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Continuo a non Morire

Continuo a non Morire

Una sola fottutissima domanda:

Quando è stata l’ultima volta che hai vissuto davvero?

Non dico respirato.

Non dico mangiato, dormito, lavorato, scopato, pagato una bolletta o risposto “tutto bene” a qualcuno che non aveva alcuna voglia di conoscere la risposta.

Dico vissuto.

Quando è stata l’ultima volta che ti sei trovato dentro un momento senza pensare a quello successivo?

Senza fare calcoli.

Senza prepararti.

Senza dirti:

*prima devo sistemare questa cosa.*

*Prima devo arrivare alla fine del mese.*

*Prima devo concludere quel lavoro.*

*Prima devo risolvere quel problema.*

*Prima devo raggiungere quel cazzo di punto laggiù.*

E dopo, naturalmente, avresti vissuto.

Dopo.

Quella parola meravigliosa con cui seppelliamo quasi tutto senza avere il coraggio di chiamarlo funerale.

Io non sto morendo.

È questo il problema.

Mi sveglio.

Mi alzo.

Faccio il caffè.

Controllo quello che devo fare.

Rispondo a chi devo rispondere.

Penso ai soldi.

Penso al lavoro.

Penso alle cose che potrebbero andare storte, a quelle che sono già andate storte e a quelle che, con un po’ di impegno, potrei mandare a puttane personalmente prima di pranzo.

Poi comincio a camminare.

Non sempre con le gambe.

A volte cammino restando seduto davanti a uno schermo.

Una mail.

Una telefonata.

Un problema risolto.

Una consegna.

Una scadenza.

Un pagamento.

Un altro piccolo incendio spento con ciò che rimane del sistema nervoso.

Continuo a muovermi.

Perché chi si muove sembra vivo.

È una delle truffe più convincenti che ci siamo raccontati.

Se sei occupato, stai costruendo qualcosa.

Se sei stanco, significa che ti sei impegnato.

Se resisti, allora sei forte.

Se continui ad andare avanti, prima o poi arriverai.

Nessuno specifica dove.

L’importante è non fermarsi abbastanza a lungo da accorgersi che forse non hai scelto tu la direzione.

Nella fotografia c’è un uomo che cammina sotto un sole enorme.

È soltanto una sagoma.

Niente volto.

Niente espressione.

Niente dettagli inutili che possano farci credere di conoscerlo.

Cammina sopra una linea scura, con il corpo leggermente piegato e un passo già lanciato verso quello successivo.

Potrebbe essere un esploratore.

Un pellegrino.

Un uomo libero.

Uno di quei bastardi fotogenici che attraversano il deserto per “ritrovare se stessi” e poi tornano a casa con dodici gigabyte di fotografie e la stessa identica personalità di merda.

Oppure potrebbe essere semplicemente qualcuno che non sa più fermarsi.

Io, guardandolo, non vidi un uomo diretto da qualche parte.

Vidi uno che aveva imparato a sopravvivere continuando.

Il sole era lì.

Immenso.

Bruciava tutto.

Avrebbe potuto fermarsi.

Guardarlo.

Sentire il caldo sulla pelle.

Chiudere gli occhi sotto la luce.

Bere.

Sedersi.

Pensare.

Non pensare.

Ma aveva già sollevato il piede.

Doveva compiere un altro passo.

Poi un altro.

Poi un altro ancora.

Conosco bene quel passo.

È quello che fai quando ti dici:

*arrivo fino a stasera.*

Poi arriva la sera e devi arrivare fino a domani.

Arrivi a domani e devi resistere fino al fine settimana.

Arrivi al fine settimana e trascorri la domenica pensando a lunedì.

Poi aspetti la fine del mese.

L’estate.

Le ferie.

Il prossimo pagamento.

Il prossimo lavoro.

La prossima donna.

La prossima occasione.

Il prossimo cazzo di evento capace di giustificare tutti i giorni trascorsi aspettandolo.

La vita diventa una serie di stazioni di servizio.

Non vuoi davvero essere lì.

Ti fermi soltanto per mettere abbastanza carburante da raggiungere la successiva.

E chiami viaggio lo spazio che le separa.

Ho raggiunto parecchie cose.

Non tutte quelle che volevo.

Ma abbastanza da conoscere il suono che fa un traguardo quando cade per terra e scopri che dentro era vuoto.

È un rumore piccolo.

Quasi deludente.

Ti aspetti trombe.

Fuochi d’artificio.

Una rivelazione.

Qualche voce proveniente dal cielo che dica:

“Complimenti, stronzo. Ne è valsa la pena.”

Invece niente.

Raggiungi ciò che desideravi.

Lo guardi.

Per qualche ora, forse qualche giorno, ti senti sollevato.

Poi la mente si schiarisce la gola e ti presenta il conto successivo.

Bene.

E adesso?

Adesso serve un nuovo obiettivo.

Qualcosa da inseguire.

Qualcosa da temere.

Qualcosa che ti permetta di ricominciare a correre senza doverti domandare perché non sei riuscito a essere felice quando, finalmente, avevi ottenuto ciò che credevi ti mancasse.

La soddisfazione è una puttana difficile.

Ti fa credere che verrà a casa tua non appena avrai sistemato tutto.

Poi, quando suoni il campanello, scopri che si è trasferita un isolato più avanti.

Così riprendi a camminare.

Nella fotografia successiva non si vede nemmeno l’uomo intero.

Ci sono le gambe.

Un paio di jeans.

Due scarponi.

Una mano abbandonata lungo il fianco.

Il corpo è stato ridotto alla propria funzione.

Muoversi.

Non serve una faccia per sopravvivere.

La faccia contiene troppe informazioni.

Potrebbe essere triste.

Potrebbe essere incazzata.

Potrebbe perfino sembrare felice e rovinare tutta la teoria.

Le gambe, invece, non mentono.

Fanno quello che è stato ordinato loro.

Destra.

Sinistra.

Destra.

Sinistra.

Avanti.

È così che funziono in certi periodi.

Divento un insieme di procedure.

Il corpo si alza.

La bocca beve il caffè.

Le mani fanno il lavoro.

La testa produce pensieri che nessuno aveva richiesto.

Il conto corrente riceve denaro e lo vede andarsene con la rapidità di una donna che ha appena scoperto la mia storia sentimentale.

Nel frattempo io continuo.

Non necessariamente bene.

Non necessariamente felice.

Ma continuo.

Un sole luminoso splende sopra una serie di montagne ondulate, con tonalità calde e sfumature di terra.

E, in un mondo ossessionato dai risultati, continuare è sufficiente per sembrare a posto.

Le persone ti vedono in piedi e presumono che tu stia bene.

È una valutazione medica molto diffusa.

Respira.

Parla.

Fa battute.

Lavora.

Ogni tanto esce.

Perfetto.

Il paziente è vivo.

Peccato che essere vivi e non essere ancora morti siano due condizioni molto diverse.

La sopravvivenza non è sempre drammatica.

Non ci sono necessariamente sangue, fame, guerre o animali feroci che vogliono mangiarti il culo.

A volte la sopravvivenza ha una connessione internet veloce.

Un frigorifero pieno.

Una casa.

Una macchina.

Un lavoro.

Un calendario con tutti gli impegni correttamente segnati.

A volte ti presenti bene.

Ti lavi.

Ti vesti.

Sorridi nelle fotografie.

Fai perfino ridere gli altri.

Eppure dentro stai soltanto amministrando le scorte.

Energia.

Denaro.

Pazienza.

Speranza.

Calcoli quanto puoi spendere senza rimanerne completamente privo.

Ti concedi piccole dosi di piacere, quanto basta per non mandare affanculo l’intero sistema.

Una serata.

Un viaggio.

Un bicchiere.

Una donna.

Una strada percorsa troppo velocemente con la musica abbastanza alta da coprire quello che stai pensando.

Per qualche ora sembra vita.

Forse lo è.

Poi torni.

La porta si chiude.

Il rumore finisce.

E sul tavolo trovi ancora tutte le cose che avevi lasciato lì.

Ti stavano aspettando.

I problemi sono animali domestici molto fedeli.

Puoi andare dall’altra parte del mondo.

Quando rientri, ti riconoscono immediatamente.

Ho trascorso anni dicendomi che stavo costruendo libertà.

Che tutti quegli sforzi servivano a qualcosa.

Che un giorno avrei avuto abbastanza tempo, abbastanza denaro, abbastanza tranquillità e abbastanza risposte da potermi finalmente rilassare.

Un giorno avrei vissuto come volevo.

Era un piano eccellente.

Aveva soltanto un difetto.

La vita non sembrava essere stata informata.

Continuava ad accadere mentre io preparavo le condizioni ideali per cominciare.

Il futuro è uno strozzino.

Ti promette tutto.

Ti concede credito.

Ti dice che puoi avere felicità, pace e libertà.

Non oggi, naturalmente.

Oggi devi lavorare.

Oggi devi resistere.

Oggi devi occuparti delle necessità.

Ma domani sarà tutto tuo.

In cambio vuole soltanto una piccola garanzia.

Il presente.

Glielo consegni.

Un giorno alla volta.

Senza leggere le clausole scritte in piccolo.

Poi scopri che gli interessi erano la tua vita intera.

La terza fotografia mostra un uomo che attraversa una distesa chiara, arida, quasi prosciugata.

È piccolo.

Lontano.

Davanti a lui c’è ancora spazio.

Dietro di lui ce n’è altrettanto.

Non esiste un punto preciso in cui l’immagine dica: ecco, sei arrivato.

Il terreno continua.

L’orizzonte continua.

Lui continua.

È la fotografia esatta di come mi sento quando raggiungo qualcosa e non provo quasi niente.

Mi volto indietro.

Vedo la strada fatta.

Dovrei essere orgoglioso.

Forse lo sono.

Ma l’orgoglio dura poco quando davanti a te rimane ancora tutto quel cazzo di spazio da attraversare.

Qualcuno potrebbe dire che è questo il bello.

Il cammino.

La crescita.

La sfida.

Sono le parole che usano i motivatori e le persone che hanno già pagato il mutuo.

Dicono che bisogna godersi il viaggio.

Certo.

Facile godersi il viaggio quando non stai controllando ogni cinque minuti se hai abbastanza benzina per arrivare alla prossima pompa.

Il problema è che a forza di guardare avanti perdi la capacità di vedere dove sei.

Ogni luogo diventa un passaggio.

Ogni persona un incontro provvisorio.

Ogni successo un gradino.

Ogni momento una sala d’attesa.

Sei sempre diretto altrove.

Anche quando sei fermo.

Anche quando qualcuno ti parla.

Anche quando una donna è accanto a te e avrebbe bisogno che tu fossi semplicemente lì.

Tu ascolti.

Annuisci.

La guardi.

Ma una parte della tua testa sta già risolvendo domani.

È una forma raffinata di assenza.

Il corpo presente.

La mente al lavoro.

Il cuore chiuso per manutenzione.

È anche un ottimo modo per perdere le persone senza doverle mai abbandonare fisicamente.

Basta non esserci davvero.

Io ho creduto a lungo che il problema fossero le circostanze.

I soldi.

Gli imprevisti.

Le delusioni.

Le persone sbagliate.

I pensieri che arrivavano di notte e si sedevano sul bordo del letto senza essere stati invitati.

Mi dicevo che, eliminata l’ultima complicazione, avrei finalmente provato pace.

Ma le complicazioni sono come le teste dell’Idra.

Ne tagli una e ne spuntano due.

Con la differenza che l’Idra, almeno, non ti manda fatture elettroniche.

Sistemi un problema economico e compare quello personale.

Sistemi quello personale e il lavoro decide di prenderti a calci nei denti.

Rimetti in piedi il lavoro e il corpo comincia a presentare le prime proteste sindacali.

Quando, per un’incredibile svista dell’universo, tutto sembra tranquillo, allora ci pensa la mente.

Si guarda attorno.

Non trova incendi.

Si annoia.

E ne appicca uno.

La mente non cerca sempre la felicità.

Cerca soprattutto ciò che conosce.

E se hai passato abbastanza tempo a lottare, la pace può sembrarti sospetta.

Il silenzio diventa un allarme.

Una giornata vuota sembra sprecata.

Un’ora senza fare niente produce senso di colpa.

Dovresti essere produttivo.

Dovresti migliorare.

Dovresti guadagnare.

Dovresti creare.

Dovresti risolvere.

Dovresti diventare una versione migliore di te stesso, perché evidentemente quella attuale è un prototipo difettoso che non merita nemmeno una pausa pranzo.

Così ti inventi un nuovo obiettivo.

Non perché lo desideri davvero.

Perché hai bisogno di qualcosa che ti insegua.

La lotta ti dà una struttura.

Ti dice quando svegliarti.

Dove andare.

Cosa fare.

Ti evita la domanda più pericolosa:

*Se non dovessi più sopravvivere, saprei vivere?*

Non sono certo della risposta.

Sopravvivere è semplice.

Non facile.

Semplice.

La priorità è chiara.

Devi superare la giornata.

Devi trovare i soldi.

Devi risolvere il problema.

Devi arrivare.

Vivere è più complicato.

Vivere significa scegliere cosa desideri quando nessuna emergenza decide per te.

Significa assumerti la responsabilità della libertà.

Significa ammettere che forse alcune gabbie non sono state costruite dagli altri.

Le hai tenute in piedi tu.

Per abitudine.

Per paura.

Perché almeno dentro una gabbia sai dove finiscono le pareti.

Fuori c’è spazio.

E lo spazio può fare paura quanto una prigione.

Non voglio raccontare la solita stronzata secondo cui basta rallentare, respirare profondamente e guardare un tramonto.

I tramonti sono bellissimi.

Ma non pagano le bollette.

La serenità non arriva recitando tre frasi davanti allo specchio.

Non basta ringraziare l’universo, bere acqua con il limone e svegliarsi alle cinque come consigliano quei guru che possiedono ventidue automobili, tutte parcheggiate nel garage di qualcun altro.

Esistono responsabilità vere.

Necessità vere.

Una persona cammina su una superficie rocciosa costiera, con il mare e lontani orizzonti sullo sfondo.

Periodi in cui non puoi permetterti di crollare perché nessuno verrà a raccogliere i pezzi al posto tuo.

A volte devi sopravvivere.

È tutto ciò che puoi fare.

E non c’è niente di vergognoso.

Sopravvivere mi ha salvato.

Mi ha portato fuori da giorni che sembravano non finire.

Mi ha insegnato a stringere i denti.

A trovare una soluzione.

A continuare anche quando la parte più ragionevole di me avrebbe preferito sdraiarsi sul pavimento e diventare arredamento.

Il problema comincia quando l’emergenza finisce e tu continui a vivere come se stesse ancora bruciando tutto.

Quando non distingui più la forza dalla tensione.

Quando tieni i pugni chiusi anche se nessuno sta cercando di colpirti.

Quando trasformi ogni giornata in qualcosa da superare.

Ogni relazione in qualcosa da gestire.

Ogni desiderio in qualcosa da rimandare.

Ogni pausa in un errore da correggere.

Alla fine della sequenza, l’uomo arriva davanti all’acqua.

È fermo.

Di spalle.

Davanti a lui c’è l’orizzonte.

Ha raggiunto il punto verso cui sembrava dirigersi.

Adesso dovrebbe accadere qualcosa.

Una rivelazione.

Una risposta.

Un sollievo.

La musica dovrebbe alzarsi.

La macchina da presa girargli attorno.

Lui dovrebbe finalmente sorridere comprendendo che il vero tesoro erano gli amici incontrati lungo il cammino o qualche altra puttanata scritta per far piangere il pubblico prima dei titoli di coda.

Invece rimane lì.

Immobile.

Il mare davanti.

Il vuoto dentro.

È arrivato.

E non basta.

Quella fotografia mi fece più paura delle altre.

Finché cammini puoi ancora raccontarti che la felicità si trovi alla fine della strada.

Ma quando arrivi e non la trovi, le scuse finiscono.

Non puoi più dare la colpa alla distanza.

Non puoi dire che serve ancora un piccolo sforzo.

Sei lì.

Hai ottenuto quello che volevi.

Hai superato ciò che credevi impossibile.

Eppure qualcosa continua a mancare.

Forse perché non abbiamo mai imparato a ricevere ciò che inseguiamo.

Sappiamo desiderare.

Faticare.

Combattere.

Conquistare.

Ma non sappiamo stare.

Appena raggiungiamo qualcosa, cominciamo a misurarne i limiti.

A immaginare la versione più grande.

Più bella.

Più sicura.

Più remunerativa.

La felicità non riesce nemmeno a togliersi il cappotto che noi le stiamo già chiedendo se abbia portato un’amica più attraente.

E così ripartiamo.

Non perché la strada ci chiami.

Perché l’arrivo ci mette a disagio.

L’uomo guarda l’acqua.

Forse sta pensando.

Forse non sta pensando a niente.

Forse ha finalmente capito che non esiste un luogo abbastanza lontano da permetterti di scappare da una testa che porti sempre con te.

Io l’ho imparato tardi.

Ho cambiato luoghi.

Persone.

Progetti.

Obiettivi.

Ho creduto che la prossima cosa avrebbe messo ordine in tutte le precedenti.

Invece ho soltanto spostato il disordine in stanze diverse.

Non rinnego la strada.

Non rinnego la fatica.

Non rinnego nemmeno gli errori.

Alcuni sono state le uniche cose veramente mie.

Ma comincio a sospettare che la vita non sia ciò che troverò dopo aver sistemato tutto.

Perché tutto non sarà mai sistemato.

Ci sarà sempre una spesa.

Una paura.

Una perdita.

Una telefonata.

Una cazzo di lampadina che decide di fulminarsi nel momento meno opportuno.

Aspettare che il mondo smetta di creare problemi prima di concedersi di vivere è come aspettare che il mare rimanga immobile prima di entrare in acqua.

Morirai asciutto.

Forse vivere non significa essere felici.

Non sempre.

Forse significa essere presenti anche quando il momento non è perfetto.

Sentire la stanchezza senza trasformarla in identità.

Provare piacere senza domandarsi immediatamente quanto durerà.

Guardare una persona senza preparare la risposta.

Camminare senza usare ogni passo per raggiungere qualcosa.

Concedersi una giornata che non produca niente.

Un ricordo che non serva a niente.

Una fotografia che non debba vendere, dimostrare o spiegare un cazzo.

Qualcosa che esista soltanto perché, per un istante, esistevi anche tu.

Non so se ho imparato a farlo.

Probabilmente no.

Sono ancora bravo a resistere.

A stringere i denti.

A costruire un altro obiettivo quando il precedente smette di tenermi occupato.

Sono ancora capace di trasformare una possibilità in un dovere e una passione in una tabella di marcia.

Continuo a dire:

*ancora questa cosa.*

*Poi mi fermo.*

*Ancora questo problema.*

*Poi respiro.*

*Ancora un ultimo sforzo.*

Come un alcolista che ordina l’ultimo bicchiere da quindici anni.

Ma almeno adesso riconosco la menzogna.

Quando mi dico che vivrò dopo, so che sto nuovamente cercando di vendere il presente al futuro.

E il futuro, quel vecchio figlio di puttana, non ha mai pagato in contanti.

Non prometto di cambiare tutto domani.

Sarebbe soltanto un altro obiettivo.

Un’altra montagna.

Un’altra occasione per insultarmi quando non riuscirò a scalarla abbastanza velocemente.

Forse devo cominciare da qualcosa di più piccolo.

Restare fermo.

Ogni tanto.

Non per recuperare le energie necessarie a ripartire.

Non per diventare più produttivo.

Non per meditare meglio, lavorare meglio o trasformarmi nell’ennesima versione ottimizzata di me stesso.

Fermarmi senza uno scopo.

Guardare l’acqua.

Sentire il vento.

Lasciare che il tempo passi senza costringerlo a produrre qualcosa.

E se, nel silenzio, dovesse arrivare tutta la merda che ho evitato continuando a camminare, lasciarla arrivare.

Almeno sarebbe vera.

Almeno sarei lì.

Non so cosa ci sia oltre l’orizzonte.

Probabilmente un altro orizzonte.

È sempre stato questo il trucco.

Crediamo di doverlo raggiungere.

Ma l’orizzonte non è una destinazione.

Si sposta insieme a noi.

Puoi inseguirlo per tutta la vita.

Puoi consumare scarpe, denaro, amori e anni.

Rimarrà sempre alla stessa distanza.

Forse non devo arrivarci.

Forse devo soltanto smettere di guardarlo come se mi dovesse qualcosa.

Sono sopravvissuto.

A molte cose.

Ad alcune persone.

A parecchie versioni di me stesso che avevano pessime idee e un’invidiabile sicurezza nel metterle in pratica.

Sopravvivere mi ha portato fin qui.

Gli sono riconoscente.

Davvero.

Ma non voglio trascorrere tutto il tempo che mi rimane a celebrare il fatto di non essere ancora morto.

Voglio capire se esiste qualcosa oltre il prossimo problema.

Oltre il prossimo obiettivo.

Oltre quel bisogno malato di meritarmi ogni momento di pace.

Voglio sedermi davanti al mare senza domandarmi cosa dovrei fare dopo.

Voglio attraversare una giornata senza trattarla come un ostacolo.

Voglio arrivare da qualche parte e, per una volta, non cercare immediatamente una nuova direzione.

Forse non succederà oggi.

Forse domani tornerò a camminare con la testa già piena del punto successivo.

Ma adesso conosco la differenza.

Sopravvivere significa continuare a muoversi perché fermarsi fa paura.

Vivere significa fermarsi, guardare dove cazzo sei e avere il coraggio di esserci.

Io ho continuato a non morire per molto tempo.

Adesso, prima che finisca davvero, vorrei provare anche a vivere.

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