C’è stato un tempo in cui un pomeriggio libero era un problema.
Un problema vero.
Perché significava dover inventare qualcosa.
Prendere una bicicletta senza sapere esattamente dove andare. Entrare in un campo, sporcarsi le scarpe, tornare a casa con le ginocchia rovinate e qualche storia da raccontare. Litigare, fare pace, costruire mondi immaginari con niente.
Niente.
Ed è forse questa la parte più difficile da spiegare a chi è nato dopo.
Che una volta il niente bastava.
Un pezzo di legno poteva diventare una spada. Una pozzanghera poteva diventare un oceano. Un campo vuoto poteva trasformarsi nel teatro della più grande avventura mai vissuta.
Poi abbiamo avuto un’idea brillante.
Abbiamo creato strumenti incredibili per avvicinare le persone.
Internet doveva essere una porta aperta sul mondo. Una biblioteca infinita. Un modo per condividere conoscenza, idee, cultura.
E come spesso accade quando l’essere umano riceve qualcosa di straordinario, ha trovato il modo più veloce per rovinarlo.
Abbiamo preso una finestra sul mondo e l’abbiamo trasformata in uno specchio dove tutti passano la giornata a guardare se stessi.
Abbiamo costruito macchine capaci di collegarci con miliardi di persone e le abbiamo usate per sentirci più soli.
Un capolavoro.
Una specie intelligente abbastanza da mandare robot nello spazio e abbastanza stupida da passare ore a discutere con sconosciuti su internet.
I bambini di oggi non sono il problema.
Sono il risultato.
Sono cresciuti dentro un mondo che abbiamo costruito noi. Un mondo dove il silenzio fa paura, dove annoiarsi sembra una malattia e dove ogni secondo vuoto deve essere riempito da uno schermo.
Perché annoiarsi, alla fine, era pericoloso.
Nella noia nascevano idee.
Nella noia nasceva la fantasia.
Nella noia imparavi a stare con te stesso.
Oggi invece abbiamo paura persino di aspettare cinque minuti senza controllare qualcosa. Come se il mondo potesse crollare se per un attimo smettessimo di guardarlo attraverso un display.
Queste fotografie raccontano un tempo diverso.
Non necessariamente migliore.
Perché ogni epoca ha i suoi problemi, e anche il passato aveva le sue ombre.
Ma era un tempo in cui per essere felici non serviva dimostrarlo a nessuno.
Non c’erano like.
Non c’erano follower.
Non c’era bisogno di trasformare ogni momento in una prova della propria esistenza.
C’eri tu.
C’erano gli altri.
C’era il mondo.
E forse la cosa più triste è questa:
abbiamo dato ai nostri figli strumenti per vedere tutto il pianeta, ma forse abbiamo dimenticato di insegnargli quanto fosse bello guardare semplicemente quello che avevano davanti.
Un campo.
Un amico.
Un pomeriggio d’estate.
E la libertà di non doverlo pubblicare da nessuna parte.