C’è chi ha imparato a convivere con il rumore.
Il rumore delle città.
Delle conversazioni.
Delle notifiche.
Delle vite degli altri che scorrono continuamente davanti agli occhi.
Eppure, dentro tutto questo caos, esiste ancora un posto incredibilmente silenzioso.
La solitudine è una cosa strana.
Non ha bisogno di stanze vuote. Quella è la versione che piace raccontare nei film — pulita, con la pioggia sul vetro e il silenzio che arriva sempre al momento giusto. La verità è più sporca. E molto meno fotogenica. Anche se, va detto, fa foto molto più interessanti.
La solitudine sta seduta al bancone, un bicchiere mezzo vuoto davanti, mentre fai finta di essere lì per divertirti.
Sta in una sigaretta fumata troppo lentamente, fuori, da sola, perché dentro fa troppo caldo per pensare a qualcosa.
Sta in chi si porta a letto cento facce diverse in un anno, solo per non restare dieci minuti da solo con se stesso.
Perché diciamocelo chiaramente: stare da soli con quello che uno si porta dentro può essere una gran rottura di coglioni.
Non tutti hanno voglia di guardarlo in faccia.
Molti preferiscono affogarlo — un metodo antico, mai davvero efficace, praticato con incrollabile fiducia da generazioni.
Un bicchiere, poi un altro.
Una notte che diventa mattina senza che te ne accorga.
Una persona sbagliata, poi la prossima — quasi identica alla prima, solo con un nome diverso addosso.
Funziona, per qualche ora. Abbastanza bene da non farti fare troppe domande.
Ed è proprio questo il problema.
Poi arriva il momento più bastardo della giornata. Non è la notte, con tutto il suo casino. È la mattina.
Quando il trucco è sceso, il locale ha chiuso da un pezzo, gli sconosciuti sono tornati sconosciuti — e resti tu, da solo, con la tua testa che ti rinfaccia tutto quello che ieri sera avevi pagato per dimenticare.
Puoi cambiare città. Puoi cambiare bar, letto, giro di amici.
Puoi anche cambiare vita, con tutto il coraggio che ci vuole per farlo sul serio — cosa che, va detto, fanno in pochi.
Ma non riesci a lasciare te stesso a casa, per quanti chilometri ci metti in mezzo.
Prima o poi ti tocca sederti davanti a quello che sei diventato. E decidere cosa farne.
Dietro l’obiettivo, in fondo, faccio lo stesso identico lavoro.
Aspetto che a una faccia cada la maschera. Quei due secondi in cui qualcuno smette di recitare la parte e resta solo l’espressione vera — quella che di solito si nasconde anche a sé stessi.
Non mi interessa la posa. Mi interessa quello che c’è un attimo prima. O un attimo dopo.
Queste immagini raccontano quello. Non “povera gente triste”: persone che ogni giorno si inventano un modo nuovo per non sentire quel silenzio del cazzo che arriva quando la musica finisce.
La solitudine può distruggerti.
Oppure può essere l’unico posto abbastanza silenzioso per costruire qualcosa di vero.
Dipende cosa fai quando le luci si accendono e non ti guarda più nessuno.
Nient’altro.