Il barista gira lentamente il ghiaccio dentro due bicchieri.
Fa il suo lavoro con la precisione di un farmacista e l’espressione di uno che ha già visto abbastanza esseri umani tentare di curarsi con la medicina sbagliata. Cola, rum, vodka, qualche sciroppo dal colore radioattivo, una fetta di limone per fingere che in tutto questo ci sia anche della frutta.
Poi spinge i bicchieri verso il bancone.
Due piccole promesse liquide.
Per qualche ora sarai più leggero. Più bello. Più coraggioso. Magari perfino felice.
Naturalmente è pubblicità ingannevole, ma dopo mezzanotte nessuno legge più le clausole scritte in piccolo.
La notte comincia quasi sempre così: qualcuno prepara da bere e qualcun altro prepara una versione temporanea di sé stesso.
Fuori ci sono bollette, sveglie, genitori delusi, lavori di merda, relazioni che respirano ancora soltanto perché nessuno ha avuto il coraggio di staccare la spina. Dentro, invece, ci sono luci rosse, fumo artificiale e bassi abbastanza potenti da far vibrare lo sterno e convincerti che quel battito accelerato sia entusiasmo, non ansia.
È un buon affare.
Paghi l’ingresso e per qualche ora puoi smettere di essere chi sei.
Puoi diventare quello che balla con un braccio alzato, perso dentro una nebbia azzurra, come se lassù ci fosse finalmente qualcuno disposto ad ascoltarlo. Puoi essere il ragazzo col microfono, illuminato di rosso, che chiama la folla e riceve in cambio cento mani tese verso di lui. Puoi essere quello chino sulla bottiglia, con la testa bassa, mentre attorno tutti continuano a muoversi e nessuno si accorge che forse lui ha già lasciato la festa da un pezzo.
La vita notturna viene venduta come divertimento.
E spesso lo è.
Sarebbe ipocrita fingere il contrario.
Ci sono notti magnifiche. Notti in cui ridi con persone che hai conosciuto dieci minuti prima e, per una strana alchimia fatta di alcol, musica e pessime decisioni, ti sembrano più vicine di quelli che frequenti da anni. Notti in cui balli male e non te ne frega un cazzo. Notti in cui baci qualcuno senza chiederti se sarà ancora lì il mattino dopo, perché per una volta il mattino dopo non è invitato.
Essere giovani significa anche questo.
Avere abbastanza energia da sprecare.
Abbastanza incoscienza da credere che il corpo possa reggere qualsiasi cosa.
Abbastanza futuro davanti da potersi permettere di bruciarne un po’ senza fare subito i conti con la cenere.
Ed è bello.
Dannatamente bello.
Il problema comincia quando non sai più se stai andando alla festa per vivere qualcosa o per non sentire qualcos’altro.
Perché c’è una differenza tra divertirsi e anestetizzarsi.
Piccola, all’inizio.
Quasi invisibile.
Un bicchiere per sciogliersi.
Un altro per ridere.
Un altro ancora perché ormai che cazzo cambia.
Poi la musica sale, le luci si sfocano e per qualche ora il tuo cervello smette finalmente di fare domande.
Chi sei?
Dove stai andando?
Perché ogni lunedì ti sembra una condanna?
Perché continui a frequentare persone con cui non hai niente da dire?
Perché quella vita che tutti chiamano normale ti sta stretta come una camicia comprata da tua madre per un matrimonio al quale non volevi nemmeno andare?
La notte non risponde.
È questo il suo talento.
Copre le domande.
Le sommerge sotto centoventi battiti al minuto, le affoga nel ghiaccio e le lascia sul fondo del bicchiere insieme a un paio di cubetti ormai sciolti.
Per un po’ funziona.
È per questo che torniamo.
Non perché siamo stupidi. O almeno, non soltanto.
Torniamo perché il giorno pretende una versione di noi che spesso non riconosciamo. Puntuale, produttiva, educata, ambiziosa, possibilmente sorridente. Una versione che paga le tasse, risponde alle email e finge di credere che lavorare quarant’anni per concedersi qualche settimana di libertà sia una conquista della civiltà e non una forma di schiavitù con un reparto marketing eccezionale.
La notte, invece, non ti chiede il curriculum.
Non le interessa quanto guadagni, cosa hai studiato o quanto sei riuscito a deludere tuo padre.
Vuole solo sapere se balli.
Ed è difficile non amarla per questo.
Ma anche la libertà notturna ha i suoi padroni.
Il DJ decide il ritmo.
Il barista misura l’oblio.
La sicurezza controlla che il caos rimanga abbastanza ordinato da continuare a produrre denaro.
Tu credi di esserti liberato dal sistema, ma nel frattempo hai pagato per entrare, pagato per bere e probabilmente pagherai ancora domani mattina, quando il tuo fegato presenterà la fattura insieme al ricordo confuso di un messaggio che sarebbe stato meglio non inviare.
Nessuno evade davvero gratis.
Forse la domanda non è perché cerchiamo lo sballo.
Quella risposta è semplice.
Cerchiamo lo sballo perché la realtà, certe volte, è scritta da sceneggiatori mediocri. Troppi tempi morti, dialoghi ripetitivi e personaggi convinti che una promozione aziendale equivalga a un arco narrativo.
La vera domanda è: esiste un’altra uscita?
Probabilmente sì.
Ma è nascosta bene.
Non ha insegne al neon.
Non serve cocktail con nomi esotici.
Richiede silenzio, pazienza e quella fastidiosa abitudine di guardarsi dentro senza abbassare gli occhi. Richiede di ammettere che forse non vuoi soltanto una vita più divertente. Ne vuoi una che ti appartenga.
E costruirla è molto più difficile che ordinare un altro drink.
Perché lo sballo ti chiede una notte.
La libertà ti chiede responsabilità.
Ti obbliga a scegliere.
A rinunciare.
A lasciare lavori, persone e vecchie identità dietro le quali ti sei nascosto abbastanza a lungo da dimenticare che erano soltanto costumi.
Forse è per questo che molti preferiscono restare dentro il locale.
Lì almeno qualcuno decide la musica.
Fuori devi trovare il tuo ritmo da solo.
E magari queste notti sono davvero soltanto un punto di partenza.
Una prova generale.
Un posto dove sperimentiamo personaggi diversi prima di capire quale vogliamo portare fuori con noi.
C’è quello che sale sul tavolo.
Quello che osserva dalla parete.
Quello che cerca amore nel bagno.
Quello che vuole soltanto dimenticare.
Quello che canta come se il microfono fosse l’ultima cosa capace di tenerlo attaccato al mondo.
E poi c’è quello con la macchina fotografica, che cammina in mezzo al casino abbastanza vicino da sentirne il calore, ma abbastanza lontano da accorgersi che, dietro ogni gesto euforico, potrebbe esserci una storia completamente diversa.
Forse la vita è davvero una grande festa.
Le luci sono troppo forti, le istruzioni non sono mai arrivate e nessuno sembra conoscere il proprietario del locale. Veniamo spinti dentro senza aver scelto il vestito, la musica o le persone accanto alle quali passeremo la serata.
Poi ci danno un po’ di tempo e ci dicono di arrangiarci.
Puoi restare vicino al bancone aspettando che qualcosa cambi.
Puoi ballare fino a dimenticare il tuo nome.
Puoi cercare qualcuno con cui tornare a casa.
Puoi passare l’intera notte a lamentarti che il DJ fa schifo.
Oppure puoi ascoltare abbastanza a lungo da trovare, in mezzo a tutto quel rumore, il ritmo che somiglia al tuo.
Nessuno ti garantisce che ci riuscirai.
La vita non rimborsa il biglietto.
Ma ogni tanto, tra una luce rossa, una bottiglia verde e una mano sollevata nella nebbia, succede qualcosa.
Per un istante non stai scappando.
Non stai fingendo.
Non stai cercando di essere visto.
Sei semplicemente lì.
Vivo.
Ed è forse questo che andiamo davvero a cercare durante la notte.
Non lo sballo.
Non l’alcol.
Non la musica.
La prova che, sotto tutti i personaggi che interpretiamo per sopravvivere al giorno, esiste ancora qualcuno capace di sentire qualcosa.
Poi le luci si accendono.
Il locale si svuota.
Il pavimento è appiccicoso, i bicchieri sono mezzi pieni e la magia sembra improvvisamente economica.
Fuori, il mattino ci aspetta con la delicatezza di un calcio nei coglioni.
E a quel punto resta una sola domanda.
Abbiamo passato la notte a fuggire dalla nostra vita…
o stavamo finalmente cercando la strada per entrarci davvero?