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Prima che Faccia Buio

Prima che Faccia Buio

Il sole ha una pessima abitudine. E sai qual è?

Se ne va.

Ogni maledettisima sera.

Non importa quanto sia stata bella la giornata, quanto tu abbia combinato, quanto ti sia divertito, quanto abbia lavorato, scopato, fotografato, viaggiato, litigato con qualcuno o passato sei ore a domandarti quale diavolo dovrebbe essere il tuo posto nell’universo.

A una certa ora lui abbassa la serranda.

Fine del turno.

Arrivederci domani, stronzi.

E forse è proprio per questo che continuo a fotografare i tramonti.

Non perché siano originali. Dio ce ne scampi. Il tramonto è probabilmente il soggetto più fotografato della storia insieme ai gatti, alle tette e ai piatti di pasta nei ristoranti troppo costosi.

Ma perché ogni volta racconta la stessa cosa in maniera diversa.

Tutto finisce. E proprio per questo vale la pena guardarlo.

Quella sera ero in campagna.

Niente di particolarmente eroico.

Nessuna spiaggia instagrammabilmente biancastra dall’altra parte del mondo, nessuna metropoli illuminata al neon, nessuna donna misteriosa appoggiata a un bancone con una pessima storia sentimentale e un ottimo paio di gambe a fare da deterrente.

Solo campi.

Alberi.

Erba.

Insetti.

Qualche animale che probabilmente aveva una comprensione dell’esistenza molto superiore alla mia senza aver mai letto un libro di filosofia.

E il sole che cominciava lentamente a scendere.

Io avevo la macchina fotografica.

Che negli anni è diventata una fedele compagna di viaggio, di avventure, di sentimenti e scoperte.

Ma prima di tutto questo la fotografia era stata un’altra cosa.

Un modo per guardare.

E, soprattutto, un modo per smettere di pensare mentre guardavo.

Che per uno come me è già una discreta forma di terapia.

Ho passato parecchio tempo della mia vita a cercare qualcosa.

Posti.

Persone.

Passioni.

Lavori.

Strade.

Risposte.

Al tramonto il sole splende dietro un campo, con foglie verdi in primo piano e nuvole colorate nel cielo.

Quel famoso cazzo di “scopo” che sembra sempre dietro l’angolo, ma quando giri l’angolo trovi un altro angolo.

Una specie di navigatore cosmico progettato da un sadico:

“Fra trecento metri, continua a non capire un cazzo”

Perfetto.

Grazie.

E allora ogni tanto torno a cose molto più semplici.

Un campo.

Una sera.

Una macchina fotografica.

Il sole basso sull’orizzonte.

E per qualche minuto non devo sapere dove sto andando.

Devo soltanto essere lì.

La luce comincia a diventare arancione e improvvisamente tutto acquista importanza.

Le piante che mezz’ora prima erano semplicemente piante diventano sagome.

Le foglie sembrano disegnate con l’inchiostro.

L’erba si accende ai bordi.

Il paesaggio che hai visto centinaia di volte decide, senza avvertire nessuno, di diventare bellissimo.

Ed è una delle cose che mi affascinano di più della natura.

Non fa marketing.

Non annuncia niente.

Non pubblica teaser.

Non ti manda una newsletter con scritto:

QUESTA SERA ALLE 19:43 — TRAMONTO IMPERDIBILE. CLICCA QUI PER SCOPRIRE DI PIÙ.

Succede.

Punto.

Se sei lì, bene.

Se stai guardando il telefono, cazzi tuoi.

E mentre fotografavo quel sole arrivavano gli altri dettagli.

Una piccola lucertola mimetizzata contro una superficie ruvida.

Guardatela.

Sta lì.

Perfettamente integrata nell’ambiente.

Non si domanda quale sia la sua missione.

Non ha aperto LinkedIn questa mattina.

Non sente di essere rimasta indietro rispetto alle altre lucertole.

Non ha un personal brand.

Mangia qualcosa, prende il sole, evita di farsi mangiare e continua la propria giornata.

Una carriera spirituale di tutto rispetto.

Noi invece siamo riusciti a trasformare l’esistenza in una riunione aziendale lunga ottant’anni.

“Dove ti vedi tra cinque anni?”

“Non lo so, possibilmente vivo”

Lasciami in pace.

Poi c’è una ragnatela.

Perfetta.

Geometrica.

Fragilissima.

Una struttura che sembra progettata da un ingegnere sotto acido e realizzata da una creatura che probabilmente pesa meno del bottone dei miei jeans.

La guardi controluce e sembra quasi impossibile.

Ed è lì da chissà quanto.

Costruita durante la notte.

Senza rendering.

Senza finanziatori.

Senza una presentazione PowerPoint dal titolo Web 4.0: “Disrupting the insect capture industry”.

Il ragno aveva bisogno di mangiare.

Ha costruito una ragnatela.

Fine.

Foglie verdi illuminate dal sole con venature visibili, disposte in un gruppo compatto su sfondo scuro.

E mentre la fotografo penso che forse noi abbiamo complicato tutto oltre ogni ragionevole necessità.

Lavoriamo per comprare cose che dovrebbero renderci felici.

Poi lavoriamo ancora di più perché quelle cose costano.

Poi siamo troppo stanchi per godercele.

Quindi prenotiamo una vacanza per riprenderci dal lavoro che facciamo per pagarci la vita dalla quale sentiamo il bisogno di andare in vacanza.

Geniale!

La specie dominante del pianeta, signore e signori.

Applausi.

Intanto il sole continua a scendere.

E questo è il bello.

Lui non aspetta le nostre conclusioni.

La natura se ne fotte cordialmente delle crisi esistenziali.

Il fico prende quella luce incredibile.

Le foglie si riempiono di oro.

Le nuvole cambiano colore.

Un minuto prima sono grigie.

Poi rosa.

Poi rosse.

Poi viola.

Poi niente.

E lì capisci una cosa abbastanza semplice che dimentichiamo continuamente:

il bello non ha alcun obbligo di durare.

Anzi.

Forse certe cose sono belle proprio perché non durano.

Le giornate.

I viaggi.

Le notti.

Le fotografie.

Le persone.

Certi amori.

Certi periodi della vita che mentre li stavi vivendo ti sembravano normali e dieci anni dopo daresti qualsiasi cosa per poterci rientrare cinque minuti.

È una fregatura elegantissima.

La vita ti consegna qualcosa senza dirti quanto vale.

E il prezzo lo scopri soltanto quando non ce l’hai più.

Una persona.

Una casa.

Un’età.

Un animale.

Un amico.

Una possibilità.

Una versione di te stesso.

Quando ce l’hai davanti pensi che durerà.

Poi un giorno non c’è più.

E improvvisamente diventa preziosa.

Siamo dei coglioni sentimentali con un grave problema di tempistica.

Forse è anche per questo che fotografo.

Non perché creda davvero di poter fermare il tempo.

Quella sarebbe una pretesa ridicola.

Il tempo vince sempre.

È il più grande figlio di puttana della storia e non ha mai perso una partita.

Fotografare significa soltanto riuscire a rubargli qualcosa mentre non guarda.

Un centoventicinquesimo di secondo.

Uno su cinquecento.

Uno su mille.

Piccoli furti.

Il tramonto finirà comunque.

La persona se ne andrà comunque.

Il gatto crescerà.

L’auto invecchierà.

Il luogo cambierà.

Tu cambierai, mio sconosciuto amico.

Ma quella frazione di secondo resta.

Ed eccola lì.

Una prova.

È successo.

Ero lì.

L’ho visto.

Non sembra molto.

 

Un piccolo rettile con pelle marmorizzata si appoggia alla corteccia ruvida di un albero, visibile in primo piano.

Poi passa qualche anno e improvvisamente significa tutto.

Ho fotografato parecchie cose nella mia vita.

Posti lontani.

Strade.

Persone.

Notti.

Motori.

Volti.

Momenti che avevano rumore intorno e altri che non ne avevano affatto.

Eppure continuo ad avere una certa debolezza per queste fotografie apparentemente inutili.

Una foglia.

Una ragnatela.

Una lucertola.

Un tramonto in mezzo alla campagna.

Non raccontano una grande avventura.

Non dimostrano niente.

Non devono impressionare nessuno.

Sono soltanto piccoli appunti visivi lasciati ai bordi della mia esistenza.

E forse proprio per questo sono sinceri.

Non c’era nessun cliente.

Nessuno brief.

Nessuno che aspettasse quelle fotografie.

Ero io che guardavo qualcosa e pensavo:

Questa cosa mi piace.

Che, se ci pensate, dovrebbe essere una motivazione sufficiente per fare molte più cose nella vita.

A un certo punto la luce diventa più bassa.

Le forme cominciano a sparire.

La ragnatela smette di brillare.

La lucertola probabilmente torna a occuparsi delle sue faccende da lucertola.

Il campo diventa ombra.

Il giorno sta finendo.

Ed è sempre in quel momento che arriva quella strana sensazione.

Non tristezza.

Qualcosa di diverso.

Una specie di malinconia tranquilla.

Come quando accompagni qualcuno alla porta dopo una bella serata e sapete entrambi che sarebbe stupido inventarsi un’altra scusa per restare.

È stato bello.

Adesso basta.

Ci vediamo.

Forse domani.

Forse mai.

È la stessa cosa che facciamo con praticamente tutto.

Entriamo.

Viviamo.

Ci affezioniamo.

Facciamo casino.

Ci innamoriamo.

Sbagliamo.

Cambiamo strada.

Ripartiamo.

E nel frattempo continuiamo disperatamente a cercare una spiegazione.

Forse non c’è.

Forse la vita non è un rebus che dobbiamo risolvere prima dei titoli di coda.

Forse non esiste una frase finale capace di sistemare tutto.

Magari siamo qui soltanto per attraversarla bene.

Guardare abbastanza.

Amare qualcuno quando possiamo.

Creare qualcosa.

Viaggiare.

Foglie di un albero con foglioline sottili, disposte in rami intricati, si stagliano contro un cielo dorato.

Fare qualche errore memorabile.

Dare una mano ogni tanto.

Ridere parecchio.

E possibilmente evitare di diventare degli stronzi completi durante il tragitto, cosa sulla quale devo decisamente lavorare a onor del vero.

Mi sembra già un programma ambizioso.

Il sole alla fine sparisce.

Naturalmente.

È quello che fa.

Ma prima lascia dietro di sé qualche minuto di luce assurda.

Quasi una firma.

Come se dopo aver incendiato il cielo per mezz’ora si voltasse un’ultima volta e dicesse:

Beh?

Hai guardato almeno stavolta?

Sì.

Stavolta sì.

Avevo anche la macchina fotografica.

Perché continuo a non sapere esattamente dove cazzo sto andando.

Ma almeno, ogni tanto, mi ricordo di guardare il paesaggio mentre ci arrivo.

Al tramonto, il sole splende luminoso sopra un campo di erba alta con alberi in primo piano e lontano orizzonte.

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