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Domani Dagli Torto

Domani Dagli Torto

Ci sono fotografie che chiedono di essere guardate.

Questa pretende una deposizione.

Un bagno abbandonato, una luce che non fa sconti e lo stesso uomo esposto due volte sul medesimo fotogramma. Fuori dallo specchio porta il disgusto sulle labbra. Dentro, invece, ride. Indica. Si diverte come uno stronzo seduto in prima fila durante il nostro peggior fallimento.

Sembrano due persone.

Non lo sono.

Hanno la stessa faccia, gli stessi ricordi e accesso allo stesso archivio di cazzate. Soltanto che uno deve ancora viverne le conseguenze, mentre l’altro può permettersi il lusso infame di dire:

«Lo vedi, coglione? Lo vedi che avevo ragione?»

Prima di stabilire quale dei due sia quello sano, però, provate a rispondere a una domanda.

Quando è stata l’ultima volta che vi siete guardati allo specchio senza controllare i capelli, la barba, il trucco o quella faccia presentabile che ogni mattina consegnate al mondo?

Quando è stata l’ultima volta che avete cercato di capire se, sotto tutto quel lavoro di manutenzione, eravate ancora riconoscibili?

Chiudete la porta.

La luce al neon tratta tutti con la stessa spietata sincerità.

E oggi, cari lettori, dall’altra parte del vetro non c’è qualcun altro.

Ci siete voi.

 


Ho fotografato lo stesso uomo due volte perché una faccia sola sarebbe stata una bugia.

Nella prima esposizione è lì, davanti a noi.

La bocca piegata dal disgusto. Gli occhi stanchi, infastiditi, forse arrabbiati. Tiene gli occhiali in mano come se si fosse appena tolto l’ultimo filtro rimasto tra lui e la realtà e non fosse affatto soddisfatto di ciò che ha trovato.

Dietro di lui c’è un bagno abbandonato.

Piastrelle vecchie. Ombre sporche. Una luce arancione che sembra uscita dal retro di un locale chiuso dalla polizia trent’anni fa. Uno di quei posti dove persino i muri danno l’impressione di conoscere qualche segreto e di non avere nessuna intenzione di raccontarlo senza prima farti soffrire un po’.

Poi c’è lo specchio.

Rotondo. Illuminato. Quasi un bersaglio.

E lì dentro compare di nuovo lo stesso uomo.

Soltanto che questa volta ride.

Non sorride. Non è felice.

Ride con quella gioia bastarda che appartiene a chi assiste alla conferma delle proprie peggiori previsioni. Ti indica con entrambe le mani, spalanca la bocca e sembra gridare:

«Lo vedi? Lo vedi, coglione? Te l’avevo detto.»

Lo conoscete, vero?

Non parlo del ragazzo nella fotografia.

Parlo dell’inquilino abusivo che vive nella vostra testa.

Quello che non paga l’affitto, consuma tutte le provviste e trova comunque il coraggio di lamentarsi dell’arredamento.

Quello che compare quando una relazione finisce, quando un progetto fallisce, quando dite la cosa sbagliata alla persona giusta o quella giusta quando ormai non serve più a un cazzo.

Quello che si presenta dopo ogni porta chiusa, ogni treno perduto, ogni notte passata a fissare il soffitto chiedendovi dove avete sbagliato.

Lui lo sa sempre.

O almeno così sostiene.

Conserva tutte le promesse che avete fatto a voi stessi e poi lasciato morire in qualche lunedì mattina.

«Questa volta cambio.»

«Domani comincio.»

«Non ci torno più.»

«Glielo dirò.»

«Me ne andrò.»

«Non permetterò più a nessuno di trattarmi così.»

Belle frasi.

Solide come mobili comprati in saldo e montati dopo tre bottiglie di vino.

Quella voce le raccoglie una a una. Le piega con cura. Le mette da parte. Aspetta.

E quando fate esattamente ciò che avevate giurato di non fare mai più, le tira fuori come fotografie compromettenti.

«Questa non eri tu?»

«Queste parole non erano tue?»

«Non avevi detto che avevi imparato?»

Avevo imparato.

Forse.

Poi è arrivato il desiderio. O la paura. O la solitudine. O quella fottuta necessità di sentirsi scelti da qualcuno, anche quando quel qualcuno non sapeva scegliere nemmeno cosa ordinare per cena.

E allora siamo tornati.

Abbiamo richiamato.

Abbiamo riaperto porte che avevamo impiegato mesi a chiudere.

Abbiamo chiamato amore ciò che era dipendenza, pazienza ciò che era paura, comprensione ciò che era soltanto l’incapacità di mandarli finalmente affanculo.

E il tizio nello specchio ha cominciato a ridere.

Ma ditemi una cosa.

Quella voce vi aveva davvero avvertiti?

Oppure vi aveva soltanto terrorizzati?

Perché non sono la stessa cosa.

La prudenza indica una strada e vi mostra anche un’uscita.

La paura inchioda assi alle finestre e poi vi convince che là fuori non sia rimasto più niente da vedere.

La prudenza dice: «Potresti farti male, fai attenzione.»

La paura dice: «Non muoverti mai più.»

E quella creatura nello specchio è bravissima a confondere le due cose.

Si traveste da intelligenza.

Indossa il completo buono del realismo, si sistema il nodo della cravatta e comincia a parlare come se avesse frequentato l’università della vita, quando in realtà ha trascorso gli ultimi vent’anni nascosta dietro una tenda a prevedere tragedie.

Non rischia mai.

Per questo non perde mai.

Anche i cadaveri possono vantare lo stesso curriculum.

Il vostro alter ego sa commentare ogni partita, ma non entra mai in campo. Sta in tribuna, mangia noccioline e vi urla che state sbagliando tutto.

Provate a rispondergli.

«Te l’avevo detto.»

No. Mi avevi detto che sarebbe andato tutto male.

«E infatti è andato male.»

Mi avevi detto la stessa cosa anche quando è andata bene.

«Dettagli.»

Non eri saggio. Eri terrorizzato.

«Però tu hai fatto una cazzata.»

Sì.

Almeno io ho fatto qualcosa.

È questo il piccolo segreto del bastardo dietro il vetro.

Può avere ragione soltanto quando voi vivete.

Ha bisogno dei vostri tentativi, delle vostre cadute, delle telefonate fatte con la voce tremante, dei baci concessi alla persona sbagliata, dei lavori lasciati, degli anni sprecati e di tutte quelle volte in cui siete entrati in una stanza convinti di poter cambiare la vostra vita e ne siete usciti con un livido nuovo.

Senza le vostre azioni, lui non esiste.

È un critico senza opera.

Un parassita con un’opinione.

Questo non significa, però, che dobbiate assolvervi da ogni responsabilità.

Sarebbe comodo, non trovate?

Dare tutta la colpa alla voce, all’infanzia, ai genitori, agli ex, ai traumi, al capo stronzo, alla sfortuna, al destino, al karma, a Mercurio retrogrado e a qualsiasi altra puttanata cosmica riesca a farci dormire senza ammettere che, qualche volta, la chiave della cella l’avevamo in tasca.

Gli altri possono avervi fatto del male.

Possono avervi mentito, abbandonato, umiliato, manipolato. Possono avervi insegnato a dubitare di voi stessi fino a farvi chiedere il permesso persino per respirare.

Assumervi la responsabilità della vostra vita non significa assolverli.

Significa soltanto rifiutarsi di lasciarli ancora al volante quando sono usciti dalla vostra macchina da anni.

Quante decisioni prendete ancora per dimostrare qualcosa a una persona che non vi sta più guardando?

Quante occasioni avete rifiutato perché una voce appartenuta a vostro padre, vostra madre, un vecchio amore o qualche insegnante frustrato continua a ripetervi che non siete abbastanza?

Quante volte avete definito “carattere” una ferita mai curata?

Quante volte avete detto «sono fatto così» quando intendevate «ho troppa paura per cambiare»?

E soprattutto: da quanto tempo state usando il vostro passato come documento d’identità?

La fotografia non offre risposte.

Per fortuna.

Le fotografie che spiegano tutto sono come certe persone incontrate alle feste: parlano troppo, ascoltano poco e dopo dieci minuti vorreste lanciarle giù dal balcone.

Questa si limita a mettere due versioni dello stesso uomo nella stessa stanza.

Uno prova disgusto.

L’altro gode di quel disgusto.

E forse la parte più inquietante non è la risata nello specchio.

È l’espressione di quello fuori.

Perché sembra arrabbiato con il riflesso, certo.

Ma potrebbe essere arrabbiato anche perché lo riconosce.

Sa che quella risata non arriva dal vetro.

Il vetro amplifica soltanto qualcosa che era già lì.

La doppia esposizione non crea una seconda personalità. Le concede un corpo. Le permette di comparire nel fotogramma e di dire:

«Buonasera, stronzi. Sono sempre stato qui.»

E voi?

Quale delle vostre facce mostrate al mondo?

Quella accomodante?

Quella che dice che va tutto bene anche mentre sta andando tutto a puttane?

Quella forte, indipendente, risolta, capace di trasformare ogni disastro in una preziosa opportunità di crescita personale?

Oppure quella che compare quando la porta si chiude, il telefono smette di suonare e non è rimasto più nessuno da impressionare?

Chi siete quando non dovete convincere nessuno?

Vi piacete?

Non vi sto chiedendo se vi amate.

“Amarsi” ormai è diventato un verbo consumato da persone che vendono corsi online, candele profumate e fotografie del culo davanti a tramonti tropicali.

Vi sto chiedendo qualcosa di più semplice e probabilmente più doloroso.

Vi riconoscete?

La vita che state vivendo ha ancora qualcosa a che fare con la persona che volevate diventare?

Oppure avete accettato talmente tanti compromessi da non ricordare più quale fosse la trattativa originale?

State costruendo qualcosa?

O state soltanto gestendo le conseguenze di decisioni che non avete mai avuto il coraggio di rimettere in discussione?

E quando vi guardate allo specchio, provate disgusto per ciò che avete fatto o per tutto ciò che non avete ancora osato fare?

C’è una differenza enorme.

Una cazzata può essere riparata.

Una parola può essere ritirata, un danno riconosciuto, una persona lasciata andare, una porta finalmente chiusa.

Ma ciò che non abbiamo fatto resta sospeso.

Non marcisce completamente. Non scompare.

Rimane lì, in una specie di anticamera dell’anima, a fumare e aspettare.

La telefonata mai fatta.

Il libro mai scritto.

Il viaggio rimandato.

Il “no” ingoiato.

Il “ti amo” arrivato fino ai denti e poi rispedito indietro perché avrebbe potuto fare troppo male.

La vita che avreste potuto vivere se non foste stati così occupati a renderla accettabile agli occhi degli altri.

Allora il riflesso ride.

E in quel caso, forse, ha davvero qualcosa da dirvi.

Il problema è il modo.

La vergogna dice: «Sei una merda.»

La responsabilità dice: «Hai fatto una cazzata. Adesso pulisci.»

La vergogna si siede sulle piastrelle fredde, accende una sigaretta e trascorre la notte a insultarvi.

La responsabilità si rimbocca le maniche.

Lo stronzo nello specchio preferisce la vergogna.

La vergogna garantisce un seguito.

Se riuscisse a convincervi che siete irrimediabilmente sbagliati, continuerebbe ad avere materiale per altre cento repliche dello stesso spettacolo.

Stessa relazione.

Stessa fuga.

Stessa paura.

Stesso finale.

Applausi registrati e un’altra stagione ordinata da qualche produttore particolarmente sadico.

Cambiare, invece, gli rovina la sceneggiatura.

Non parlo di diventare persone nuove entro lunedì mattina.

Non serve comprare un quaderno, una borraccia termica e iscriversi a un seminario dove un tizio scalzo vi spiega come manifestare l’abbondanza.

A volte cambiare significa una cosa minuscola e brutale.

Dire la verità.

Andarsene.

Restare.

Chiedere scusa senza aggiungere un “però”.

Smettere di aspettare la persona che avete inventato e guardare finalmente quella che avete davanti.

Non rispondere a quel messaggio.

Inviare quello che state scrivendo da tre ore.

Accettare che avete paura e muovervi lo stesso.

Qual è la vostra?

Non fate finta di non saperlo.

Mentre leggevate, qualcosa vi è già venuto in mente.

Un volto.

Un nome.

Una porta.

Una decisione rimandata abbastanza a lungo da essersi travestita da destino.

Che cosa state aspettando?

Il momento giusto?

L’approvazione di qualcuno?

Un segnale?

La certezza che non soffrirete?

Posso rovinarvi la sorpresa: soffrirete comunque.

Soffrirete restando e soffrirete andando via. Soffrirete tentando e soffrirete domandandovi come sarebbe andata. Il dolore non è il bivio. È il paesaggio.

La domanda è quale dolore conduca da qualche parte.

Lo so, è una risposta del cazzo.

Sarebbe più elegante promettervi che seguendo il cuore tutto andrà bene.

Non è vero.

Il cuore ha gusti discutibili. Si innamora di persone emotivamente indisponibili, telefona a orari indecenti e possiede lo stesso istinto finanziario di un ubriaco davanti a un tavolo da poker.

Ma almeno è vivo.

E forse vivere non significa evitare ogni errore.

Forse significa scegliere quali errori meritino il prezzo.

Io conosco quel bagno.

Non quello della fotografia. L’altro.

Quello mentale.

Ci sono entrato anch’io più volte di quante abbia voglia di ammettere. Ho conosciuto quella voce, le sue battute, la sua capacità di aprire fascicoli alle tre del mattino e rileggermi ogni fallimento con l’enfasi di un pubblico ministero sotto cocaina.

Qualche volta fotografo gli altri per evitare di rivolgere l’obiettivo verso me stesso.

Questa volta il trucco non ha funzionato.

Ho realizzato una doppia esposizione per mostrare due versioni dello stesso ragazzo e la macchina fotografica ha finito per raccontare qualcosa di tutti noi.

Molto scortese da parte sua.

Ma le fotografie migliori fanno questo.

Arrivano anni prima del significato.

Si siedono in silenzio dentro una cartella dimenticata e aspettano che la nostra vita accumuli abbastanza errori da riuscire finalmente a capirle.

Guardate ancora l’immagine.

L’uomo davanti allo specchio è disgustato.

Quello dentro ride.

Nessuno dei due ha vinto.

La fotografia li ha fermati in quell’istante, ma noi non siamo fotografie. Il tempo, quella vecchia carogna, continua a trascinarci oltre il bordo del fotogramma.

La prossima azione appartiene ancora a voi.

Potete lasciare che il riflesso continui a guidare.

Potete permettergli di chiamare saggezza la paura, identità le vostre ferite e destino tutto ciò che non avete avuto il coraggio di cambiare.

Oppure potete guardarlo.

Senza trucchi.

Senza filtri.

Senza l’ennesima assoluzione preparata dagli avvocati difensori che vivono nella vostra testa.

Guardarlo e dire:

«Sì. Vedo.»

Vedo dove ho sbagliato.

Vedo chi ho ferito.

Vedo dove mi sono lasciato ferire.

Vedo le occasioni che ho buttato, le persone che ho inseguito e quelle che ho perduto perché ero troppo occupato a difendermi.

Vedo la parte di me che gode quando fallisco perché ogni sconfitta le permette di continuare ad avere ragione.

La vedo.

Ma non le consegnerò ancora il volante.

Non rompete lo specchio.

Ogni frammento vi restituirebbe la stessa faccia.

Lasciatelo intero.

Lasciate che quella voce rida, indichi, giudichi e prepari il suo prossimo «te l’avevo detto».

Poi fate una cosa che non aveva previsto.

Una soltanto.

Piccola, sporca, imperfetta e vostra.

Perché lo specchio continuerà a darvi ragione finché continuerete a regalargli lo stesso finale.

Domani, per una volta, dategli torto.

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