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Batumi faceva il provino per il futuro – Georgia, capitolo 1

Batumi faceva il provino per il futuro – Georgia, capitolo 1

 

Georgia, capitolo I — La città che voleva essere guardata

 

Batumi mi accolse con una domanda.

Non “benvenuto”.

Non “come è andato il viaggio?”

Non “hai bisogno di qualcosa?”

Non aveva ancora avuto il tempo di conoscermi e quindi, con ammirevole efficienza, non fingeva di interessarsi alla mia salute, alle mie aspettative o al delicato equilibrio emotivo con cui ero arrivato fino alla costa georgiana.

Aveva una sola parola.

Enorme.

Scritta davanti al mare.

*WHERE.*

Dove.

Niente punto interrogativo.

Non serviva.

Era già abbastanza minacciosa così.

Mi fermai a fotografarla.

Una città che ti domanda dove ti trovi mentre ti trovi esattamente dentro di lei possiede o un notevole senso dell’umorismo oppure problemi d’identità abbastanza seri da richiedere l’intervento di uno specialista.

Batumi sembrava possedere entrambe le cose.

Dal punto panoramico la vedevo distesa tra il Mar Nero e le montagne.

La costa disegnava una linea chiara.

Gli edifici occupavano il terreno disponibile e cominciavano a salire, come se lo spazio orizzontale fosse terminato e qualcuno avesse deciso di proseguire direttamente verso Dio, confidando nella disponibilità di appartamenti con vista anche in Paradiso.

Grattacieli.

Torri.

Strade.

Cantieri.

Una ruota panoramica.

Alberghi.

Palazzi cilindrici.

Palazzi curvi.

Palazzi che sembravano essere stati progettati durante una riunione nella quale l’unica domanda vietata fosse:

“Ma siamo sicuri?”

Batumi non era una città timida.

Non aveva alcuna intenzione di sedersi composta in fondo alla classe sperando che qualcuno notasse la profondità del suo carattere.

Era entrata con i tacchi, le paillettes, tre bicchieri già bevuti e una gru infilata nei capelli.

Guardatemi.

Quello era il messaggio.

Guardatemi adesso.

Guardatemi mentre cambio.

Guardatemi prima che io stessa decida di diventare qualcos’altro.

Avevo previsto di rimanere un mese.

Un mese è abbastanza lungo per superare la prima impressione e abbastanza breve per continuare a credere che ciò che hai compreso possa avere un qualche valore.

I primi giorni fotografai tutto quello che Batumi aveva preparato per essere fotografato.

Era inevitabile.

Le città seducenti lavorano così.

Non ti mostrano subito le bollette, le tubature che perdono, la zia razzista e il ripostiglio nel quale hanno nascosto tutte le decisioni architettoniche compiute durante una crisi di mezza età.

Prima ti portano sul lungomare.

Ti mostrano il profilo migliore.

Inarcano la schiena.

Trattengono il fiato.

E tu, fotografo, essere umano debole e prevedibile davanti a una bella luce, fai esattamente ciò che vogliono.

Scatti.

Il mare correva lungo il bordo della città.

Da una parte c’erano pietre, onde e navi lontane.

Dall’altra palme, vetro, metallo e torri che cercavano di riflettersi sopra qualsiasi superficie fosse abbastanza educata da collaborare.

In mezzo passavano persone.

Minuscole.

Temporanee.

Il paesaggio sembrava progettato per ricordare loro che la città sarebbe rimasta più a lungo.

Era una dichiarazione piuttosto ottimista.

Le città sono convinte di essere immortali perché gli edifici vivono più dei sindaci che li inaugurano.

Poi arriva un terremoto, una guerra, un fondo immobiliare con buone conoscenze politiche o semplicemente una generazione dotata di gusti differenti, e tutta quella sicurezza finisce dentro un rendering intitolato *New Luxury Concept*.

Le città non muoiono sempre.

Qualche volta vengono ristrutturate fino a non essere più riconoscibili.

Batumi conosceva bene il procedimento.

A partire dal 2008, la sua architettura era diventata parte esplicita della strategia turistica. Non si costruivano soltanto edifici. Si costruiva un’immagine.

La città non cercava più soltanto di ospitare persone.

Cercava di entrare nelle loro fotografie.

È un’ambizione molto contemporanea.

Un tempo una città doveva possedere un porto, una fortezza, un mercato, acqua potabile e possibilmente mura abbastanza robuste da impedire ai vicini di presentarsi senza invito.

Adesso deve avere un’identità visiva.

Un logo.

Una passeggiata instagrammabile.

Una struttura abbastanza assurda da far dire ai visitatori:

“Devo assolutamente fotografarla.”

Non è necessario che sappiano che cazzo sia.

L’importante è che la fotografino.

Batumi aveva compreso la regola.

Una torre bianca e nera si sollevava accanto al mare come un gigantesco bicchiere di carta progettato da un architetto particolarmente ostile alle linee rette.

Poco distante, un edificio sembrava inclinarsi sotto il peso dei propri balconi.

Un altro possedeva una facciata ondulata.

Un altro ancora si restringeva, si allargava e ricominciava, come se il progetto fosse stato approvato durante cinque differenti stati di coscienza.

La cosa sorprendente era che, insieme, funzionavano.

Non nel senso tradizionale del termine.

Non erano armoniosi.

Non formavano un insieme delicato.

Non producevano quella sensazione rassicurante con cui alcune città europee ti comunicano che ogni pietra si trova esattamente dove deve stare dal 1743 e che qualunque tentativo di spostarla richiederà diciassette autorizzazioni, un referendum comunale e l’intervento di un’associazione presieduta da un uomo di nome Gianfranco.

Batumi funzionava come funziona una festa riuscita male.

Troppe persone.

Musica troppo alta.

Qualcuno che balla sopra un tavolo.

Un uomo in giacca elegante che discute animatamente con un lampione.

Nessuno sa bene chi abbia invitato il tizio con il serpente.

Eppure non vuoi andare via.

Continuavo a guardare verso l’alto.

Le forme cambiavano.

Vetro.

Acciaio.

Cemento.

Curve.

Spigoli.

Facciate abbastanza lucide da riflettere il futuro prima ancora che fosse arrivato.

L’architettura rappresenta sempre una dichiarazione di potere, anche quando finge di essere soltanto un luogo pratico in cui sistemare letti, uffici e persone convinte che un appartamento al ventisettesimo piano possa finalmente impedire alla propria esistenza di sembrare ordinaria.

Costruire in alto significa dire:

Possiamo permettercelo.

Siamo arrivati.

Guardate da quassù quanto sembrano piccoli quelli che non ce l’hanno fatta.

Gli edifici non pronunciano le frasi.

È uno dei vantaggi del cemento.

Può essere arrogante senza rovinarsi la reputazione.

Ma Batumi non mi sembrava semplicemente arrogante.

C’era qualcosa di più vulnerabile nella sua esibizione.

La città stava facendo un provino.

Si era truccata troppo perché temeva che la telecamera non cogliesse i lineamenti.

Aveva imparato le battute.

Provato le pose.

Sistemato il mare alle proprie spalle, perché perfino una città sa che l’orizzonte aiuta a sembrare profonda.

Aspettava che arrivassero turisti, investitori, compratori, giocatori, albergatori e chiunque altro possedesse denaro sufficiente per confondere un’opportunità con una promessa.

Voleva la parte.

Non sapevo ancora in quale film.

Forse in quello del nuovo miracolo del Mar Nero.

Forse in una commedia sul capitalismo interpretata da costruttori immobiliari con denti molto bianchi.

Forse in un dramma nel quale, durante il terzo atto, qualcuno scopre che sotto i rendering vivevano già delle persone.

Ma durante il primo capitolo non interessava.

Eravamo ancora al provino.

E Batumi si era preparata.

Sul lungomare trovai nuovamente quella parola.

*WHERE.*

Vista da vicino era ancora più assurda.

Le lettere erano enormi, scure, piantate davanti all’acqua.

Dove.

Dove sei?

Dove stai andando?

Dove hai parcheggiato?

Dove finiranno tutti questi edifici quando anche l’ultimo centimetro di costa sarà stato trasformato in un investimento con piscina condominiale?

Oppure, più semplicemente:

Dove vuoi che sembri di essere quando pubblicherai questa fotografia?

Le città turistiche hanno smesso da tempo di essere semplici luoghi.

Sono fondali identitari.

Non vai soltanto a Parigi.

Diventi temporaneamente una persona che è stata a Parigi.

Non bevi soltanto un caffè a Roma.

Fotografi una tazzina davanti a una strada romana affinché qualcuno, possibilmente bloccato in ufficio durante una riunione, possa provare una piccola e salutare quantità d’invidia.

Non attraversi Batumi.

Utilizzi Batumi per raccontare una versione più interessante di te.

Io non ero diverso.

Avevo portato una macchina fotografica.

Diverse ottiche.

Batterie.

Schede di memoria.

Tutto il necessario per dimostrare che avevo guardato.

Il turista comune torna con una calamita.

Il fotografo torna con migliaia di file e la convinzione leggermente più presuntuosa che il proprio souvenir rappresenti una testimonianza.

Siamo tutti ladri.

Alcuni possiedono attrezzatura migliore.

Poco più avanti comparve la ruota panoramica.

Una costruzione perfettamente umana.

Paghi.

Sali.

Compi un giro completo.

Torni esattamente nel punto dal quale eri partito.

Poi scendi soddisfatto perché, per alcuni minuti, hai osservato dall’alto la stessa vita dentro la quale dovrai rientrare.

Una metafora talmente precisa dell’esistenza adulta da risultare quasi offensiva.

Almeno la ruota panoramica è onesta.

Non promette una destinazione.

Promette una prospettiva.

Forse dovremmo impostare allo stesso modo anche le relazioni.

Nessun “per sempre”.

Nessun “sei la persona che aspettavo”.

Soltanto:

“Ti va di salire? Durerà circa dieci minuti, potremmo avere paura e alla fine ci ritroveremo dove eravamo prima, ma almeno avremo visto il mare.”

Vicino alla ruota c’era un faro.

Bianco.

Solido.

Quasi sobrio.

Sembrava l’unico adulto rimasto durante una festa per adolescenti ricchi.

Era lì per indicare una direzione alle navi mentre tutto ciò che lo circondava sembrava progettato per confondere piacevolmente chi camminava sulla terra.

Il faro possedeva un lavoro.

La ruota produceva divertimento.

Le torri vendevano desiderio.

Ciascuno faceva la propria parte.

Poi incontrai Ali e Nino.

Otto metri di acciaio.

Due corpi costruiti attraverso strati metallici.

Un uomo.

Una donna.

Ogni sera si avvicinano, entrano l’uno nell’altra, si attraversano e si separano.

Poi ricominciano.

Una delle rappresentazioni più oneste dell’amore che l’umanità sia riuscita a costruire senza utilizzare un avvocato divorzista.

Le due figure derivano dai protagonisti dell’omonimo romanzo attribuito a Kurban Said. A Batumi non si limitavano a stare ferme sopra un piedistallo fingendo che l’amore fosse una posizione raggiunta una volta per tutte.

Si muovevano.

Si cercavano.

Si univano.

Si perdevano.

Ripetevano il ciclo.

Avevano un programma, un motore e una manutenzione.

Erano già più organizzate della maggior parte delle coppie che avevo conosciuto.

Le fotografai separate.

Poi vicine.

Poi quasi sovrapposte.

La ruota panoramica alle loro spalle aggiungeva un’altra circonferenza alla scena, perché apparentemente quel giorno Batumi desiderava essere molto chiara riguardo al carattere ciclico delle nostre stronzate sentimentali.

Guardando le fotografie, la maggior parte delle persone avrebbe probabilmente scelto quella in cui le due figure sembravano unite.

È ciò che facciamo.

Conserviamo il momento della fusione.

Il bacio.

L’abbraccio.

 

La promessa.

La fotografia nella quale sembriamo finalmente arrivati.

Lasciamo fuori il fotogramma successivo.

Quello in cui i corpi continuano il movimento, si attraversano e scoprono che amarsi non li ha trasformati nella stessa persona.

La separazione rovina il romanticismo.

Eppure è necessaria.

Due persone non possono rimanere fuse senza che una delle due finisca per chiamare la polizia.

Ali e Nino si univano senza smettere di attraversarsi.

Il meccanismo non prometteva che sarebbero rimasti insieme.

Prometteva che avrebbero continuato a tornare.

Non era poco.

Soprattutto considerando che lo facevano senza lunghi messaggi vocali inviati alle due del mattino, interpretazioni creative delle spunte blu o improvvise dichiarazioni sulla necessità di “lavorare su sé stessi”.

Dietro di loro il cielo era pulito.

L’acciaio rifletteva la luce.

I turisti si avvicinavano.

Fotografavano.

Aspettavano il momento esatto.

Anche l’amore, ormai, possiede un orario migliore per essere pubblicato.

Batumi non si accontentava di offrire una scultura romantica.

Poco distante trovai altre sagome.

Un uomo.

Una donna.

Un cuore rosso sospeso tra loro.

Erano ridotti a linee essenziali, come se qualcuno avesse compresso l’intera faccenda sentimentale in un’icona abbastanza semplice da essere compresa anche dopo tre cocktail.

Lui.

Lei.

Il cuore.

Niente famiglie contrarie.

Niente religioni differenti.

Niente paura dell’abbandono.

Niente ex che compaiono casualmente proprio quando la situazione comincia a funzionare.

Niente figli, distanze, lavori, traumi, silenzi o domeniche trascorse a discutere su chi debba svuotare la lavastoviglie.

Il design grafico possiede questo straordinario vantaggio sulla vita.

Può eliminare tutte le parti che fanno male.

Rimane un cuore rosso.

Perfetto.

Fotografabile.

Privo di effetti collaterali.

Poco più avanti trovai la parola *liberté*.

Scritta in corsivo.

Davanti al mare.

Batumi aveva organizzato il lungomare come un supermercato delle grandi aspirazioni umane.

Amore da quella parte.

Libertà poco più avanti.

Dio vicino alla spiaggia.

Una torre dedicata all’identità nazionale.

Popcorn in mezzo.

Era un sistema completo.

Potevi innamorarti, liberarti, pregare, ricordare chi fossi e comprare qualcosa da mangiare senza allontanarti troppo dal parcheggio.

La scritta *liberté* mi fece sorridere.

La libertà ha bisogno di essere indicata?

Evidentemente sì.

Senza un’insegna potremmo attraversarla senza riconoscerla.

Ci capita continuamente.

Abbiamo tempo e diciamo di essere annoiati.

Abbiamo una scelta e la chiamiamo confusione.

Possiamo andarcene e rimaniamo perché almeno conosciamo la disposizione dei mobili.

Poi arriviamo davanti a una parola scritta sul mare, la fotografiamo e ci sentiamo improvvisamente vicini a qualcosa di enorme.

È il potere delle scritte decorative.

Fanno sembrare accessibile ciò che nella vita reale richiede normalmente denaro, coraggio, documenti in regola e una quantità considerevole di persone disposte a lasciarti in pace.

Accanto c’era una piccola macchina per i popcorn.

Rossa.

Solitaria.

Perfetta.

Sembrava una cappella dedicata al dio degli snack.

Mi tranquillizzò.

Batumi poteva parlare di amore, libertà, identità e destino quanto voleva, ma non aveva dimenticato la verità fondamentale:

prima o poi qualcuno avrà fame.

Tutte le grandi esperienze spirituali possiedono un punto di ristoro.

I pellegrinaggi hanno locande.

I templi vendono souvenir.

I musei hanno caffetterie nelle quali una bottiglietta d’acqua costa abbastanza da finanziare un piccolo conflitto regionale.

Perfino l’illuminazione interiore, se dura più di quarantacinque minuti, dovrebbe prevedere qualcosa da sgranocchiare.

Continuai lungo la costa.

Le navi apparivano lontane.

Piccole sagome ferme sopra l’orizzonte.

Non partecipavano allo spettacolo.

Non avevano bisogno di statue, cuori o torri panoramiche.

Trasportavano qualcosa.

Merci.

Carburante.

Metallo.

Oggetti destinati a diventare denaro altrove.

Il porto rappresentava la parte meno fotogenica e più concreta della città.

Batumi esisteva sul mare molto prima che qualcuno decidesse di trasformare la costa in un curriculum verticale.

Le navi lo ricordavano.

Una città portuale può mettersi tutto il vetro che vuole.

Sotto il trucco rimane un luogo costruito per arrivare e ripartire.

Forse era quella la ragione per cui Batumi sembrava continuamente in movimento anche quando gli edifici stavano fermi.

Possedeva la psicologia di una sala d’attesa.

Persone in arrivo.

Persone in partenza.

Denaro che passa.

Lingue differenti.

Promesse pronunciate da qualcuno che possiede già il biglietto del ritorno.

Il mare non univa soltanto la città al resto del mondo.

Le impediva di sentirsi completa.

Dall’altra parte dell’acqua esisteva sempre qualcos’altro.

Un’altra costa.

Un altro mercato.

Un’altra occasione.

Il desiderio di diventare internazionale nasce spesso dalla paura di sembrare periferici.

Non basta essere un luogo.

Vuoi essere una destinazione.

Non basta essere conosciuto.

Vuoi essere riconoscibile.

La differenza è fondamentale.

Conosci una persona attraverso il tempo.

Riconosci un marchio in mezzo secondo.

Batumi stava lavorando sulla seconda possibilità.

La Torre dell’Alfabeto si alzava sopra Miracle Park.

Centotrenta metri.

Trentatré lettere georgiane disposte lungo una struttura che richiama la doppia elica del DNA.

Lingua e identità fuse dentro la biologia.

L’alfabeto nel sangue.

La nazione trasformata in architettura.

In cima c’erano una terrazza panoramica e un ristorante rotante, perché anche l’identità più profonda vende meglio accompagnata da una buona vista e da qualcuno che porta il conto.

La torre era stata completata nel 2011.

Era imponente, strana e leggermente sproporzionata rispetto a tutto ciò che le stava intorno.

In pratica era perfetta per Batumi.

Fotografai la sfera in cima.

Le lettere.

La struttura metallica contro il cielo.

Pensai all’alfabeto georgiano.

Curve.

Segni.

Una scrittura che, ai miei occhi, sembrava disegnata da qualcuno che avesse deciso di eliminare quasi completamente gli angoli perché la vita ne possedeva già abbastanza.

Non riuscivo a leggerla.

Era ovunque.

Sopra le insegne.

Gli edifici.

Gli autobus.

Le confezioni.

Per me erano forme.

Per chi viveva lì erano ordini, nomi, prezzi, indicazioni, promesse e minacce amministrative.

Questo è uno degli effetti più strani del viaggio.

La vita quotidiana degli altri diventa decorazione.

Una scritta che potrebbe comunicare “uscita di emergenza” per te è soltanto un grazioso esempio di calligrafia locale.

L’ignoranza possiede una notevole sensibilità estetica.

La Torre dell’Alfabeto tentava di impedirti di dimenticare che quelle forme non erano ornamentali.

Erano una lingua.

Una storia.

Una dichiarazione di appartenenza alta centotrenta metri.

Una maniera piuttosto elegante di dire:

“Noi siamo noi. Nel caso non fosse chiaro, abbiamo costruito una cazzo di torre.”

La rispettavo.

Noi occidentali avevamo trasformato l’identità in una voce all’interno delle impostazioni del profilo.

Nazionalità.

Professione.

Pronomi.

Stato sentimentale.

Orientamento.

Interessi.

Competenze.

Segni zodiacali.

Cinque fotografie attentamente selezionate e una descrizione nella quale cerchiamo disperatamente di sembrare spontanei.

Batumi aveva scelto il metallo.

Almeno non fingeva modestia.

Ma una città può gridare chi è proprio mentre sta diventando qualcos’altro.

Questo era l’aspetto che mi incuriosiva.

La torre dichiarava un’identità antica attraverso un’architettura nuova.

Il DNA nazionale era avvolto attorno a una struttura costruita per attirare visitatori internazionali.

La tradizione serviva al futuro.

Il futuro vendeva la tradizione.

Non era necessariamente una contraddizione.

Era un matrimonio.

Come tutti i matrimoni, richiedeva compromessi, denaro e la capacità di sorridere mentre qualcuno fotografava.

Continuai a raccogliere forme.

La ruota panoramica entrava e usciva dalle immagini.

Una volta dietro Ali e Nino.

Un’altra sopra gli edifici.

Poi isolata nel cielo.

Le cabine colorate rimanevano sospese.

Rosso.

Giallo.

Blu.

Piccole scatole incaricate di sollevare corpi umani fino a un’altezza sufficiente a far dimenticare loro, per qualche minuto, le dimensioni reali dei propri problemi.

Visti dall’alto, i problemi sembrano sempre più piccoli.

Non perché lo siano.

Perché non riesci più a distinguere chi li sta vivendo.

Anche il traffico sembra armonioso da una terrazza panoramica.

Le automobili diventano punti.

Le persone figure.

Le finestre moduli ripetuti.

L’altezza è il filtro estetico preferito dal potere.

Cancella i dettagli.

E senza dettagli quasi tutto può sembrare ordinato.

Fotografai alcune facciate colorate.

Linee verticali.

Giallo.

Verde.

Rosso.

Blu.

Sembravano un filtro installato direttamente sopra la città, così nessuno avrebbe dovuto perdere tempo a correggere le immagini più tardi.

Batumi possedeva già contrasto, saturazione e una discutibile gestione delle alte luci.

Mancava soltanto il tasto “esporta”.

Gli edifici comparivano dietro gli alberi.

Si riflettevano nell’acqua.

Emergendo tra rami e palme sembravano creature cresciute troppo rapidamente, organismi artificiali che il terreno non aveva ancora imparato ad accettare.

Uno aveva la forma di una lama.

Un altro di una vela.

Un altro ancora sembrava un enorme elettrodomestico di lusso del quale nessuno fosse riuscito a individuare l’utilità.

Non li trovavo belli nel senso tradizionale.

Mi divertivano.

Ero attratto dalla loro insolenza.

L’eleganza è spesso soltanto il buon gusto di chi ha paura di essere ricordato per la ragione sbagliata.

Batumi non sembrava possedere quella paura.

Preferiva rischiare il ridicolo.

È una qualità più rara di quanto sembri.

Le persone dicono di voler essere originali.

Poi indossano gli stessi vestiti, arredano case identiche, utilizzano le stesse parole, fotografano lo stesso cappuccino e scelgono opinioni abbastanza trasgressive da essere già condivise da qualche milione di sconosciuti.

Vogliamo distinguerci senza correre il rischio di essere soli.

Essere audaci con la garanzia di reso.

Batumi no.

Costruiva un palazzo cilindrico accanto a una torre classicheggiante, una ruota panoramica davanti a un faro e una doppia elica metallica vicino a due amanti attraversabili.

Poteva piacere.

Poteva fare schifo.

Ma non potevi accusarla di essersi presentata alla festa con un maglioncino beige.

Incontrai un vecchio pulmino ricoperto di fiori e simboli di pace.

Era parcheggiato in mezzo ad automobili moderne.

Sembrava essere sopravvissuto a un’epoca nella quale qualcuno credeva davvero che bastasse dipingere un veicolo per cambiare il mondo.

*Flower Power.*

Colori.

Scritte.

Disegni.

Un reperto hippie incastrato dentro una città che stava affidando la propria rivoluzione a gru, hotel e appartamenti vista mare.

Mi piacque immediatamente.

Non perché credessi che il pulmino rappresentasse una vita più autentica.

La parola “autentico” è una delle grandi truffe del turismo.

Il viaggiatore vuole mangiare nei posti autentici, incontrare persone autentiche, attraversare quartieri autentici e vivere esperienze autentiche.

Purché il cibo non provochi disturbi intestinali.

Le persone parlino inglese.

Il quartiere sia sicuro.

L’esperienza possa essere prenotata online e annullata gratuitamente entro ventiquattro ore.

Vogliamo l’autenticità con l’assicurazione inclusa.

Il pulmino non era più vero delle torri.

Era soltanto un’altra immagine.

Un’altra epoca.

Un’altra promessa estetica.

Prima vendevamo libertà attraverso fiori dipinti sopra un furgone.

Adesso la vendiamo attraverso un attico con palestra condominiale e portineria aperta ventiquattr’ore.

Il prodotto cambia.

La paura rimane.

Vogliamo credere che basti possedere l’oggetto giusto per diventare la persona giusta.

Un pulmino.

Un appartamento.

Una macchina fotografica.

Una città nuova.

Un corpo nuovo.

Un profilo nuovo.

Un amore nuovo.

Qualcosa capace di risolvere dall’esterno ciò che continuiamo ostinatamente a trasportare dentro.

Il pulmino rimase parcheggiato.

Forse non aveva alcun significato.

Probabilmente qualcuno lo utilizzava per vendere qualcosa ai turisti.

Anche la rivoluzione, dopo abbastanza tempo, trova sempre un modo per accettare pagamenti contactless.

Poco distante apparve una vecchia torre tra gli edifici.

Un tetto appuntito.

Orologi.

Decorazioni.

Lampioni.

Dietro, i volumi più recenti.

Batumi sembrava non avere demolito il passato.

Gli aveva semplicemente costruito qualcosa di molto più alto accanto, una tecnica efficace per conservare la memoria rendendola progressivamente invisibile.

Non era una città divisa in due.

Vecchio e nuovo.

Sovietico e contemporaneo.

Autentico e artificiale.

Era una sovrapposizione.

Ogni epoca aveva lasciato qualcosa.

L’età imperiale.

La pianificazione sovietica.

Il turismo post-sovietico.

Gli investimenti.

Le mode.

Le ambizioni dei governanti.

I gusti degli architetti.

Il desiderio universale di costruire almeno una cosa abbastanza grande da impedire ai posteri di dimenticare il nome di chi l’aveva pagata.

Le città sono autobiografie scritte da persone che non hanno mai concordato la trama.

Un capitolo utilizza pietra e balconi.

Il successivo cemento.

Quello dopo ancora vetro riflettente.

Ognuno sostiene di rappresentare il futuro.

Nessuno rilegge le pagine precedenti.

Batumi aveva l’aspetto di un manoscritto revisionato da troppi editori, alcuni dei quali chiaramente ubriachi.

Era proprio questo a renderla interessante.

La coerenza rassicura.

La contraddizione racconta.

Vicino al mare trovai una scultura con dei delfini.

Saltavano verso l’alto.

Corpi bloccati nel momento esatto in cui abbandonavano l’acqua.

Il mare vero rimaneva alle loro spalle.

Gli esseri umani possiedono una particolare ossessione per riprodurre ciò che esiste già.

Costruiamo delfini davanti al mare.

Fontane vicino ai fiumi.

Palme di plastica nei luoghi pieni di palme autentiche.

Fotografiamo un tramonto invece di guardarlo, poi osserviamo la fotografia per ricordare come ci siamo sentiti mentre eravamo impegnati a non guardare il tramonto.

Non ci basta vivere.

Dobbiamo produrre una copia.

La copia ci rassicura.

Possiamo conservarla.

Condividerla.

Venderla.

Il momento originale, invece, ha il pessimo gusto di finire.

La fotografia nasce da questa intolleranza.

Vogliamo che qualcosa resti.

Il volto.

La luce.

Una città in trasformazione.

Premiamo un pulsante e comunichiamo al tempo:

“Questa me la tengo.”

Il tempo, naturalmente, se ne fotte.

Ci lascia il file.

Porta via tutto il resto.

Il sole illuminava il metallo.

Il mare era blu.

I delfini rimanevano sospesi.

Scattai.

Ero perfettamente consapevole dell’ironia.

Non abbastanza evoluto da smettere.

Batumi sembrava incoraggiare quella forma di dipendenza.

Ogni elemento chiedeva di essere conservato.

La torre.

La ruota.

La scritta.

La statua.

Il cuore.

Il palazzo.

Il riflesso.

Era una città piena di punti esclamativi.

Nessuna frase terminava normalmente.

Tutto doveva essere straordinario!

Nuovo!

Iconico!

Imperdibile!

Panoramico!

Esclusivo!

Se Batumi avesse potuto parlare attraverso un agente immobiliare, probabilmente avrebbe descritto perfino il cielo come una rara opportunità di investimento con disponibilità limitata.

Eppure non provavo fastidio.

Non ancora.

Mi divertiva quella sfacciataggine.

Esiste qualcosa di liberatorio negli esseri umani e nei luoghi che ammettono di voler essere guardati.

La falsa modestia è molto più irritante.

Le città eleganti fingono di non sapere quanto siano belle.

Batumi aveva già controllato il proprio riflesso in ogni superficie disponibile e desiderava conoscere il tuo parere, purché fosse positivo e possibilmente accompagnato da una prenotazione.

Era vanitosa.

Ma la vanità non è sempre vuota.

Qualche volta è fame.

Il desiderio di essere visti nasce spesso da un lungo periodo trascorso fuori dall’inquadratura.

Batumi aveva attraversato imperi, Unione Sovietica, dissoluzioni, crisi, cambiamenti politici e anni nei quali il futuro sembrava un prodotto non disponibile nella regione.

Adesso voleva recuperare.

In fretta.

Forse troppo in fretta.

Ma chi arriva tardi a una festa non entra camminando lentamente.

Spalanca la porta.

Ordina da bere.

Parla più forte degli altri.

Cerca di capire quanto si sia già perso e con chi debba andare a letto per ottenere un invito alla prossima.

La città stava recuperando tempo attraverso l’altezza.

Ogni nuovo piano diceva:

Ci siamo anche noi.

Ogni struttura insolita aggiungeva:

E non intendiamo essere confusi con nessun altro.

Non sapevo ancora quale fosse il prezzo.

Quello sarebbe arrivato dopo.

Durante i primi giorni vedevo soprattutto la posa.

E la posa era magnifica.

Non perché fosse perfetta.

Perché si impegnava così tanto.

Una città sicura della propria bellezza può permettersi di essere sobria.

Batumi sembrava ancora convinta che, se avesse spento una sola luce, qualcuno avrebbe guardato altrove.

Conoscevo la sensazione.

La conosciamo tutti.

Viviamo dentro un’epoca che ha trasformato l’esistenza in un provino permanente.

Devi essere interessante.

Fotogenico.

Produttivo.

Desiderabile.

Occupato ma sereno.

Ambizioso ma spirituale.

Sessualmente libero ma emotivamente disponibile.

Ricco senza sembrare attaccato al denaro.

Profondo, possibilmente senza costringere nessuno a leggere più di una didascalia.

Devi avere una storia.

Un’estetica.

Un progetto.

Una ragione convincente per cui uno sconosciuto dovrebbe scegliere te invece di qualcun altro.

Le città fanno la stessa cosa.

Competono.

Per i voli.

Per i turisti.

Per i capitali.

Per le fotografie.

Per il diritto di comparire dentro quell’elenco mentale di luoghi nei quali una persona spera di andare prima di morire o prima che le rate del mutuo rendano l’operazione logisticamente improbabile.

Batumi non costruiva soltanto torri.

Costruiva argomenti a proprio favore.

Il mare.

Le montagne.

Il clima.

I casinò.

Gli hotel.

Il boulevard.

L’alfabeto.

Ali e Nino.

Una ruota panoramica.

Persino una grande domanda in inglese.

*WHERE.*

La città aveva preparato la presentazione.

Mancava soltanto una diapositiva intitolata:

“Perché dovreste desiderarmi.”

Ma ogni edificio era già una risposta.

Fotografando dall’alto, vidi il lungomare distendersi sotto di me.

La spiaggia.

Le strade.

Gli alberghi.

Le torri.

La linea dell’acqua.

Da quella distanza sembrava tutto ordinato.

Il passato e il futuro condividevano educatamente lo stesso spazio.

I problemi urbanistici scomparivano.

Le persone pure.

Rimaneva il disegno.

Ero tentato di credere alla fotografia.

È uno dei suoi poteri peggiori.

Una buona composizione può far sembrare intenzionale qualunque caos.

Elimina ciò che disturba.

Allinea.

Bilancia.

Attende la luce.

Trasforma un cantiere in dinamismo.

Una contraddizione in contrasto.

Un eccesso in carattere.

La fotografia non mente necessariamente.

Fa qualcosa di più sofisticato.

Sceglie quale verità lasciare fuori.

In quei primi scatti Batumi era una città proiettata in avanti.

Una località coraggiosa.

Una costa internazionale.

Un organismo capace di reinventarsi.

Era tutto vero.

Non era tutta la verità.

Ma nessuna prima impressione lo è.

Nemmeno le persone mostrano immediatamente le stanze allagate.

Ci presentiamo attraverso il materiale migliore.

Le battute riuscite.

Il lavoro.

I viaggi.

La sicurezza.

Le opinioni formulate bene.

Non cominciamo un appuntamento dicendo:

“Piacere, queste sono le mie modalità disfunzionali di attaccamento, qui trovi l’elenco delle persone che ho deluso e, se la serata procede bene, dopo il dolce posso raccontarti perché una parte di me interpreta l’intimità come una minaccia militare.”

Prima ordiniamo da bere.

Sorridiamo.

Tratteniamo la pancia.

Batumi stava trattenendo la pancia.

Non potevo biasimarla.

Era il nostro primo appuntamento.

Tornai davanti alla parola *WHERE.*

Il mare continuava dietro le lettere.

Alcune persone camminavano.

Altre fotografavano.

Il cielo non offriva risposte.

Dove?

La domanda poteva riguardare la città.

Dove si trovava Batumi dentro la propria trasformazione?

Aveva già lasciato ciò che era stata?

Era arrivata a ciò che desiderava diventare?

Oppure si trovava in quella fase scomoda nella quale hai buttato via i vecchi mobili, quelli nuovi non sono ancora arrivati e per tre settimane mangi seduto sopra una scatola convincendoti che il minimalismo possieda vantaggi spirituali?

Batumi era in mezzo.

Non completamente post-sovietica.

Non completamente occidentale.

Non europea nel modo in cui l’Europa ama definire sé stessa.

Non asiatica nel modo pigro in cui noi europei chiamiamo tutto ciò che non comprendiamo.

Una città georgiana affacciata sul Mar Nero, costruita da strati storici differenti e improvvisamente incaricata di diventare un simbolo.

Era molto lavoro.

Essere sé stessi è già complicato.

Essere anche una destinazione turistica richiede illuminazione adeguata e un discreto budget pubblicitario.

Durante quel mese avrei imparato a conoscere altre Batumi.

Quella dei condomini.

Dei panni stesi.

Degli autobus.

Dei venditori.

Dei cani che dormivano sui marciapiedi con una sicurezza superiore a quella degli investitori.

Quella della pioggia.

Delle persone sedute davanti al mare senza fotografarlo.

Delle strade che di notte si accendevano e cominciavano a produrre denaro.

Ma la prima Batumi fu questa.

Quella che aveva scelto di mostrarsi.

La città vestita per il provino.

La città delle torri, delle lettere gigantesche, degli amanti meccanici, dei cuori rossi, delle ruote panoramiche e delle architetture progettate apparentemente sotto l’effetto di sostanze che l’urbanistica tradizionale non aveva ancora imparato a classificare.

Mi piacque.

Nonostante il cattivo gusto.

Forse anche grazie a quello.

Il buon gusto è sopravvalutato.

Produce salotti nei quali nessuno osa appoggiare il bicchiere e persone talmente impegnate a non risultare inappropriate da non dire mai niente che valga la pena ricordare.

Batumi appoggiava il bicchiere dove cazzo voleva.

Poteva rompere il tavolo.

Almeno la conversazione non sarebbe stata noiosa.

Alla fine del primo giorno avevo già fotografato centinaia di volte la sua ambizione.

La costa.

Le torri.

La ruota.

Le statue.

I simboli.

Le parole.

Avevo seguito esattamente il percorso preparato per il mio sguardo.

Batumi aveva fatto il provino.

Io ero stato il fotografo di scena.

Non sapevo se avesse ottenuto la parte.

Ma sapevo che non avrei dimenticato la candidata.

Prima di andarmene guardai un’ultima volta il profilo della città.

Gli edifici emergevano tra il mare e le montagne.

Alcuni sembravano già appartenere al paesaggio.

Altri davano l’impressione di essere atterrati durante la notte e di non aver ancora comunicato le proprie intenzioni alle autorità competenti.

Tutto puntava verso l’alto.

Tutto chiedeva attenzione.

Tutto sembrava dire:

Questo è ciò che diventeremo.

Era una promessa.

Oppure una minaccia.

Le migliori frasi sono entrambe le cose.

Scattai ancora.

Batumi sapeva già come farsi guardare.

Non avevo ancora capito se sapesse chi fosse.

Ma forse, nel nostro tempo, è una distinzione diventata inutile.

Prima costruisci l’immagine.

Poi aspetti che qualcuno ci venga ad abitare.

Il mattino successivo lasciai il lungomare.

Mi bastò attraversare alcune strade.

Dietro le torri trovai balconi, cemento, finestre stanche e panni stesi ad asciugare.

Il futuro, scoprii, viveva ancora con il passato.

E apparentemente gli lasciava fare il bucato.

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