Egitto, capitolo VI — Le verità rimaste quando ogni distrazione scomparve
Dopo i volti tornarono le pietre.
Le persone incontrate durante il giorno mi avevano fatto spazio accanto a loro, mi avevano offerto pane e tè, avevano trasformato quella distesa ostile in un luogo temporaneamente umano.
Il deserto, invece, non aveva alcuna intenzione di essere altrettanto gentile.
Non ti offre una sedia.
Non addolcisce il tè.
Non si interessa alla temperatura delle tue emozioni.
Ti lascia in piedi davanti a una quantità oscena di terra, montagne e silenzio, poi aspetta che tu abbia terminato tutte le tue belle stronzate.
Io ne avevo portate parecchie.
Ero arrivato in Egitto con domande sulla mia missione, sulla creatività, sull’amore, sulla vita, sulla maturità e su come diventare un uomo migliore senza trasformarmi in uno di quegli adulti perfettamente funzionali che alle sette di sera sembrano già morti, ma continuano a cambiare automobile ogni quattro anni per non destare sospetti.
In pratica non cercavo una risposta.
Cercavo un’intera revisione esistenziale.
Possibilmente rapida, indolore e coperta da garanzia internazionale.
Il mare aveva ascoltato senza promettere niente.
Marsa Alam mi aveva mostrato uomini che non potevano permettersi di sbagliare.
I bambini mi avevano ricordato che non tutte le infanzie vengono protette allo stesso modo.
I beduini mi avevano fatto sedere, mangiare e rimanere, dimostrandomi che una casa può cominciare nel momento in cui qualcuno sposta il proprio corpo per lasciarti un posto.
Poi arrivò il deserto.
E il deserto non voleva sapere che cosa avessi già capito.
Voleva vedere se avessi finalmente smesso di mentire.
Riprendemmo il cammino.
Davanti c’erano piste appena visibili, terra chiara, montagne scure e figure tanto piccole da sembrare errori sopra una fotografia del paesaggio. Uomini e animali attraversavano spazi che avrebbero potuto inghiottirli senza modificare minimamente il proprio aspetto.
Io osservavo.
Fotografavo.
Pensavo.
Ed ebbi la sensazione, sempre più difficile da liquidare come una coincidenza, che ogni volta in cui una domanda prendeva forma dentro di me il deserto disponesse qualcosa davanti ai miei occhi.
Non una voce.
Non una frase incisa sulla montagna.
Non un cazzo di cespuglio in fiamme accompagnato da istruzioni operative.
Una figura.
Un animale.
Una pietra sopra un’altra.
Un albero cresciuto nel posto sbagliato.
Un riflesso dentro uno specchietto.
Un mucchio di mattoni senza alcuna casa intorno.
La risposta arrivava così. Boom!
Senza presentarsi.
Esattamente davanti a me.
Non so se fosse davvero il deserto a parlarmi oppure se fossi io, finalmente abbastanza lontano dal rumore della mia vita, a riuscire a mettere in relazione le cose.
Forse i segni non esistono indipendentemente da chi li guarda.
Forse una pietra è soltanto una pietra finché qualcuno non le arriva davanti portando dentro di sé la domanda giusta.
Avevo pensato, durante i primi giorni, che il mondo non fosse pieno di segni, ma soltanto di cose che accadono e di uomini abbastanza disperati da trasformarle in messaggi.
Continuavo a crederlo.
Ma cominciavo a comprendere una differenza.
Il segno non è la cosa.
È la collisione tra ciò che accade fuori e ciò che, nello stesso momento, si sta muovendo dentro di te.
Una pila di pietre rimane una pila di pietre.
Ma se appare mentre stai domandando quale equilibrio possa sostenere la tua vita, allora quelle pietre hanno appena pronunciato il tuo nome.
Non perché l’universo abbia organizzato il paesaggio per soddisfare il bisogno simbolico di un fotografo italiano con una discreta collezione di problemi irrisolti.
Perché, in quell’istante, tu sei finalmente capace di ascoltare.
Il deserto parlava una lingua priva di parole.
La sua grammatica era composta da coincidenze.
Il suo alfabeto da pietre, animali, distanze, tracce, ombre e vuoti.
Non spiegava.
Mostrava.
Eravamo noi a essere diventati analfabeti.
Viviamo dentro un mondo che urla continuamente.
Pubblicità.
Notifiche.
Consigli.
Previsioni.
Opinioni.
Gente che non è riuscita a sistemare la propria vita ma ha aperto un canale per insegnarti a sistemare la tua in cinque semplici passaggi, il quarto dei quali richiede solitamente l’acquisto di una consulenza saldabile in sei comode rate.
Tutti parlano.
Tutti sanno.
Tutti hanno scoperto il metodo definitivo per diventare ricchi, amati, produttivi, spiritualmente allineati e possibilmente dotati di addominali abbastanza visibili da dimostrare a Dio che non abbiamo sprecato l’incarnazione.
Il mondo vende risposte a persone che non hanno mai avuto il coraggio di formulare bene la domanda.
Il deserto non vendeva niente.
Per questo poteva permettersi di essere onesto.
La prima domanda era sempre la stessa.
Dove cazzo sto andando?
Non soltanto in quel momento.
Nella vita.
Nel lavoro.
Dentro le relazioni.
In quella lunga serie di tentativi che avevo chiamato libertà, ricerca, creatività o destino a seconda di quale parola riuscisse a rendere più elegante il fatto che non possedessi ancora una direzione precisa.
Davanti a me uomini e animali procedevano lungo una pista quasi invisibile.
Io vedevo soltanto terra.
Loro vedevano il passaggio.
Seguivano variazioni che non riuscivo a riconoscere, leggevano la forma delle montagne, la consistenza del terreno, le tracce lasciate da qualcuno prima di noi.
Il deserto non era privo di strade.
Ero io a non conoscere la lingua con cui erano state scritte.
Quella fu una delle prime lezioni.
Qualche volta non sei perduto.
Sei soltanto ignorante.
La distinzione è meno romantica, ma decisamente più utile.
Io avevo trascorso anni a considerarmi un uomo senza sentiero, uno spirito indipendente, un esploratore della propria esistenza, perché “uno che non sa dove cazzo sta andando” possiede un fascino narrativo piuttosto limitato e tende a preoccupare le donne dopo il secondo appuntamento.
Mi piaceva pensare di non seguire nessuno.
Sembrava coraggio.
A volte era soltanto arroganza.
Avevo confuso l’autonomia con il rifiuto di ricevere indicazioni, come se imparare da qualcuno rappresentasse una sconfitta e chiedere aiuto significasse consegnare all’altro le chiavi della propria dignità.
Il deserto mi mise davanti uomini che sapevano leggere il terreno.
Io non lo sapevo.
Per proseguire dovevo seguirli.
Fine.
Nessuna umiliazione.
Nessuna perdita d’identità.
Soltanto il riconoscimento di un fatto: in quel luogo la mia sicurezza dipendeva dalla loro conoscenza.
Il mondo ci ripete che dobbiamo diventare completamente autosufficienti.
Non avere bisogno.
Non dipendere.
Non mostrare incertezza.
Essere forti, risolti, economicamente solidi, emotivamente indipendenti e possibilmente capaci di montare una libreria senza leggere le istruzioni, perché apparentemente anche una vite avanzata può mettere in discussione l’intera virilità occidentale.
È una delle truffe peggiori che ci siamo raccontati.
Nessuno attraversa tutto da solo.
Qualcuno conosce un tratto di strada che tu non sai leggere.
La maturità non consiste nel fingere di possedere già la mappa.
Consiste nel riconoscere chi può guidarti senza trasformarlo nel proprietario della tua destinazione.
Poco più avanti trovai delle pietre impilate.
Una sopra l’altra.
Differenti per forma, peso e inclinazione.
Sembravano sul punto di cadere eppure rimanevano lì, ferme dentro il vento, costruendo una specie di torre primitiva sopra un terreno che non offriva quasi nulla in verticale.
Pensai alla stabilità.
L’avevo chiesta molte volte.
Una vita stabile.
Un reddito stabile.
Una relazione stabile.
Una versione di me abbastanza stabile da non cambiare desiderio, direzione o identità ogni volta che qualcosa smetteva di offrirmi l’entusiasmo iniziale.
Guardai quelle pietre.
Nessuna era stabile da sola.
Si sostenevano attraverso il peso reciproco.
Il loro equilibrio non nasceva dall’assenza di pressione, ma dal modo in cui la pressione veniva distribuita.
E io capii quanto fosse disonesto ciò che avevo sempre desiderato.
Non volevo davvero stabilità.
Volevo una vita priva di peso.
Volevo essere amato senza dover sostenere nessuno.
Volevo creare senza disciplina.
Guadagnare senza trasformare il talento in un lavoro ripetuto, concreto e talvolta mortalmente noioso.
Volevo maturare senza rinunciare a nessuna delle irresponsabilità che avevano reso divertente essere giovane.
Volevo libertà senza solitudine, vicinanza senza dipendenza, successo senza esposizione al fallimento e una missione abbastanza grande da giustificare la mia vita, purché non richiedesse troppe mattine trascorse a fare cose che non avevo voglia di fare.
Non volevo equilibrio.
Volevo assenza di conseguenze.
È differente.
Le pietre sembravano saperlo.
Restavano in piedi perché ognuna accettava di ricevere e sostenere un peso.
Io ero caduto molte volte perché pretendevo di rimanere in equilibrio senza permettere a niente di pesare davvero sopra di me.
Una responsabilità.
Una persona.
Una promessa.
Una scelta definitiva.
Tutto ciò che poteva trattenermi veniva immediatamente registrato come minaccia alla libertà.
Poi mi lamentavo di non riuscire a costruire niente che restasse.
Geniale.
Avevo passato anni a proteggermi dalle fondamenta e continuavo a domandarmi perché ogni cosa crollasse.
Il deserto non mi disse che avrei dovuto accettare qualunque peso.
Alcune pietre schiacciano.
Alcune relazioni consumano.
Alcune responsabilità sono soltanto catene alle quali abbiamo dato un nome rispettabile per avere meno vergogna di portarle.
Ma nulla di stabile viene costruito senza pressione.
Questa era la parte che non volevo sentire.
Poco dopo apparve un mucchio di mattoni.
Centinaia.
Forse migliaia.
Impilati in mezzo al nulla, abbandonati sopra la terra come il progetto interrotto di qualcuno che avesse cominciato a costruire una città e poi fosse andato a prendersi un caffè senza tornare mai più.
Nessuna parete.
Nessun tetto.
Nessuna porta.
Soltanto materiale.
Mi fermai a fotografarli.
Erano assurdi.
Tutto ciò che serviva per iniziare qualcosa e nessuna forma capace di dire che cosa.
Pensai alle mie fotografie.
Ai progetti.
Alle idee accumulate.
Alle pagine iniziate.
Alle possibilità.
Alle cartelle dentro i dischi rigidi, ai lavori immaginati, ai contatti mai cercati, alle proposte rimaste nella testa perché finché qualcosa rimane soltanto un’idea conserva il privilegio di essere perfetta.
Il potenziale è una droga meravigliosa.
Ti permette di sentirti destinato a qualcosa senza correre il rischio concreto di scoprire che potresti non esserne capace.
Puoi dire che scriverai un libro.
Che realizzerai un film.
Un giorno.
Quell’affascinante discarica nella quale seppelliamo tutto ciò che non abbiamo avuto il coraggio di cominciare oggi.
Io avevo raccolto mattoni per anni.
Talento.
Esperienze.
Attrezzatura.
Tempo.
Immagini.
Storie.
Ferite abbastanza interessanti da alimentare una discreta produzione artistica e decisioni abbastanza discutibili da impedirmi di rimanere senza materiale.
Avevo i mattoni.
Dov’era la casa?
Il deserto me li mise davanti senza alcuna pietà.
Una pila di possibilità non protegge dalla notte.
Il talento non è un rifugio.
L’ispirazione non è una parete.
Il desiderio non diventa opera soltanto perché lo hai desiderato con particolare intensità mentre fumavi davanti a una finestra.
Devi scegliere una forma.
Devi sacrificare tutte le altre.
Devi prendere un mattone, metterlo sopra un altro e continuare anche quando ciò che stai costruendo assomiglia ancora a un muro di merda e nessuno, tranne te, possiede abbastanza immaginazione da intravedere la casa.
Avevo sempre detto di voler vivere delle mie creazioni.
Il deserto mi mostrava che creare non bastava.
Dovevo costruire.
E costruire significa escludere.
Scegliere una fotografia significa lasciare fuori tutte le altre.
Scegliere una strada significa rinunciare, almeno temporaneamente, alle direzioni che non hai preso.
Scegliere una persona significa smettere di utilizzare l’infinita disponibilità del mondo come alibi per non conoscere davvero nessuno.
Ogni forma è una rinuncia.
È per questo che restiamo così spesso informi.
Non perché non sappiamo che cosa vogliamo.
Perché vogliamo conservare contemporaneamente tutte le vite possibili e poi ci stupiamo quando nessuna diventa reale.
Il mucchio di mattoni rimase lì.
Perfettamente inutile.
Un monumento al potenziale.
Mi somigliava più di quanto avrei voluto.
Ripartimmo.
Un cammello comparve lontano, solo dentro il paesaggio, vestito con colori che sembravano più vivi di tutto ciò che lo circondava. Dietro c’erano colline nude. Davanti altra terra.
Il deserto aveva una particolare capacità di ridurre ogni essere vivente alla propria misura reale.
In città puoi sentirti importante.
Hai un nome.
Un lavoro.
Un’automobile.
Un profilo.
Persone che ti conoscono.
Qualcuno che ti deve denaro, qualcuno che ti desidera, qualcun altro che ti detesta con sufficiente costanza da confermare almeno la tua rilevanza.
Nel deserto sei carne con una bottiglia d’acqua.
Il tuo curriculum non produce ombra.
I tuoi follower non sanno indicarti la strada.
Il tuo conto corrente può pagare il viaggio, ma non può convincere il sole ad abbassarsi di qualche grado perché stai attraversando un momento emotivamente complesso.
Il deserto non si impressiona.
Questa indifferenza può sembrare crudele.
In realtà è una forma brutale di libertà.
Se il mondo non è obbligato a riconoscere la tua importanza, tu puoi finalmente smettere di dimostrarla.
Ma prima devi sopportare la ferita.
Perché diciamo di voler essere liberi dal giudizio degli altri, poi pubblichiamo fotografie, pensieri, corpi, viaggi e risultati aspettando che una quantità sufficiente di sconosciuti ci comunichi che esistiamo nella maniera corretta.
Vogliamo essere indipendenti dall’approvazione.
Purché l’approvazione arrivi regolarmente.
Io non ero differente.
Fotografavo perché amavo farlo.
Era vero.
Fotografavo perché era il mio modo di vedere.
Vero anche quello.
Ma fotografavo pure perché volevo essere visto attraverso ciò che vedevo.
Volevo che qualcuno guardasse le mie immagini e dicesse: tu hai colto qualcosa che noi non avevamo notato.
Non è un desiderio vergognoso.
L’arte nasce anche dal bisogno di essere raggiunti.
Diventa pericoloso quando l’assenza dello sguardo altrui comincia a cancellare il valore del gesto.
Il cammello non aveva pubblico.
Continuava a essere un cammello con notevole convinzione professionale.
Io avevo bisogno di imparare la stessa insolenza.
Un uccello attraversò il cielo.
Uno soltanto.
Niente nuvole, niente rami, niente elementi capaci di offrire una proporzione. Soltanto un punto scuro dentro una quantità quasi offensiva di blu.
Pensai alla libertà.
Di nuovo.
Avevo utilizzato quella parola così tante volte da averla quasi svuotata.
Libero di viaggiare.
Libero di creare.
Libero di scegliere.
Libero di andarmene.
Soprattutto quello.
La mia idea di libertà aveva sempre posseduto un’uscita di sicurezza.
Se un luogo stringeva troppo, partivo.
Se una relazione chiedeva qualcosa che non ero pronto a dare, cominciavo a osservare la porta.
Se un progetto pretendeva disciplina dopo la fase iniziale dell’entusiasmo, mi domandavo se rappresentasse ancora davvero la mia strada.
Ero molto bravo a lasciare.
Lo chiamavo movimento.
Talvolta era soltanto fuga con un lessico migliore.
L’uccello sembrava completamente libero.
Ma un cielo infinito non indica dove andare.
La quantità di possibilità non è una direzione.
Può diventare una forma raffinata di abbandono.
Se puoi scegliere tutto, puoi evitare per sempre la responsabilità di scegliere qualcosa.
Il mondo contemporaneo ci ha consegnato una libertà enorme e ci ha lasciati emotivamente incapaci di sostenerla. Possiamo cambiare lavoro, città, relazione, identità, opinione, corpo, fotografia del profilo e applicazione attraverso cui cercare qualcuno da amare fino alle tre del mattino.
Ogni possibilità rimane accessibile.
Ogni alternativa continua a lampeggiare dietro ciò che abbiamo scelto.
Così niente è mai abbastanza.
La persona che hai davanti compete con migliaia di persone che non conosci.
Il lavoro che possiedi compete con tutte le carriere che avresti potuto avere.
La vita che stai vivendo perde continuamente contro le vite montate, colorate e pubblicate dagli altri.
Non siamo diventati liberi.
Siamo diventati clienti dentro un supermercato senza casse, condannati a spingere il carrello finché non dimentichiamo che cosa eravamo entrati a comprare.
L’uccello attraversò l’inquadratura e scomparve.
Il cielo rimase.
Non mi disse che cosa scegliere.
Mi mostrò soltanto che lo spazio, da solo, non basta.
Più avanti osservai il paesaggio attraverso lo specchietto del fuoristrada.
Una figura compariva nel riflesso, piccola, distante, quasi cancellata dalla cornice.
Davanti a noi il percorso continuava.
Dietro rimanevano persone, piste, polvere e tutte le porzioni di deserto che avevamo già attraversato.
Pensai al passato.
Era un argomento sul quale possedevo una competenza quasi accademica.
Avevo trascorso anni a tornare mentalmente dentro luoghi che non esistevano più, conversazioni finite, relazioni fallite e versioni di me che avrei voluto correggere con il vantaggio sleale di sapere come sarebbe andata.
Il passato è irresistibile.
Non cambia.
Puoi rimontarlo all’infinito.
Puoi trasformarti nell’eroe, nella vittima, nel coglione oppure in tutte e tre le cose, a seconda dell’umore e della quantità di vino presente nel bicchiere.
Le persone assenti non possono contraddirti.
Le occasioni perdute diventano perfette perché non sono più obbligate ad affrontare la realtà.
Guardare indietro serve.
Uno specchietto esiste per quello.
Ti permette di sapere che cosa stai lasciando, che cosa si avvicina e se qualcosa potrebbe travolgerti mentre cambi direzione.
Ma nessuno sano di mente guida fissando soltanto lo specchietto.
Io, invece, avevo percorso lunghi tratti della mia vita proprio così.
Il corpo avanzava.
La testa rimaneva dietro.
Poi mi stupivo di continuare a sbandare.
Il deserto non mi chiese di dimenticare.
Dimenticare è una forma di amputazione e, francamente, la vita mi aveva già portato via abbastanza pezzi senza bisogno che collaborassi.
Mi mostrò una misura.
Il passato deve occupare lo spazio di uno specchietto.
Abbastanza grande da essere consultato.
Non abbastanza da sostituire il parabrezza.
Continuammo tra le montagne.
La luce entrava dalle aperture, colpiva gli animali, rimbalzava sopra la polvere e trasformava per qualche secondo scene comuni in apparizioni.
Due cammelli rimasero davanti al sole.
Le loro ombre si allungavano sul terreno.
Uno procedeva vicino all’altro, senza fondersi, senza promettersi eternità, senza pubblicare una fotografia accompagnata da una frase sull’amore vero scritta da qualcuno che aveva divorziato tre volte.
Pensai alla compagnia.
Avevo chiesto qualcuno con cui condividere la strada.
Lo avevo chiesto al mare, al destino, agli dèi e a qualunque amministrazione invisibile continuasse ostinatamente a ignorare la mia pratica.
Ma quanto ero davvero capace di camminare accanto a qualcuno?
Non davanti.
Non dietro.
Non appeso.
Accanto.
Desideravo una compagna senza volere una salvatrice, almeno secondo la versione adulta e ben revisionata della storia che raccontavo a me stesso.
La verità meno elegante era che una parte di me continuava a sperare che l’amore potesse assolvermi dal lavoro necessario per diventare abitabile.
Volevo essere accolto con tutte le mie contraddizioni, ferite, improvvise necessità di distanza, paure e abitudini da uomo rimasto solo abbastanza a lungo da considerare ogni compromesso un’invasione militare.
Romantico.
In pratica cercavo una donna capace di amarmi esattamente com’ero mentre io valutavo con attenzione quali parti di lei sarebbero state compatibili con il mio programma.
Il deserto mi mise davanti due animali che procedevano insieme portando ciascuno il proprio corpo.
Nessuno camminava al posto dell’altro.
Era questa la risposta.
La condivisione non elimina il peso individuale.
Una persona può camminarti accanto.
Può offrirti acqua.
Può avvertirti di una buca.
Può ricordarti la direzione quando la paura ti rende stupido.
Ma non può abitare il tuo corpo, guarire al posto tuo o trascinare per sempre la parte di te che si rifiuta di crescere.
L’amore non è un servizio di recupero stradale per uomini emotivamente dispersi.
Lo avevo già intuito.
Nel deserto lo vidi.
Poi un cammello entrò quasi dentro l’obiettivo e mi guardò con una faccia talmente disgustata da interrompere qualunque tentativo di elevazione spirituale.
Anche quella fu una lezione.
Non ogni cosa deve diventare un simbolo.
Qualche volta un cammello è soltanto un enorme animale dal fiato discutibile che ti osserva come se fossi tu quello costruito male.
La spiritualità senza ironia diventa rapidamente narcisismo.
Cominci a pensare che ogni nuvola stia parlando di te, che ogni numero contenga un codice, che una lampadina fulminata rappresenti la fine di un ciclo karmico e che l’universo intero non abbia niente di più urgente da fare che commentare la tua situazione sentimentale attraverso gli scontrini del supermercato.
Il deserto parlava.
Ma non parlava sempre.
Dovevo imparare anche il silenzio tra le frasi.
Passammo vicino a un albero.
Basso.
Contorto.
Armato di spine.
Sotto la sua ombra si erano sedute delle persone.
Il contrasto era quasi osceno.
Una pianta cresciuta in un luogo capace di seccare ogni cosa offriva riparo a qualcuno.
Non era un albero spettacolare.
Nessuno lo avrebbe scelto per decorare un giardino elegante. Aveva rami storti, foglie insufficienti e spine abbastanza lunghe da scoraggiare persino un abbraccio particolarmente motivato.
Ma produceva ombra.
Poca.
Reale.
Mi domandai quale fosse il valore di una vita.
Che cosa significasse diventare un uomo migliore.
Avevo sempre immaginato il miglioramento come una specie di pulizia morale: eliminare i difetti, controllare gli impulsi, risolvere i traumi, sviluppare abitudini sane e diventare finalmente quel meraviglioso pezzo di arredamento emotivo che non disturba nessuno e abbina perfettamente maturità, sensibilità e solvibilità economica.
L’albero suggeriva altro.
Forse diventare migliori non significa diventare belli.
Significa diventare utili alla vita di qualcun altro senza smettere di essere vivi nella propria.
Offrire un poco d’ombra.
Creare qualcosa dentro cui un estraneo possa riposare.
Una fotografia.
Una pagina.
Una presenza.
Una conversazione nella quale l’altro non debba difendersi.
Non salvare il mondo.
Il mondo possiede dimensioni e problemi incompatibili con il mio curriculum.
Ma impedire per qualche minuto che il sole bruci completamente qualcuno.
Questo forse potevo farlo.
Poi vidi le spine.
E il deserto corresse immediatamente la parte romantica della lezione.
L’albero offriva ombra, sì.
Ma non permetteva a chiunque di avvicinarsi senza attenzione.
La sopravvivenza lo aveva reso capace di proteggersi.
Pensai alle mie spine.
Ne avevo coltivate parecchie.
Cinismo.
Ironia.
Indipendenza.
Diffidenza.
Quella capacità di individuare il punto debole di una persona e trasformarlo in una battuta prima che lei potesse trovare il mio.
Le chiamavo carattere.
A volte erano soltanto paura con un ufficio stampa migliore.
Avevo imparato a ferire in modo elegante.
A sembrare distante quando ero terrorizzato.
A fingere di non avere bisogno proprio nel momento in cui avrei voluto che qualcuno si avvicinasse.
Poi mi lamentavo perché le persone rimanevano lontane.
Che bastardo.
Costruivo recinzioni e accusavo il mondo di non venirmi a trovare.
Le spine proteggono ciò che è vivo.
Ma se crescono ovunque, alla fine impediscono anche alla vita di entrare.
Il deserto non mi disse di strapparle tutte.
Un uomo senza confini non è buono.
È disponibile al saccheggio.
Mi domandò quali servissero ancora e quali continuassi a portare soltanto perché non avevo mai verificato se il pericolo fosse terminato.
Non seppi rispondere.
Quella domanda fece più male delle altre.
Un puledro camminava vicino a un albero.
Piccolo dentro il paesaggio, con le zampe sottili e il corpo ancora privo della sicurezza degli animali adulti.
Non sembrava sapere molto.
Camminava lo stesso.
Io aspettavo da anni di sentirmi pronto.
Pronto per un progetto.
Pronto per una relazione.
Pronto per una decisione abbastanza definitiva da escludere tutte le altre.
Pronto per espormi completamente attraverso ciò che creavo.
Come se la prontezza fosse uno stato certificabile, una specie di patente emotiva consegnata dopo aver superato l’esame finale della vita.
Non arriva.
È un’altra brutta notizia che nessuno inserisce nei discorsi motivazionali perché rende più difficile vendere agende con la copertina dorata.
Non diventi pronto.
Cominci mentre una parte di te trema ancora.
Il coraggio non è il momento in cui scompare la paura.
È il momento in cui smetti di riconoscerle il diritto di decidere tutto.
Quel giovane animale non aveva aspettato di possedere gambe perfette.
Le usava.
Io possedevo già molto più di quanto mi servisse per cominciare e continuavo a negoziare con l’incertezza come se, concedendole abbastanza tempo, potesse finalmente firmare un trattato di pace.
L’incertezza non firma.
Si trasferisce con te.
Puoi soltanto smettere di permetterle di guidare.
Poco distante, un cammello riposava sotto un albero.
A terra c’erano coperte, corde, oggetti e tutto ciò che fino a poco prima aveva probabilmente trasportato.
Il corpo era finalmente abbassato.
Mi domandai perché fossi tanto stanco.
La risposta sembrava ovvia.
Portavo tutto contemporaneamente.
Le aspettative.
I progetti incompleti.
Le persone che non ero riuscito a salvare.
Quelle che avrei voluto trattenere.
Il desiderio di dimostrare qualcosa.
La paura di sprecare il tempo.
La sensazione di essere in ritardo.
Le fotografie ancora da selezionare.
Le vite alternative che continuavo a immaginare ogni volta che quella reale non produceva abbastanza entusiasmo.
Perfino durante il riposo, il carico rimaneva legato alla schiena.
Il corpo poteva sdraiarsi.
La mente continuava a trasportare.
Avevo confuso il riposo con l’immobilità.
Non sono la stessa cosa.
Puoi rimanere fermo per un’intera giornata e continuare a correre dentro la testa.
Riposi soltanto quando accetti di appoggiare qualcosa a terra.
Non risolverla.
Non distruggerla.
Appoggiarla.
Il problema è che ci identifichiamo con il peso.
Senza il lavoro, chi siamo?
Senza il dolore, che cosa raccontiamo?
Senza la persona che tentiamo di salvare, a che cosa serve la nostra bontà?
Senza il progetto futuro, come giustifichiamo il presente che non ci piace?
Lasciare il carico significa incontrare la parte di noi che rimane.
È per questo che continuiamo a portarlo.
Non siamo sempre stanchi perché abbiamo troppo da fare.
Qualche volta siamo stanchi perché abbiamo paura di scoprire chi saremmo senza la fatica.
Il cammello riposava.
Non sembrava vivere la cosa come un fallimento morale.
Nessun animale, a parte l’essere umano, si vergogna di fermarsi.
Noi abbiamo trasformato l’esaurimento in una prova di valore.
Se sei stanco significa che lavori.
Se non hai tempo significa che sei importante.
Se dormi poco significa che possiedi ambizione.
Poi crolliamo dentro vite che abbiamo costruito per dimostrare di meritare il diritto di esistere.
È un sistema meraviglioso.
Una macchina progettata per triturare esseri umani e vendere loro integratori per continuare a girare.
Il deserto non correva.
Era lì da milioni di anni.
Non aveva perso una sola scadenza.
Dal cruscotto del fuoristrada osservavo le montagne avvicinarsi.
Oggetti, tessuti e piccoli portafortuna oscillavano davanti al parabrezza. L’uomo alla guida teneva il mezzo sopra una pista che io continuavo a perdere ogni volta che distoglievo lo sguardo.
La strada esisteva soltanto perché qualcuno sapeva riconoscerla.
Quella immagine mi fece pensare alla fede.
Non la fede religiosa composta da formule, edifici, gerarchie e persone molto interessate a spiegarti che Dio condivide esattamente le loro opinioni politiche.
Una fede più semplice.
La decisione di proseguire senza vedere l’intero percorso.
Io avevo sempre chiesto certezze prima di muovermi.
Volevo sapere che un progetto avrebbe funzionato prima di investirci anni.
Che una persona sarebbe rimasta prima di aprirmi completamente.
Che una decisione sarebbe stata quella giusta prima di rinunciare alle alternative.
Che una strada mi avrebbe condotto da qualche parte prima di imboccarla.
Non era prudenza.
Era la pretesa infantile di ricevere il finale prima di accettare il rischio della storia.
Nessuna vita può offrire quella garanzia.
Puoi conoscere il prossimo tratto.
Forse la prossima curva.
Il resto rimane dietro una montagna.
La fede non significa essere sicuri che tutto andrà bene.
Quella è pubblicità.
Significa decidere che continuerai a muoverti anche sapendo che qualcosa potrebbe andare terribilmente male.
È meno rassicurante.
Per questo è vera.
A un certo punto comparvero alcune figure sopra una cresta.
Uomini ridotti a pochi centimetri contro il cielo.
Da quella distanza non potevo riconoscere i volti, l’età, la ricchezza, le paure o il genere di dolore che ciascuno portava.
Erano presenze.
Niente di più.
Il deserto riduceva ogni tragedia privata a un punto sopra l’orizzonte.
Questo avrebbe potuto sembrare consolante.
Non lo era.
Il fatto che il mondo sia enorme non rende piccolo il dolore mentre lo stai vivendo.
Una persona lasciata continua a sentire il petto vuoto anche se esistono miliardi di galassie.
Un uomo che perde il lavoro non paga l’affitto con la vastità dell’universo.
Una madre che perde un figlio non viene confortata dalla scala geologica delle montagne.
Le sofferenze non diventano insignificanti perché viste da lontano.
Diventano invisibili.
È diverso.
Il mondo non conosce la maggior parte delle nostre battaglie.
Non ci assegna una medaglia per le notti sopportate in silenzio.
Non interrompe il traffico quando riusciamo ad alzarci dal letto durante una giornata nella quale avremmo voluto scomparire.
Continua.
Questa indifferenza mi faceva incazzare.
Perché una parte di me continuava a pretendere che la sofferenza producesse almeno un significato.
Se devo attraversare qualcosa di doloroso, allora voglio imparare.
Voglio diventare migliore.
Voglio che esista una cazzo di ricompensa narrativa capace di impedire a tutto quel dolore di sembrare soltanto tempo devastato.
Ma il mondo non funziona così.
Alcune ferite insegnano.
Altre feriscono e basta.
Alcune persone entrano nella nostra vita per mostrarci qualcosa.
Altre entrano perché erano sole, confuse, eccitate, spaventate o semplicemente disponibili quel martedì sera.
Non ogni perdita nasconde un dono.
Non ogni tragedia è una porta.
Talvolta è soltanto una parete contro la quale hai sbattuto la faccia.
Il significato non sempre si trova.
Qualche volta deve essere costruito dopo, utilizzando i pezzi rimasti.
Forse era questo che facevo con le fotografie.
Non dimostravano che ogni cosa fosse accaduta per una ragione.
Prendevano ciò che era accaduto e tentavano di dargliene una.
Il deserto non giustificava le mie ferite.
Mi domandava che cosa avrei costruito con loro.
Era una domanda più dura.
E molto più onesta.
Poi vidi un generatore.
Era appoggiato in mezzo al paesaggio vicino a un palo che, osservato da una certa angolazione, sembrava quasi una croce piantata nella terra.
Mi fece ridere.
Avevamo trascinato nel nulla due delle nostre invenzioni preferite.
La corrente elettrica e la speranza che qualcuno, da qualche parte, stesse ascoltando.
Una alimentava i dispositivi.
L’altra la paura.
Entrambe promettevano luce.
Non sempre il servizio risultava disponibile.
Il generatore era sporco, rumoroso, fuori posto. Una piccola macchina incaricata di produrre energia dentro un luogo che possedeva già il sole, il vento e una quantità di potenza naturale sufficiente a ricordarci quanto fossero ridicole le nostre prese elettriche.
Eppure serviva.
Perché gli esseri umani portano il rumore ovunque.
Non sappiamo stare dentro il silenzio senza tentare di alimentare qualcosa.
Una lampada.
Un telefono.
Una musica.
Uno schermo.
Qualunque apparecchio capace di impedirci di ascoltare troppo chiaramente noi stessi.
Abbiamo paura del vuoto perché il vuoto non ci distrae.
Non ci vende niente.
Non ci comunica chi dovremmo diventare.
Ci restituisce ciò che siamo già.
Ed è lì che cominciano i problemi.
Il deserto aveva spento quasi tutto.
Nessun traffico.
Nessuna vetrina.
Nessuna folla.
Nessuna pubblicità incaricata di ricordarmi che il mio corpo, la mia automobile, la mia casa, la mia vita sentimentale e perfino il mio modo di dormire avrebbero potuto essere migliorati acquistando qualcosa entro mezzanotte.
Restavo io.
Non la versione professionale.
Non quella seducente.
Non quella ironica.
Non il fotografo.
Non l’uomo che viaggia.
Io.
L’animale preoccupato di non utilizzare bene il proprio tempo.
Il bambino convinto di dover compiere qualcosa di importante per meritare amore.
L’adulto che aveva trasformato la libertà in una religione perché impegnarsi significava offrire al mondo qualcosa da portargli via.
Il cinico che rideva delle illusioni altrui per non dover ammettere quanto disperatamente avesse bisogno delle proprie.
Il deserto vedeva tutto.
Non perché possedesse occhi.
Perché non offriva abbastanza nascondigli.
Questa fu la sua lezione più violenta.
Non mi stava dicendo chi sarei dovuto diventare.
Mi stava mostrando tutte le persone che avevo interpretato per evitare di incontrare chi ero.
E mi fece incazzare.
Con me.
Con il mondo.
Con quella cultura di merda che prima ci convince di non essere abbastanza e poi ci vende identità prefabbricate con cui coprire la vergogna.
Sii produttivo.
Sii desiderabile.
Sii forte.
Sii speciale.
Trova la tua missione.
Monetizza la tua passione.
Costruisci il tuo marchio personale.
Trasforma ogni dolore in contenuto, ogni viaggio in prova sociale, ogni momento in materiale da pubblicare e ogni relazione in una fotografia abbastanza convincente da far invidiare persone che non conosci.
Anche la ricerca di sé è diventata un mercato.
Ci vendono ritiri, corsi, rituali, quaderni, pietre energetiche e bottiglie d’acqua con frasi motivazionali, perché evidentemente perfino l’illuminazione deve possedere un packaging adatto a quel fottuto errore dell’umanità chiamato Instagram.
Io non ero innocente.
Avevo attraversato il deserto con una macchina fotografica costosa e stavo già trasformando ciò che vivevo in un racconto.
Anche la mia introspezione avrebbe avuto un titolo.
Una selezione.
Una pubblicazione.
E allora quale cazzo era la differenza?
Forse nessuna.
Oppure una sola.
Potevo almeno provare a non mentire.
Non fingere di essere guarito.
Non vendere il viaggio come una trasformazione completata.
Non scrivere che il deserto mi avesse consegnato tutte le risposte e che fossi tornato puro, risolto e pronto a condurre seminari per altri uomini confusi in comode rate mensili.
Il deserto mi aveva insegnato.
Sì.
Ma ogni lezione apriva un’altra ferita.
Ogni risposta spostava la domanda un poco più in profondità.
Mi aveva mostrato che non ero privo di direzione: pretendevo garanzie prima di scegliere.
Che non mi mancavano i materiali: evitavo di costruire per non dover rinunciare alle possibilità.
Che non ero sempre libero: qualche volta stavo soltanto scappando.
Che non ero incompreso: spesso avevo reso difficile raggiungermi.
Che non ero stanco soltanto per ciò che facevo: continuavo a portare ciò che avrei potuto appoggiare.
Che non cercavo sempre l’amore: a volte cercavo qualcuno capace di assolvermi dalla responsabilità di diventare adulto.
Risposte meravigliose.
Avrei preferito un numero vincente e indicazioni più precise sul mio futuro
Il deserto possedeva un senso dell’umorismo piuttosto bastardo.
Le montagne continuavano a scorrere oltre il parabrezza.
Ogni tanto il mezzo si fermava.
Scendevamo.
Il silenzio tornava a chiudersi intorno a noi come acqua sopra qualcuno che abbia appena smesso di dibattersi.
Non avevo risolto la vita.
Non sapevo ancora quale forma avrebbero preso le mie creazioni, chi avrebbe camminato accanto a me o se sarei riuscito a diventare abbastanza disciplinato da trasformare le intenzioni in una strada.
Ma le domande erano cambiate.
Non chiedevo più soltanto che cosa volessi ricevere.
Cominciavo a domandarmi che cosa fossi disposto a sostenere.
Non quale fosse la mia missione.
Quale lavoro quotidiano meritasse di diventarlo.
Non chi avrebbe potuto amarmi.
Quale parte di me rendesse difficile farlo.
Non quando sarebbe arrivata la vita giusta.
Quale vita stessi evitando di costruire mentre aspettavo.
Il deserto non prediceva il futuro.
Smontava gli alibi.
Era questo il suo linguaggio.
Una pietra.
Un animale.
Un sentiero invisibile.
Un albero pieno di spine.
Un mucchio di mattoni che non era ancora diventato niente.
Ogni immagine prendeva uno dei miei pensieri, lo girava tra le mani e me lo restituiva senza la confezione elegante con cui avevo cercato di renderlo sopportabile.
Il giorno cominciava a piegarsi.
La luce perdeva la propria durezza e le montagne, una dietro l’altra, diventavano sempre più sottili, quasi trasparenti. Le ombre si allungavano. Gli animali salivano verso le creste. Le figure umane cominciavano nuovamente a trasformarsi in sagome.
Pensai che la lezione fosse terminata.
Naturalmente mi sbagliavo.
Il deserto non aveva ancora pronunciato l’ultima frase.
Fino a quel momento gli avevo domandato che cosa dovessi trovare.
Prima che la luce cedesse, cambiò la domanda.
Che cosa sei disposto a lasciare bruciare?
Non avevo ancora visto il fuoco.
Ma la notte stava arrivando.