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Zucchero Filato e altri Inganni Luminosi

Zucchero Filato e altri Inganni Luminosi

Il nome della città, stavolta, può restare spento.

Non perché sia un segreto, ma perché i luna park non appartengono davvero ai luoghi in cui vengono montati. Appartengono ai bambini che aspettano un anno intero per entrarci, alle madri trascinate da una giostra all’altra, ai fratelli, agli amici di scuola incontrati per caso e a quella magnifica età in cui bastavano un gettone, dello zucchero filato e il rischio concreto di vomitare per considerare riuscita una giornata.

Io ci tornavo molti anni dopo con una macchina fotografica e un piccolo dettaglio a rovinare la festa: ero cresciuto.

Per questo non ho cercato la folla. Ho aspettato il tramonto, gli intervalli, i seggiolini vuoti e le persone rimaste ai margini dello spettacolo. Ho fotografato la fiera mentre abbassava per un attimo la voce, quando il neon cominciava a divorare il cielo e sotto tutta quella luce tornavano visibili il lavoro, l’attesa, la noia e qualche frammento di felicità non ancora addomesticata.

Non è un reportage sulla fiera.

È il bambino che sono stato, osservato dall’uomo che nel frattempo ha imparato troppe cose e ne ha dimenticata almeno una importante: come si faceva a essere felici senza doverne prima capire il motivo.


Da bambino la fiera non arrivava in città.

La conquistava.

Compariva sopra un pezzo d’asfalto con la discrezione di un’invasione aliena: camion, cavi elettrici, roulotte, insegne enormi e strutture di metallo che fino al giorno prima non esistevano. Poi qualcuno attaccava la corrente e quel luogo ordinario, normalmente utile soltanto a parcheggiare automobili e bestemmiare contro le strisce troppo strette, diventava una repubblica indipendente governata da luci intermittenti, musica assordante e uomini capaci di venderti felicità in cambio di gettoni.

Per qualche giorno il mondo cambiava costituzione.

Le regole erano semplici.

Dovevi salire.

Dovevi vincere.

Dovevi mangiare qualcosa che tua madre non avrebbe mai preparato a casa senza prima consultare un cardiologo.

E, possibilmente, dovevi incontrare tutti.

Mia madre portava me e mio fratello. A volte trovavamo amici, compagni di scuola, facce conosciute. La fiera era il social network dell’infanzia, soltanto con meno filtri e una probabilità molto più alta di finire scaraventati contro una transenna.

Non serviva scrivere a nessuno.

Andavi lì e prima o poi qualcuno appariva.

Era inevitabile.

La città non era abbastanza grande da permetterci di perderci davvero, e noi non eravamo ancora abbastanza complicati da desiderarlo.

Restavamo per ore. Correvo da una giostra all’altra con la serietà professionale di chi sente di avere una missione. Ogni gettone apriva una porta. Ogni giro durava pochissimo e sembrava enorme. Ogni premio esposto dietro un bancone poteva diventare l’oggetto più importante dell’universo per circa quarantotto ore.

Poi si rompeva.

O finiva sotto il letto.

O veniva dimenticato.

Ma non importava.

Da bambini non acquistiamo oggetti. Compriamo la possibilità di desiderarli.

Molti anni dopo sono tornato.

Non con mia madre per mano, non con mio fratello accanto e nemmeno con quella fame infantile capace di trasformare un cavallo di plastica in una creatura mitologica.

Sono tornato con una macchina fotografica.

Una pessima sostituta dello zucchero filato, forse, ma decisamente più semplice da pulire.

Ho scelto i momenti in cui la fiera non era ancora piena. Quando il giorno stava mollando la presa e la notte cominciava a infilare le dita tra le strutture. Il cielo conservava ancora qualcosa del pomeriggio, mentre le prime lampadine provavano già a dimostrare di essere più interessanti del tramonto.

La prima cosa che ho trovato sono stati i seggiolini vuoti di una giostra.

Appesi alle catene, immobili.

Da bambino non li avrei neppure notati. Un seggiolino vuoto era soltanto un errore momentaneo, un posto che qualcuno avrebbe dovuto occupare al più presto. Guardavo il movimento, la velocità, le persone che urlavano. Volevo il rumore.

Adesso fotografavo l’attesa.

Quelle sedute sospese sembravano conoscere qualcosa che io avevo appena cominciato a capire: prima o poi tutti scendono.

Le giostre, almeno, hanno il buon gusto di dichiararlo subito.

Ti fanno salire, girano abbastanza forte da confonderti, ti svuotano le tasche, possono perfino farti vomitare e alla fine ti riportano esattamente nel punto da cui eri partito.

Un contratto limpido.

Molto più onesto di parecchie relazioni adulte.

Poco distante, i cavalli della giostra aspettavano il proprio turno. Occhi spalancati, criniere scolpite, finimenti dorati e quell’espressione leggermente inquietante delle cose costruite per rendere felici i bambini.

Un cavallo vero può disarcionarti.

Quello di una giostra ti condanna a correre in cerchio per tutta la vita senza arrivare da nessuna parte.

Difficile stabilire quale dei due sia più crudele.

Da piccolo lo avrei scelto per il colore, per la posa, forse perché mi sembrava più veloce degli altri. Adesso vedevo la vernice, le lampadine, le crepe, l’asta di metallo che lo attraversava e gli imponeva il movimento.

Eppure qualcosa resisteva.

La memoria continuava a cavalcarlo.


Questo è il problema dei ricordi: conoscono perfettamente la differenza tra realtà e immaginazione, ma se ne fregano.

Arriva una famiglia davanti al banco dello zucchero filato. Una bambina allunga la mano verso una nuvola rosa infilata su un bastoncino, mentre gli adulti sorvegliano quella delicatissima operazione diplomatica.

Lo zucchero filato è uno dei più grandi colpi di genio della storia del commercio.

Prendi dello zucchero, gli dai il volume di un cuscino, lo colori come una fantasia infantile e lo vendi come se fossi riuscito a strappare un pezzo di cielo al tramonto.

Dopo tre minuti hai le dita incollate, i capelli appiccicati alla bocca e una vaga sensazione di nausea.

Ma sei felice.

Nessuna truffa finanziaria è mai stata altrettanto poetica.

Osservo quella bambina e per un istante il tempo fa una cosa strana. Non torna indietro — il tempo non possiede tutta questa cortesia — ma sovrappone due immagini.

Lei è lì.

Io sono altrove, molti anni prima, insieme a mia madre e mio fratello.

Non ricordo una giornata precisa. Non ricordo quale giostra facemmo per prima, quali amici incontrammo o che cosa mangiammo. La memoria non archivia la vita come un diligente impiegato comunale. Conserva odori, colori, sensazioni e qualche dettaglio apparentemente inutile.

La luce delle bancarelle.

Le voci sovrapposte.

Il rumore metallico delle giostre.

La mano di mia madre quando bisognava attraversare.

La certezza che avremmo trovato qualcuno.

La sensazione che la notte potesse durare quanto volevamo noi.

Non poteva, naturalmente.

A una certa ora si tornava a casa.

La felicità infantile ha spesso un coprifuoco.

Proseguo tra i giochi. Un ragazzo lancia qualcosa verso un bersaglio. Un tabellone elettronico promette di misurare forza, velocità o qualche altra qualità essenziale per dimostrare agli amici di possedere più testosterone e meno capacità di giudizio.

Le fiere sono piene di macchine che trasformano l’ego in numeri luminosi.

Colpisci.

Tira.

Centra.

Dimostra.

Se perdi, hai sbagliato tu.

Se vinci, ricevi un pupazzo prodotto probabilmente per pochi centesimi e abbastanza grande da impedirti di entrare comodamente in automobile.

È un sistema economico quasi perfetto.

Molto più trasparente della borsa e con premi decisamente più morbidi.

Gli animali di peluche penzolano dai banconi con sorrisi sintetici. Un unicorno bianco osserva il passaggio delle persone aspettando qualcuno disposto a investire venti euro per vincerne uno che probabilmente ne vale quattro.

Ma il valore, alla fiera, non ha niente a che fare con il prezzo.

Quel pupazzo non vale per ciò che è.

Vale perché qualcuno lo ha conquistato.

Vale perché una bambina lo stringerà tornando verso casa. Vale perché un ragazzo potrà regalarlo a una ragazza fingendo che la mira sia una prova d’amore. Vale perché per una sera avrà una storia.

Il giorno dopo tornerà a essere poliestere.

Ma il giorno dopo è sempre stato il nemico naturale della magia.

Ci sono vasche piene di dolci colorati, montagne di frutta secca, palloni, giocattoli, anatre di gomma e premi accatastati fino a formare un piccolo paradiso progettato da qualcuno sotto l’effetto di una grave crisi glicemica.

Tutto brilla.

Tutto chiama.

Tutto promette una soddisfazione immediata.

La fiera non ti chiede dove ti vedi tra cinque anni.

Non le interessa la tua crescita personale.

Non vuole sapere se hai elaborato i traumi dell’infanzia.

Vuole cinque euro.

In cambio ti concede tre minuti di rumore e la possibilità di dimenticarti temporaneamente di essere diventato una persona con password, scadenze e mal di schiena.

Un affare onesto, tutto sommato.

La ruota panoramica comincia a stagliarsi contro il cielo. Prima è quasi una silhouette, una ragnatela di ferro disegnata sul tramonto. Poi le luci si accendono e diventa un enorme orologio con delle cabine al posto delle ore.

Continua a girare.

Noi invecchiamo.

Lei torna sempre nello stesso punto con un’eleganza che rasenta la presa per il culo.

La ruota panoramica ti solleva abbastanza da farti credere di essere scappato. Per qualche minuto guardi la città dall’alto, riduci case, strade e problemi a un plastico lontano.

Poi scende.

La porta si apre.

E tu sei ancora lì, con gli stessi problemi e qualche fotografia sfocata in più.

Anche questo, pensandoci, è un riassunto piuttosto accurato dell’esistenza.

Il tramonto muore lentamente dietro le strutture. Le giostre volanti tagliano il cielo, le catene si tendono e le persone diventano sagome sospese. Per un momento sembrano libere.

Naturalmente sono legate a un palo centrale e costrette a girargli attorno.

Ma lasciamo stare.

Non roviniamo tutto con la consapevolezza.

Poi arriva il neon.

Insegne che promettono ritorni agli anni Cinquanta, musica proveniente da decenni diversi, colori che non dovrebbero stare insieme e invece convivono con l’armonia di una rissa ben coreografata.

Il luna park non rispetta alcuna epoca. Le divora tutte e poi le vomita sotto forma di decorazione.

Ci sono automobili futuristiche accanto a insegne rétro, mostri, personaggi dei cartoni, cowboy, supereroi e principesse. È un enorme inconscio collettivo alimentato a gasolio, corrente elettrica e patatine fritte.

E funziona.

Le luci si moltiplicano sulle superfici metalliche. Le autoscontro aspettano.

Da bambino le adoravo perché rappresentavano l’unico posto in cui guidare male, speronare gli altri e ridere subito dopo veniva considerato perfettamente normale.

Traffico cittadino con un importante miglioramento etico: gli incidenti erano intenzionali.

Fotografo le vetture ferme, poi quelle occupate. Adolescenti e ragazzi siedono sotto tubi luminosi, alcuni ridono, altri guardano il telefono, altri sembrano già possedere quella particolare noia che comincia a comparire quando non sei più abbastanza piccolo per lasciarti stupire e non ancora abbastanza grande per capire quanto ti mancherà essere piccolo.

Due ragazze sono sedute su una piattaforma. Una mostra qualcosa sul telefono all’altra. Intorno esplodono luci verdi e azzurre, ma il vero spettacolo, almeno per loro, sta dentro uno schermo grande quanto una mano.

Non è una critica.

Forse da ragazzino avrei fatto lo stesso, se avessi avuto quel mondo in tasca.

Noi avevamo soltanto la fiera.

E probabilmente proprio per questo la guardavamo di più.

Un uomo vestito da clown attraversa il piazzale con una bicicletta carica di palloncini modellati. Non è il clown perfetto delle locandine. È stanco, magro, immerso nel proprio lavoro. Porta addosso colori abbastanza accesi da illuminare una stanza, ma il suo sguardo sembra essere già arrivato alla fine della serata.

Questa è la parte che cercavo.

Non il personaggio.

La persona rimasta sotto il costume.

La street photography comincia spesso quando lo spettacolo perde per un istante il controllo della propria maschera.

Dietro ogni sorriso dipinto c’è qualcuno che ha fame, che deve pagare una bolletta, che sente freddo o che vorrebbe semplicemente sedersi cinque minuti senza che un bambino gli chieda un cane fatto con un palloncino.

Poi incontro un’altra faccia.

Una maschera da clown grigia, occhi enormi e un sorriso che potrebbe convincere un bambino a non dormire fino al conseguimento della laurea.

Le fiere hanno sempre avuto questo rapporto ambiguo con la paura. Vogliono divertirti, ma tengono mostri, teschi e pagliacci psicopatici a pochi metri dalle giostre per bambini.

È una pedagogia brutale, ma efficace.

Prima ti regalano lo zucchero filato.

Poi ti ricordano che morirai.

In mezzo puoi fare un giro sull’autoscontro.

Due bambine salgono su una giostra. Una è più grande e sembra occuparsi dell’altra. Sono sedute dentro una carrozza decorata, circondate da cavalli, luci e personaggi colorati. La più piccola guarda qualcosa davanti a sé con quella concentrazione assoluta che soltanto i bambini riescono a dedicare alle cose inutili.

Per lei non è inutile.

Quella è la differenza.

Gli adulti hanno inventato una quantità impressionante di attività indispensabili e riescono comunque a trascorrere gran parte della vita desiderando di essere altrove.

Un bambino può dedicare tutto se stesso a un giro che durerà due minuti.

Non si domanda se ne valga la pena.

Non cerca di ottimizzare l’esperienza.

Non pensa al giro successivo mentre sta ancora vivendo quello presente.

Sale.

Guarda.

Ride.

Poi magari piange perché è finito.

Ma almeno era lì.

In un altro fotogramma una giovane donna cammina tenendo per mano una bambina. Attraversano uno spazio stranamente vuoto tra le attrazioni. Ai lati restano le bancarelle illuminate, davanti soltanto l’asfalto scuro.

Quell’immagine non racconta chi siano.

Racconta ciò che risvegliano.

Potrebbero essere sorelle, madre e figlia, parenti. Non importa. Quella mano stretta è sufficiente.

Io e mio fratello.

Mia madre.

Le giornate trascorse lì.

Il gesto automatico con cui un adulto impedisce a un bambino di sparire nella folla, mentre il bambino pensa soltanto alla prossima giostra e non immagina neppure quante volte, nella vita, desidererà ritrovare una mano altrettanto sicura.

Quando siamo piccoli crediamo che gli adulti sappiano dove stanno andando.

Poi cresciamo e scopriamo la grande truffa.

Non ne hanno la minima idea.

Semplicemente camminano con un’espressione convincente e cercano di non perdere i bambini per strada.

La notte avanza. Alcune fotografie smettono quasi di mostrare forme riconoscibili. Rimangono cerchi luminosi, lampadine sfocate, strisce di colore.

È così che funziona anche la memoria.

All’inizio conserva le persone.

Poi i volti diventano meno precisi, le conversazioni scompaiono e restano soltanto luci senza contorno. Sai che eri felice, ma non ricordi esattamente cosa stesse succedendo. Riconosci il colore della serata senza riuscire più a ricostruirne la trama.

Non è necessariamente una perdita.

A volte il ricordo diventa più vero proprio quando smette di essere accurato.

Intanto qualcuno continua a lavorare.

Un ragazzo prepara hamburger sulla piastra. Dietro di lui un uomo più anziano saluta l’obiettivo. Altrove si riempiono vassoi, si friggono patatine, si servono clienti. I banconi espongono panini, salsicce, verdure, fritti e abbastanza grassi saturi da far tremare il cardiologo nel sonno.

La fiera possiede una propria liturgia alimentare.

Non puoi mangiare qualcosa di ragionevole.

Sarebbe offensivo.

Devi scegliere un cibo che coli, unga, scotti o richieda almeno tre tovaglioli prima ancora del primo morso.

Le frittelle brillano sotto le lampade. Le insegne urlano “calde” come se potesse esistere una ragione accettabile per comprarle fredde. Le persone aspettano davanti al banco con la pazienza religiosa di chi sa che presto riceverà qualcosa ricoperto di zucchero a velo.

Il luna park comincia con l’innocenza dei cavalli di plastica e finisce nel colesterolo.

Come molte belle storie.

Ma dietro il cibo, dietro i premi e dietro le giostre ci sono lavoratori. Persone che montano, smontano, servono, puliscono, aspettano. Per noi la fiera era un evento. Per loro è mestiere, fatica, ripetizione.

Mentre qualcuno crea un ricordo, qualcun altro sta facendo il turno di notte.

Le mie fotografie si fermano anche su questo. Non per trasformare il pezzo in un’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori dello spettacolo viaggiante. Non ne so abbastanza e non ho intenzione di fingere il contrario.

Mi interessa la presenza umana.

Il gesto.

Lo sguardo stanco.

Il giovane che sorride davanti alla piastra, l’uomo che aspetta un cliente, la persona dietro la montagna di dolci, le famiglie raccolte davanti a un gioco a premi.

Sono loro a impedire alle luci di diventare soltanto decorazione.

Nessuno posa.

Nessuno interpreta la nostalgia che io, anni dopo, avrei trovato dentro queste immagini.

Ognuno continua a vivere.

Ed è proprio questo il privilegio della fotografia di strada: rubare non la vita degli altri, ma il breve riflesso che quella vita lascia passando davanti alla nostra.

Non ho fotografato la fiera nei momenti più affollati.

Avrei potuto mostrare la folla, il rumore, le file, l’energia collettiva. Sarebbe stato più completo, forse persino più giornalistico.

Ma la memoria non è giornalismo.

La memoria taglia, nasconde, confonde. Decide arbitrariamente che un seggiolino vuoto conta più di cento persone e che una mano stretta vale più di una veduta generale.

Non volevo documentare quante persone fossero presenti.

Volevo capire chi mancava.

Mancava il bambino che ero.

Mancavano le persone esattamente come le ricordavo.

Mancava la capacità di entrare in quel luogo senza avvertire la distanza fra allora e adesso.

La fiera era ancora lì.

Il problema ero io.

Ero diventato abbastanza grande da vedere i fili, i cavi, la vernice rovinata e la stanchezza sotto i costumi. Avevo imparato che i premi costano meno dei tentativi necessari per vincerli. Che la ruota panoramica non porta da nessuna parte. Che i cavalli sono di plastica e che dietro ogni magia c’è qualcuno che ha montato l’impianto elettrico.

Ma vedere il trucco non significa necessariamente smettere di amare lo spettacolo.

Forse significa amarlo in modo diverso.

Oggi non vorrei tornare bambino. I bambini non hanno denaro, non guidano e vengono mandati a letto proprio quando la serata comincia a diventare interessante.

Un’esistenza inaccettabile.

Vorrei però recuperare qualcosa di quella disponibilità allo stupore. La capacità di concedere importanza a un giro di giostra senza domandarmi se sarà utile, produttivo o degno di essere pubblicato.

Vorrei ricordarmi che non tutta la felicità deve costruire qualcosa.

A volte può limitarsi a girare in tondo.

Può durare tre minuti.

Può lasciarti spettinato, più povero di cinque euro e leggermente nauseato.

Può non insegnarti assolutamente niente.

E andare bene lo stesso.

Fra qualche giorno avrebbero spento tutto. Le strutture sarebbero state smontate, i camion sarebbero ripartiti e l’asfalto avrebbe ricominciato a essere soltanto asfalto.

È questa la forza della fiera.

Non resta.

Arriva, trasforma un luogo, raccoglie migliaia di piccole vite e poi sparisce lasciando qualche cartaccia, macchie d’olio e bambini convinti che l’anno successivo sia una distanza insopportabile.

Le fotografie fanno l’opposto.

Prendono ciò che stava per scomparire e gli impediscono di andarsene del tutto.

Per questo sono tornato.

Non per fotografare le giostre.

Non per raccontare una città, una festa o un evento.

Sono tornato per incontrare la distanza che separa ciò che ero da ciò che sono diventato.

Ho trovato cavalli immobili, seggiolini vuoti, neon, bambini, lavoratori, zucchero e facce attraversate dalla notte.

Ho trovato il tempo travestito da luna park.

E in mezzo a tutta quella luce artificiale ho riconosciuto qualcosa di autentico: il bambino che ero non se n’era andato davvero.

Aveva soltanto smesso di fare rumore.

Le giostre, del resto, non sanno che siamo cresciuti.

Continuano ad accendersi ogni anno e a girare come se dovessimo tornare da un momento all’altro.

Quella sera, con una macchina fotografica tra le mani, è esattamente ciò che ho fatto.

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