palazzo illuminato.
Una conversazione che non avrai mai.
Una persona che non rivedrai.
Non tutto deve diventare qualcosa.
Questa idea, lentamente, cominciava a piacergli.
La coppia che aveva visto poco prima continuava per la propria strada.
Altre persone arrivavano.
Altre se ne andavano.
Qualcuno camminava abbracciato.
Altri da soli.
E improvvisamente la solitudine smise di sembrargli una condanna e cominciò ad assomigliare a una posizione.
Sei qui.
Gli altri sono là.
Ogni tanto le traiettorie si incontrano.
Qualcuno resta per vent’anni.
Qualcuno venti minuti.
Qualcuno il tempo necessario per ordinare due drink e raccontarti una storia che ricorderai inspiegabilmente per tutta la vita.
Poi via.
È brutale.
Ma c’è una strana eleganza.
Lui girò per un vicolo.
La luce diventò più calda.
I muri sembravano avvicinarsi.
Il mondo fuori sparì per qualche istante.
E lì, tra mattoni vecchi e finestre chiuse, finalmente si fermò.
Aveva ancora domande.
Certo.
Quelle bastarde raramente prendono una serata libera.
Però aveva smesso per qualche minuto di pretendere una risposta.
Che non è illuminazione spirituale.
Non esageriamo.
È già tanto.
Poi arrivò il bar.
Perché anche i viaggi interiori, dopo una certa ora, hanno bisogno di un bancone.
Una bevuta.
Una di quelle senza ambizioni terapeutiche.
Niente rituali.
Niente «bevo per dimenticare» pronunciato guardando malinconicamente il ghiaccio come in un film francese.
Semplicemente un drink.
Quello che scalda un po’ lo stomaco e allenta di mezzo giro le viti con cui tieni serrato il cervello tutto il giorno.
L’alcol non risolve un cazzo.
Questa parte è importante.
I problemi sanno nuotare molto bene.
Anzi, spesso il mattino dopo sono ancora lì, seduti sul bordo del letto, freschi come rose, mentre tu sembri essere stato investito da un autobus.
Però una bevuta, qualche volta, abbassa il volume.
Non spegne la radio.
Abbassa il volume.
E quando la mente smette di urlare per qualche minuto, può succedere una cosa curiosa.
Ricominciano a sentirsi i pensieri.
Quelli veri.
Non quelli dell’ansia.
Non quelli della paura.
Non le discussioni immaginarie avute sotto la doccia con persone che nella realtà probabilmente stanno mangiando una pizza e non pensano minimamente a te.
Pensieri più semplici.
Più sporchi.
Più onesti.
Forse quella notte non doveva capire niente.
Forse era soltanto uscito per vedere.
Guardare.
Registrare.
Essere presente.
La scoperta era quasi offensiva nella sua semplicità.
Passiamo metà della vita convinti di dover fare qualcosa.
Costruire.
Conquistare.
Correggere.
Risolvere.
Diventare.
E se qualche volta il compito fosse semplicemente osservare?
Stare.
Prendere nota.
Lasciare che ciò che ci passa davanti entri da qualche parte.
Un sorriso.
Un edificio.
Una coppia.
Tre amici davanti a un bicchiere.
Una strada lucida sotto i lampioni.
Un vecchio orologio che continua a contare.
Forse vivere significa anche accumulare queste cose.
Non per possederle.
Per essere modificati lentamente dal loro passaggio.
Uscì dal locale.
La città era identica.
Ovviamente.
Nessuna rivelazione aveva acceso una nuova costellazione sopra i tetti.
Nessun coro angelico.
Nessuna voce dal cielo.
Nessuna donna misteriosa comparsa dal nulla per dirgli che era finalmente pronto ad amare.
Peccato.
Sarebbe stato comodo.
C’erano ancora le stesse pietre.
Gli stessi lampioni.
Gli stessi portici.
La stessa gente.
La stessa notte.
Eppure qualcosa sembrava leggermente spostato.
Forse era l’alcol.
Non escludiamolo.
Ma forse era anche lui.
Un centimetro.
Mezzo.
Abbastanza.
Riprese a camminare.
I passi sul mosaico.
Le mani nuovamente nelle tasche.
Gli occhi ancora curiosi.
La rabbia non era scomparsa.
Nemmeno la confusione.
E questo forse rendeva tutto più credibile.
Le trasformazioni vere raramente hanno titoli di coda.
Non succede che capisci qualcosa e da quel momento diventi un uomo nuovo.
Capisci qualcosa.
Poi fai una cazzata.
Poi la dimentichi.
Poi la capisci di nuovo.
Poi magari la perdi per altri tre anni.
Benvenuti nell’evoluzione personale.
Abbonamento obbligatorio, assistenza inesistente.
Ma continuava a camminare.
E questa volta non sembrava più cercare disperatamente una destinazione.
Guardava.
Una coppia.
Una finestra.
Una bicicletta.
Un muro.
Una luce.
Un volto.
La città intera sembrava essersi trasformata in una specie di enorme libro senza trama, nel quale ogni persona era una frase che non avrebbe mai letto completamente.
E forse era proprio questo il bello.
Non sapere.
Non conoscere il finale degli altri.
Non sapere nemmeno il proprio.
Vedere qualcuno sorridere e non sapere cosa abbia passato.
Vedere qualcuno camminare solo e non sapere se sia triste o finalmente libero.
Vedere due persone tenersi per mano e non sapere se resteranno insieme quarant’anni o se tra tre settimane uno dei due lancerà un piatto contro una parete.
La fotografia ferma il momento.
La vita, quella stronza, continua immediatamente dopo.
Forse per questo osservare gli altri gli piaceva tanto.
Gli ricordava che non esiste una singola maniera corretta di stare al mondo.
C’è chi attraversa la notte abbracciato a qualcuno.
Chi beve con gli amici.
Chi pedala verso casa.
Chi fuma fuori da un locale.
Chi si perde nei vicoli.
E chi cammina da solo con un cappotto nero e la sensazione irritante di avere troppe cose da dire a un universo che, almeno quella sera, sembra avere altro da fare.
Nessuno necessariamente più giusto.
Nessuno necessariamente più felice.
Solo storie diverse.
E forse quella serenità che vedeva negli altri non era la prova che loro avessero capito tutto.
Magari avevano semplicemente imparato a convivere meglio con ciò che non avevano capito.
Questa possibilità gli strappò quasi un sorriso.
Quasi.
Non esageriamo.
Continuò a camminare mentre la notte cominciava lentamente a consumarsi.
L’orologio era ancora là.
Le lancette un po’ più avanti.
Naturalmente.
Il tempo non aveva imparato niente da tutta quella riflessione.
Lui forse sì.
Una cosa piccola.
Non una risposta.
Più una tregua.
La vita non gli stava chiedendo di capire tutto quella sera.
Forse non gli stava chiedendo proprio niente. Verso quella strana regione che esiste tra ciò che vediamo negli altri e quello che non riusciamo ancora a capire di noi stessi.
Continuò a camminare.
La città degli altri era ancora lì.
Qualcuno rideva.
Qualcuno si teneva per mano.
Qualcuno stava tornando a casa.
Qualcun altro probabilmente stava facendo una cazzata che avrebbe ricordato per anni.
Tutto perfettamente normale.
O perfettamente assurdo.
Dipende da quanto hai bevuto e da quanto tempo passi a pensare.
Lui continuò a guardarli, ma questa volta senza cercare di capire quale misterioso segreto avessero scoperto prima di lui.
Forse non ne avevano scoperto nessuno.
Forse quella coppia non sapeva se sarebbe durata.
Forse quei tre amici al tavolo avevano problemi di cui non stavano parlando.
Forse quello che rideva più forte era quello messo peggio di tutti.
O forse no.
Ed era proprio questo il punto.
Non poteva saperlo.
Per una volta, stranamente, non gli serviva.
Passiamo una quantità imbarazzante della nostra esistenza a guardare le vite degli altri come finestre illuminate da fuori, convinti che dentro ci sia qualcosa che a noi manca.
La risposta.
La persona giusta.
La serenità.
Il manuale d’istruzioni.
Poi magari entri e scopri che stanno cercando il telecomando da venti minuti e non si parlano da martedì.
La vita ha anche questo meraviglioso senso dell’umorismo.
Da lontano sembra sempre tutto più ordinato.
Lui infilò ancora una volta le mani nelle tasche e riprese a camminare.
La città non gli aveva dato nessuna risposta.
Il drink nemmeno.
Il vecchio orologio continuava a fare il suo mestiere da bastardo professionista: togliere minuti senza restituire spiegazioni.
Eppure quella notte qualcosa aveva imparato.
Una cosa piccola.
Probabilmente inutile.
Quindi forse importante.
Non tutti quelli che camminano sicuri sanno dove stanno andando.
Alcuni hanno semplicemente imparato a camminare anche senza saperlo.
Forse era tutto lì.
Non trovare immediatamente una direzione.
Non aggiustarsi.
Non diventare improvvisamente saggi, risolti, felici e tutte quelle altre stronzate che funzionano benissimo nelle biografie scritte dopo che qualcuno è morto.
Semplicemente continuare.
Guardare.
Incontrare.
Perdere.
Bere qualcosa ogni tanto.
Sbagliare strada.
Cambiare idea.
Lasciarsi sorprendere da una città bellissima nel momento esatto in cui si è abbastanza incazzati da non voler ammettere che lo sia.
E andare avanti.
Un passo dopo l’altro.
In mezzo agli altri.
Come gli altri.
Diverso dagli altri.
Solo, magari.
Ma non necessariamente perduto.
Perché forse la vita non è quella cosa che succederà quando finalmente avremo capito dove cazzo stiamo andando.
Forse la vita è esattamente tutto quello che vediamo mentre continuiamo a camminare senza saperlo.
E quella notte, per la prima volta, la città degli altri sembrò un po’ meno degli altri.