Cari amici miei, oggi parliamo di ricordi.
Tutti ne abbiamo. Alcuni fanno sorridere, altri fanno ancora un po’ male, altri restano nascosti per anni dentro un cassetto finché un giorno li ritrovi e, senza nemmeno chiedere permesso, ti riportano indietro nel tempo.
Oggi vi regalo un piccolo frammento dei miei.
Niente grandi rivelazioni, niente lezioni di vita da quattro soldi. Solo qualche vecchia barchetta, un bambino che non esiste più e tutto quello che, incredibilmente, è riuscito a sopravvivere nel mezzo.
La cosa buffa dei ricordi è che non hanno nessun rispetto per la logica.
Puoi dimenticare il volto di qualcuno con cui hai passato mesi, una password che hai usato ogni giorno per dieci anni, dove cazzo hai messo le chiavi cinque minuti fa.
Poi apri un cassetto, trovi una vecchia barchetta e improvvisamente hai di nuovo otto anni.
Fantastico, il cervello umano.
Un hard disk difettoso progettato da un ubriaco sentimentale.
Queste barche appartengono alla mia infanzia.
Me le regalò mia madre molti anni fa, quando naturalmente non avevo la più pallida idea che un giorno le avrei fotografate, conservate con attenzione e guardate come piccoli reperti archeologici provenienti da una civiltà scomparsa chiamata me bambino.
Allora erano semplicemente dei regali.
Oggi sono qualcos’altro.
Ed è strano come funzioni il tempo: da piccolo ricevi un oggetto e guardi l’oggetto. Da adulto guardi lo stesso oggetto e finalmente riesci a vedere la persona che te l’ha regalato.
Ho avuto parecchi giocattoli.
La maggior parte è sparita.
Persa, rotta, buttata, regalata, finita probabilmente in qualche scatolone durante uno di quei misteriosi genocidi domestici in cui i genitori decidono che una montagna di plastica accumulata da un bambino non rappresenta più un patrimonio culturale dell’umanità.
Avevano probabilmente ragione.
Anche se continuo a considerarlo un crimine privo di prescrizione.
Di tutto quel piccolo universo sono sopravvissute poche cose.
E proprio perché sono poche, oggi hanno assunto un valore completamente sproporzionato rispetto alla materia di cui sono fatte.
Legno.
Vetro.
Colla.
Qualche pezzo di stoffa.
Materiali praticamente insignificanti.
Ma provate a comprarmi queste barche.
Non esiste cifra.
Perché il valore è quella cosa strana che l’economia continua a tentare di misurare e la vita continua allegramente a mandare a fanculo.
La cosa che mi affascina di più è che sono barche che non hanno mai navigato.
Sono rimaste chiuse nel vetro.
Una addirittura dentro qualcosa che ricorda una vecchia lampadina, quasi fosse un’idea rimasta accesa per trent’anni.
Non hanno conosciuto onde.
Non hanno affrontato tempeste.
Non hanno raggiunto nessun porto.
Eppure hanno viaggiato più di parecchie persone che conosco.
Hanno attraversato gli anni.
Traslochi interiori.
Persone arrivate e poi scomparse.
Sogni cambiati.
Lavori.
Errori.
Fotografie.
Amori.
Delusioni.
Periodi in cui avevo la sensazione di sapere esattamente dove stessi andando e altri in cui avrei avuto più possibilità di orientarmi lanciando una moneta dentro un tombino.
Sono rimaste lì.
Piccole.
Silenziose.
Immutate.
Mentre quello che le guardava diventava qualcun altro.
Forse è anche per questo che la barca è sempre stata un simbolo così potente.
Una barca è una cosa abbastanza assurda, se ci pensate.
Noi siamo animali terrestri.
Nell’acqua, senza particolari accorgimenti, facciamo abbastanza schifo.
E allora abbiamo costruito qualcosa che ci permettesse di andare proprio dove la nostra natura non aveva previsto che andassimo.
C’è qualcosa di meravigliosamente umano in questa ostinazione.
La realtà dice:
non puoi andare lì.
E noi:
tieni la birra.
Poi costruiamo una nave.
A volte affonda, certo.
Dettagli.
La barca porta con sé un’idea che mi piace da sempre: partire senza possedere davvero ciò che hai sotto i piedi.
Sulla terra possiamo convincerci di essere stabili.
Case.
Muri.
Recinzioni.
Coordinate.
Proprietà.
Sull’acqua no.
L’acqua si muove.
La barca si muove.
Tu ti muovi.
E devi imparare una cosa che nella vita facciamo tremendamente fatica ad accettare:
non controlli tutto.
Puoi scegliere una direzione.
Puoi preparare le vele.
Puoi tenere il timone.
Ma poi arrivano vento, correnti, onde e quella simpatica serie di imprevisti che l’universo distribuisce con la generosità di un cameriere ubriaco.
Più o meno come vivere.
Forse è per questo che nei sogni e nell’immaginazione l’acqua torna così spesso.
Non credo sia soltanto acqua.
È quella parte della vita che non puoi mettere in ordine dentro un foglio Excel.
Emozioni.
Paure.
Desideri.
Intuizioni.
Tutte quelle cose che continuiamo a chiamare irrazionali soltanto perché non sappiamo dove cazzo archiviarle.
E una barca, dentro quell’acqua, diventa quasi inevitabilmente noi.
Una piccola struttura fragile che cerca di attraversare qualcosa di immensamente più grande.
Senza sapere esattamente cosa ci sia dall’altra parte.
Bella prospettiva.
Rassicurante come una diagnosi scritta male.
Poi però guardo queste barche e c’è qualcos’altro.
C’è mia madre.
Non in fotografia.
Non fisicamente.
Ma c’è.
Perché un regalo dato a un bambino contiene qualcosa che quel bambino non può ancora comprendere.
Contiene tempo.
Pensiero.
Attenzione.
Il gesto di qualcuno che entra in un negozio, vede una cosa e pensa:
questa potrebbe piacergli.
Sembra niente.
Da piccoli ci abituiamo molto facilmente all’amore.
È lì.
Ci circonda.
Lo consideriamo quasi parte dell’arredamento.
Poi cresci.
E scopri che essere pensati da qualcuno non è affatto scontato.
Anzi.
In un mondo dove tutti sembrano avere disperatamente bisogno di essere visti, trovare qualcuno che riesca ancora semplicemente a vederti è diventato quasi un lusso.
Forse l’amore di un genitore passa anche attraverso queste stupidaggini.
Una barchetta.
Un giocattolo.
Una cosa apparentemente inutile comprata perché per qualche secondo qualcuno ha pensato alla tua felicità.
E questa, francamente, è una forma d’amore che vale più di parecchi discorsi solenni che ho ascoltato nella vita.
Mi piace pensare che funzioni così anche con noi.
C’è quello che siamo stati.
Quello che siamo.
Quello che ricordiamo di essere stati.
E quello che probabilmente non siamo mai stati davvero, ma che la memoria ha gentilmente riscritto perché anche lei, a quanto pare, ha un certo talento per la narrativa.
Da bambino guardavo quelle barche e vedevo avventura.
Oggi guardo quelle stesse barche e vedo tempo.
Forse tra vent’anni ci vedrò qualcos’altro ancora.
È questo il problema degli oggetti che sopravvivono abbastanza a lungo.
Finiscono per sapere troppe cose di noi.
E forse è proprio questo il motivo per cui conservo quei pochi giocattoli rimasti.
Non perché voglia tornare bambino.
Quell’epoca è finita e, per quanto la nostalgia sappia fare un eccellente lavoro di post-produzione, anche l’infanzia aveva le sue giornate di merda.
Li conservo perché sono coordinate.
Piccoli punti fermi.
Prove fisiche che prima di tutto questo — prima delle preoccupazioni, delle ambizioni, delle donne, dei lavori, dei fallimenti, delle partenze, dei ritorni, delle domande sul futuro e di tutte quelle altre sofisticate stronzate che chiamiamo età adulta — sono stato anche quello lì.
Un bambino davanti a una piccola nave.
Con molto più futuro davanti di quanto potesse immaginare.
E nessuna idea di quanto sarebbe stato complicato attraversarlo.
Oggi continuo a non sapere esattamente dove stia andando.
Forse nessuno lo sa.
Alcuni sono soltanto diventati molto bravi a camminare con aria convinta.
Io continuo a cercare.
Fotografo.
Scrivo.
Parto.
Torno.
Amo.
Sbaglio.
Ogni tanto faccio qualcosa di intelligente per puro incidente statistico.
E continuo a chiedermi quale sia il porto.
Sempre che ce ne sia uno.
Perché forse abbiamo frainteso tutto.
Forse lo scopo non è arrivare.
Forse il punto è imparare a navigare senza passare l’intero viaggio terrorizzati dall’idea di non conoscere la destinazione.
Quelle piccole barche sono ancora qui.
Non hanno mai toccato l’acqua.
Non hanno mai preso il largo.
Eppure hanno attraversato buona parte della mia vita.
Portandosi dietro l’amore di una madre, l’immaginazione di un bambino e lo sguardo di un adulto che oggi riesce finalmente a capire che certe cose diventano preziose soltanto dopo che abbiamo smesso di sapere quanto valgono.
Forse un giorno non ci sarò più io a guardarle.
Forse finiranno nelle mani di qualcun altro.
O magari spariranno, come sparisce praticamente tutto.
Ma fino ad allora resteranno qui.
Piccole navi ferme dentro il vetro.
A ricordarmi che non tutto ciò che viaggia deve necessariamente muoversi.
E soprattutto che, mentre quasi ogni cosa nella vita prima o poi affonda, alcune forme d’amore hanno questo maledetto vizio di continuare a galleggiare.