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Con la Rabbia in Tasca

Con la Rabbia in Tasca

C’era un piccolo luna park acceso alle mie spalle, e davanti a me solo mare vuoto.

Non una di quelle spiagge da cartolina, piena di ombrelloni colorati e musica a palla. Una città di mare piccola, quasi dimenticata, con uno stabilimento già chiuso per la sera e le sdraio allineate come soldati che aspettano un ordine che non arriverà più, almeno per oggi.

Ci camminavo da solo, quella sera. Non ricordo nemmeno bene perché fossi uscito — forse solo per stare da qualche parte che non fosse dentro la mia testa, anche se poi, come sempre succede, la testa te la porti dietro comunque.

Mi stavo chiedendo a cosa cazzo servisse tutto quanto.

Non in modo elegante. Non con quella calma un po’ finta con cui certa gente parla del “senso della vita” davanti a un tramonto, come se il cielo arancione rendesse automaticamente più sagge le domande. Me lo chiedevo incazzato.

A cosa serve, mi chiedevo, vivere le cose belle se poi arrivano quelle brutte a spazzarle via come se niente fosse? E soprattutto: a cosa cazzo servono quelle brutte? Che lezione dovrei impararci, di preciso? Chi ha deciso che il dolore debba insegnare qualcosa, invece di essere semplicemente uno spreco di tempo e di fiato?

C’era una barchetta dei bagnini arenata sulla sabbia, con su scritto SALVATAGGIO a lettere grandi. Vuota. Inutile, quella sera, come tutto il resto.

Mi sono fermato a guardarla un bel po’. Ho pensato che quella sera non c’era niente da salvare, in giro — solo un mare piatto, una barca vuota, e un ragazzo incazzato che aveva solo bisogno di camminare finché la rabbia non si stancava prima di lui.

Più avanti, una bandiera rossa sbatteva al vento su un palo, ad avvisare di un pericolo che il mare, quella sera, non stava nemmeno mostrando. Calmo, piatto, quasi annoiato dalla mia rabbia.

I gabbiani se ne fregavano altamente di tutto questo. Continuavano a volare bassi sull’acqua, a fare quello che fanno i gabbiani, senza doversi chiedere a cosa servisse.

Forse è lì che ho iniziato a capire qualcosa, anche se allora non l’avrei saputo dire con queste parole: che chiedersi “a cosa serve” è già una trappola. Il dolore non serve a niente, nello stesso identico modo in cui non serve a niente un tramonto, o il volo di un gabbiano, o un luna park acceso su una spiaggia deserta. Semplicemente accade. E tu puoi scegliere se attraversarlo incazzato e basta, o attraversarlo restando comunque sveglio abbastanza da notare la barca vuota, la bandiera che sbatte, i gabbiani che se ne fregano.

Quella sera non ho risolto niente. Sono tornato a casa con la stessa rabbia con cui ero uscito, solo un po’ più stanco.

Ma mi sono portato dietro quella spiaggia deserta, quella barca inutile, quella luce da luna park che si accendeva alle spalle di tutto quel silenzio.

E a distanza di anni, guardando ancora quelle foto, capisco che forse la domanda giusta non era mai stata “a cosa serve”. Era: chi sei disposto a diventare, mentre aspetti che ti passi?

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